Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 13

Gli animali nel frattempo non cessavano di rotolare assieme sul divano, azzannandosi e avvinghiandosi l’uno con l’altro, e incapparono accidentalmente nel telecomando lì posato, spingendo per caso il tasto power ed accendendo quindi la Tv.

«Insomma!»

«Forse è meglio che tu vada a calmarli» le suggerì lui, seguitando a ridere dilettato.

«Sì, ora mi sentiranno.»

Majka fece per scendere dal tavolo, che lui amabilmente la fermò con un morbido palmo adagiato sulla sua guancia.

«Aspetta, ti prendo la camicia.» Gliela infilò e le offrì amorevole una mano per aiutarla a scendere.

Lei sorrise vaporosa per ringraziarlo, incantata da questa stupenda delicatezza, raffinatezza di modi, e s’avviò un pochino ciondolante per spegnere direttamente la Tv, giacché le due tigri se l’erano svignata non appena l’avevano scorta arrivare.

«Eh, siete due conigli, altro che tigri!» li apostrofò, sguainando una voce volutamente squillante.

«Però ci sono riusciti, ad attirare l’attenzione.»

«L’hai detto, sono dei veri furbastri, e tu che sostenevi che qui è un paradiso, non hai visto niente, perché certe volte è peggio dell’inferno.»


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Afferrò il telecomando e si accinse a spegnere il televisore, quando, adocchiando delle immagini transitanti sullo schermo, il volume basso per la registrazione del mute precedentemente inserito, rimase impalata col telecomando in mano.

«Duncan…»

Lui la guardò incuriosito, corrugando la fronte. «Ehi, ora sembra sul serio che tu abbia visto un fantasma.»

«Ed è così…» Lei deglutì, e inspirando stentata attivò il suono del dispositivo.

«Qual è il problema?» reclamò lui, abbastanza impensierito da quella preoccupante postura, senza poi contare che in volto, era pressappoco impallidita.

«Vieni, stanno parlando di te… e di me.»

«Cosa?» Duncan si approssimò subitamente al divano e allorché lo raggiunse, anche lui s’immobilizzò, nell’avvistare alcuni fotogrammi che ritraevano lui e dopo Majka, certe tranche della sera della prima, seguite da diverse immagini recenti della propria carriera, e infine fotografie di numerose sue rivelazioni femminili nel campo dello spettacolo, farcite da esplicite insinuazioni che Duncan le avesse sessualmente circuite.

Majka non accennò nulla, non aveva parole da dire, specie perché il servizio parlava da sé, come del resto Duncan che non si sarebbe certo aspettato una simile pubblicità. Perciò si concentrarono ambedue in silenzio ad ascoltare i commenti sin troppo piccanti dello speaker, fino a che non scorsero le immagini di loro due, mentre erano abbracciati sotto casa di lei.

«Ma quello è… è questa mattina, quando ti ho rincorso fino al taxi» appurò Majka, voltandosi attonita verso di lui. «Ti ha fatto seguire?»

Duncan non rispose, era impassibile, incupito, forse infuriato, e lei non aggiunse alcunché, si volse ancora verso il televisore per sentire cos’altro stessero riportando.

«Alla fine lo ha fatto sul serio» disse lui poco dopo, e lei lo guardò di nuovo, alquanto intimorita.

«Lo avevi previsto?»

Lui scosse imperscrutabile il capo. «Devo andare.» E s’incamminò istantaneamente in direzione della camera da letto per rivestirsi.

Majka era smarrita, si sentiva frustrata, impotente, perché la sua reazione era sospetta, inquietante, senza tener conto di quelle parole risolutive, la pungente freddezza che ne aveva avvertito. Aveva paura che purtroppo sarebbe tornato sui suoi passi, perché che stesse bene o no con lei, per lui in evidenza non incideva. Ciò che gli prevalentemente interessava era la sua professione, il suo sogno, e se lei non ci fosse potuta rientrare, Duncan non avrebbe esitato a sacrificare quello che c’era tra loro, ma poi, cosa c’era?

In effetti, lui le aveva semplicemente espresso di stare bene, non che le volesse bene, non che l’amasse. A quanto figurava l’amore romantico era per lui un fattore inconsistente, se non accessorio, per cui lei sentì il lento e devastante declino insinuarsi in sé. Quel sogno stava per finire, anzi, era finito.

Duncan ritornò nel soggiorno dopo pochi minuti, la guardò fisso, lei che si era tutta ritratta contro lo schienale del sofà, con le ginocchia incollate al busto e gli occhi saldati sullo schermo del televisore, non si mosse per guardarlo, non lo guardò per non piangere.

Osservandola in silenzio, lui si tenne per qualche istante immobile, indeciso sul cosa dirle, eppure non trovò parole, pertanto non parlò. Si chinò su di lei e la baciò affettuoso sulla fronte, dopodiché le voltò le spalle e lasciò l’appartamento.

E Majka, quando udì l’uscio richiudersi, fu come se quel rumore, sostanzialmente lieve, le avesse invece riecheggiato nella mente, vibrato tutto il corpo, per quel significato che racchiudeva, il terribile senso di quel comportamento, lui le aveva detto addio.

E si orientò apatica con lo sguardo in corrispondenza della tavola, effuse un lungo sospiro e s’alzò per sistemarla. Doveva subito muoversi, reagire, però allorché vide i piatti sparpagliati, il suo piatto spostato per farla sedere, per godere di quel magnifico atto d’amore, si bloccò con la mano a mezz’aria.

Le lacrime stavano affacciandosi disumane alle sue ciglia, la straziante certezza che si faceva più vivida, insostenibile, perché se era vero che la moglie lo aveva minacciato con l’arma della diffamazione, così come le aveva dato ad intendere Duncan con le sue sintetiche frasi, indicava che costei avrebbe regolarmente giocato una similare carta, avendola giocata a mo’ d’avvertimento, per frenarlo dal suo malsano intento di lasciarla, e lui, per non rischiare, sarebbe senza dubbio tornato con lei.

E non ce la fece, al diavolo i gatti se avessero combinato guai, non gliene importava nulla, per cui si diresse in camera e si raggomitolò tra le coperte sospirando. Pur tuttavia i suoi piccoli amici percepirono la sua angoscia e la seguirono fino al letto, acciambellandosi uno a destra e uno a sinistra delle sue gambe per riscaldarla, per confortarla.

Lei li guardò piangendo, e sospirosamente li accarezzò, con trepida afflizione, al triste pensiero che in quel preciso istante sarebbe dovuta essere lì con Duncan, magari dormire tra le sue braccia, e invece era sola, sì, era di nuovo sola, e senza di lui.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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