Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 13

Duncan non rispose, continuava a fissare le sue labbra su cui passò le voluttuose dita, poi il pollice che avido s’intrufolò tra di esse, lei che a rilento le dischiuse per farsi invadere, e che a quei tocchi così sensuali, incomparabilmente elettrizzanti, avvampò il suo sguardo d’immediato desiderio.

«Devo rettificare» mormorò lui con lieve ansito insorto.

«Che cosa…» s’affannò lei magnetizzata, intontita.

«La tua bocca è più invitante di una ciliegia, non come, ma di più.»

E senza alcun secondo d’attesa, in uno scatto per lei frastornante, paralizzante, lui s’inclinò per catturarla, pressoché ad assaltarla con la propria, e fu un bacio talmente pieno, travolgente, ch’ella si abbandonò integralmente. Lo accolse con torrida concupiscenza, così come Duncan che, avvertendo possenti brividi e incoercibile brama di congiungersela contro, la fasciò deciso al busto e in un soffio la sollevò per disporsela sulle gambe, a cavallo delle sue.

Majka s’affibbiò rapita al suo collo e gli immerse le mani tra i capelli dalla nuca, spalmandosi smaniosamente tortuosa sopra di lui, lui che introducendole affamato le mani sotto la camicia, nel percepire la sua totale nudità, non essendo lei neanche con gli slip indosso, in un battito s’infiammò.

«Non indossi nulla, Majka, non vuoi proprio che io faccia il bravo ragazzo, vero?» le ansimò incendiato sul collo, quasi divorandoglielo con le labbra, e a palmi pieni sondò la fremente coltre cutanea della sua schiena, le natiche, i fianchi, comprimendosela contro, in movenze continue e sempre più appassionate, arroventate, sinché d’emblée, alla frenesia di sentire il contatto con la sua denudata pelle, impetuoso le afferrò i lembi della camicia e in un rapido, impaziente gesto gliela sfilò.

E non perse tempo, all’istante si tuffò tra le sue bramate rotondità e le profanò, intanto che lei s’inarcava fino allo spasimo per offrirgliele, in una tale stregua stimolante, invogliante, che lui da sotto le natiche la innalzò di poco con un braccio per abbassarsi i pantaloni e prenderla, di corsa le fu dentro, continuando a possedere le sue sussultanti, rigide escrescenze, ebbro, arso dall’irrefrenabile desiderio.

La incarcerò vigoroso ai polsi e le tirò le braccia fin dietro la schiena per farla inarcare maggiormente, per avere campo libero, inebriasi nel perlustrare ogni più piccola parte di quella epidermide così morbida, genuina. Glieli avvolse con una mano affinché ella permanesse in questa posizione, bloccandola, e con l’altra mano alfine libera d’esprimersi, le sequestrò dapprima una curva sporgente e procace, poi il ventre ed un sinuoso fianco, per indurla energico ed autoritario, a muoversi assieme a lui.

Lei era in delirio, con la testa gettata all’indietro, mentre danzava con lui in quei movimenti così lussuriosi, d’una conflagrata, inimmaginabile sessualità, finché di colpo, lui le coprì interamente la schiena con le braccia e si eresse con Majka attorcigliata al suo bassoventre.


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Fece per incamminarsi verso la camera da letto, che lei ansimando lo bloccò: «Dove vai?»

«In camera, voglio muovermi sopra di te» le ansò sulla pelle.

«Non possiamo lasciare la tavola così, con il cibo, con i gatti che…» brancolò, pressappoco vaneggiante, travolta da quelle impagabili labbra che perseveravano a sbranarle il manto cutaneo del collo.

«Come preferisci» accolse lui smodatamente ansante, al limite della possibile attesa, pertanto con un braccio spostò celermente i piatti e la mise seduta sul tavolo, senza mai disgiungersi dal suo corpo. Le imprigionò le natiche e la possedé più prepotentemente, entrando quasi aggressivo, completamente in lei, lei che lo intrappolò con le sue gambe e lo seguì, galvanizzata, irruente.

Incominciarono ad ansimare quasi con fragore, partiti, un’eccitazione superiore in procinto di oltrepassare il confine della ragionevolezza, sentirono a momenti dolore per quel desiderio che ordinava di essere soffocato, che voleva esplodere, e s’affrettarono, in movenze tumultuose e voraci, veloci, a perdifiato raggiunsero l’apice e deflagrarono, in contemporanea, sull’orlo della follia.

Majka non era in grado di riprendere fiato, sussultava e respirava oltremodo a fatica, abbandonata sulla spalla di Duncan che ancor meno capace di ricostituirsi, era rimasto con le braccia serrate intorno alla sua vita. Le ansava tra i capelli, glieli baciò reiteratamente, gli unici, lievissimi gesti a cui in quel radente momento, riuscì a dar forma.

«Mi prometti che li lascerai crescere?» si riversò lui ad un tratto, sommesso, a dir nulla placato, divelto.

«Cosa?» stentò, addossando la guancia a peso morto sulla sua spalla, in condizioni forse peggiori delle sue.

«I tuoi capelli» cadenzò, dopo aver elevato le mani per intrecciarle tra di essi, in calme carezze imperiosamente soggioganti.

A quegli ipnotici tocchi lei abbozzò un semplice, fievole consenso con la testa, non ce la faceva a dir altro, non per ora. Era sfibrata, oltre che ripensando allucinata all’incredibile attimo d’amore appena vissuto, mai vissuto, ma in seguito un dirompente interrogativo la prevaricò, tanto da spingerla immediatamente a chiedergli: «Sei tu… tu gli hai ingiunto di lasciarmi i capelli sciolti?»

«Se parli dell’audizione, di Rupert, sì, gliel’ho chiesto io.»

Lei si dondolò sbigottita. «E la ragione?»

«Mi piacciono i tuoi capelli.» Si scostò adagio per guardarla deliziato negli occhi. «Stai cominciando.»

«A far cosa?» annaspò, faticava tuttora a recuperare il suo respiro, e lo scrutò un tantino dispersa, a causa del nesso che non arrivava ad afferrare.

«A far esplodere la tua sessualità.»

«Ah, puoi dirlo forte, più di quanto tu immagini…» sottoscrisse lei sorridendo, e ondulò flebile il cranio, sempre ed ancora sensibilmente tramortita.

Lui mosse delicata una mano per frenarle la testa, le fasciò il mento con le dita fino a sfiorarle le labbra che un’altra volta, avvicinò alle sue. «Ti porto a letto, ciliegina?»

Al tenero epiteto lei ridacchiò, ironica ma beata. «Nessuno mi aveva mai chiamata così.»

«Forse perché nessuno ha assaporato degnamente le tue labbra, e se posso aggiungere del mio, sei proprio una deliziosa, perfetta ciliegina sulla torta.»

«È a doppio senso, vero?» Lo esaminò in volto, adesso che stava riappropriandosi di sé, che riusciva a parlare in forma normale, o più che altro a pensare con recuperata lucidità, poca, ma stava rispuntando.

«Fai tu» sorrise. «Penso io a sistemare il tavolo, tu desideri andare a sdraiarti?»

«Oh, no, non c’è problema, ce la faccio, sei gentile» lo elogiò, ma più oltre, d’improvviso, si udì uno stridio e dei sibili provenire dal sofà, ed entrambi si volsero sconcertati in quella direzione.

«Ehi, voi due!» si spolmonò lei, distinguendo i gatti che sul divano si stavano accapigliando. «C’è qualche volontario che ci vuole prendere stasera?»

Duncan sogghignò, era rallegrato da quella singolare scena familiare. «Sono un po’ gelosi?»

«Già, forse vogliono partecipare, si sentono tagliati fuori.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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