Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 13

«È ovvio che sono sempre lì, ma nessuno può vedermi perché dal palco, con le luci, non si scorgono le pareti del teatro che restano nella penombra.»

«E perché non ti fai mai vedere?» Finalmente poteva sgrovigliare anche questo enigma, un’altra curiosità che da tempo abbisognava di essere soddisfatta.

«Nessuno dei candidati deve avvertire la mia presenza, e per la pura ragione che in tal modo non sarebbero più loro stessi, enfatizzerebbero o addirittura si chiuderebbero, per via del ruolo che rivesto, per la mia determinante nomea di talent scout. Preferisco farmi vedere in seguito, a cose già compiute, dopo aver deciso se scritturarli o meno, o anche per presentarmi come loro agente, a seconda dei casi.»

Lei diede in una vispa spallucciata, dovuta all’ironia che stava per dispiegare. «Beh, neanche tanto, dato che sei come un fantasma, fai un po’ paura vestito di nero, aggirandoti silenzioso, con quell’espressione ombrosa che ti copre sempre il volto, ci credo che spaventi le persone.»

«A te però non è accaduto, non ti ho spaventata, anzi, direi che è stato l’opposto, nella circostanza in cui mi hai, come dire, investito» si allietò lui in una fievole risata, nell’aver rammentato l’episodio del loro primo incontro.

«Già… il fantasma dell’opera» consolidò, sogghignando tenue ma ludica.

«Come?» replicò, non avendo afferrato.

«Ti ho denominato così nella mia mente, quando ti ho visto mentre parlavi con Springer il giorno dell’audizione, prima che t’investissi» gli confidò, sfoderando un’allegra inflessione.

«Mi hai visto?» si meravigliò lui, fissandola interdetto, giacché se era davvero in tal sorta, significava che stesse perdendo colpi, e non perché si fosse lasciato notare, bensì perché non si era minimamente accorto in quell’occasione, di essere osservato da lei.

«Altroché, e non riuscivo a capire chi fossi. Ero un po’ sconcertata, visto che eri abbastanza raccapricciante, non tanto per l’abbigliamento, ma in primis nel modo di muoverti, così felino, spiritistico» parodiò con un altro sogghigno.


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Fu rallegrato da codesta facezia, ma molto esaustiva da indurlo un momento a riflettere. «All’epoca non sapevi chi io fossi?»

«Beh, no, l’ho saputo la sera in cui Springer mi ha inviato il copione via e-mail, avevo appena letto l’articolo di un giornale che riportava una tua foto» precisò, frattanto che lui si faceva assorto, ricollegando alcuni gesti di Majka che credeva lei avesse compiuto solo in relazione al fatto di conoscerlo di fama, forse per sfidarlo, non sapendo che però fosse lui il produttore del musical al quale si era candidata e che in seguito si fosse pentita, una volta venuta a conoscenza della sua esatta posizione.

«Comunque, tralasciando gli scherzi» riprese Majka, nel constatare che lui si tratteneva taciturno, «come hai fatto a capirlo dall’esibizione?»

Al pensiero evocato lui adornò un inebriato sorriso, eminentemente significativo. «Dalla tua sensualità, dalla tua sessualità implosa.»

«Era così evidente?» s’imporporò lei sprigionando un fanciullesco risolino, impressionatissima, poiché, a parte l’aver ormai focalizzato il suo sogno, magari lui aveva compreso anche questo suo lato, ovverosia che nel sesso lei non s’era totalmente aperta, mai con nessuno. Soltanto con lui stava avvenendo, piano, però stava avvenendo, insomma, stava tirando fuori tutto da lei, missione o no, nella consapevolezza o meno, ma Duncan la stava aiutando a far emergere la vera Majka, divenendo così il suo sogno completo, perfetto.

«È evidente, ma sai utilizzarla, ripiegarla a tuo vantaggio.»

«O al tuo?» lo dileggiò, arcuando un sopracciglio eloquente.

Lui sorrise ancora. «Anche.»

«Che ne dici delle uova?»

«Qualsiasi cosa va bene, mi è tornato un grande appetito.» Duncan si era seduto sul divano, con il paio di jeans indosso, avevano preferito alzarsi dal letto per non finire un’ennesima volta a travolgersi, certo, anche per la molesta fame insorta, ma entrambi avevano in prevalenza il desiderio di parlare, di comunicare con le parole oltre che con il corpo, atto che a letto, sdraiati pelle a pelle, non sarebbe stato possibile. «Ti aiuto?»

«Se vuoi puoi apparecchiare la tavola» gradì lei, mentre tirava fuori il necessaire per cucinare. «Magari vedi anche in frigo, se c’è qualcosa di freddo con cui possiamo integrare, dovrebbero esserci del mais e del formaggio.»

«Ok, vado a vedere.» Lui si eresse dal divano e sistemò i coperti, poi, allorché il piccolo pasto improvvisato fu pronto, si accomodarono a tavola.

«Sono particolari, normalmente gli animali domestici si piantano sotto il tavolo per ricevere qualche boccone, invogliati dal profumo del cibo cucinato» sostenne Duncan, nell’aver rilevato che sonnacchiosi, i gatti si erano riappropriati del sofà.

«Ah, no, loro non elemosinano mai, lo sanno che odio il vittimismo, sia umano che animale» si burlò, ma non troppo in realtà. «Durante il pasto non si avvicinano, neanche quando cucino o mi preparo qualche spuntino. È dopo aver mangiato che devo stare attenta, perché se lascio rimasugli in giro fanno gli attentati, ritornano ad essere dei predatori, visto che è come se lasciassi incustodito e alla loro libera portata.»

«È originale questa convivenza, di solito con gli animali le persone si comportano in maniera differente.»

«Solamente perché le persone si sentono differenti, o peggio ancora superiori, loro invece percepiscono che li ritengo al mio pari. L’unico aspetto che ci differenzia è che io gli do cibo e alloggio, e in cambio devono rispettare il territorio che è mio, non il loro, ma impongo queste determinate regole solo per non rendere la casa un campo di battaglia. Diciamo che io sono il capobranco, anche se i felini in teoria non ce l’hanno, ma i miei sì, sono un po’ gatti, un po’ cani, insomma, un po’ come me.»

«O tu sei come loro» integrò lui, stilizzando un ammaliato sorriso per via di quest’affascinante esposizione, graziosamente particolare.

«Perché no, in linea di massima è possibile, mi renderà diversa solo il fatto che loro non possono parlare, distinguere certe nozioni perché sono al di fuori della loro ottica, però capiscono, molto più di quanto la gente creda.»

«Ti sei sporcata» rimarcò lui, sviando per intero il discorso, dacché quella seducente veduta aveva attratto la sua completa attenzione, ed alzò lenta una mano per ripulirle un angolo della bocca, soffermandoci inevitabilmente lo sguardo tentato. «Lo sai, Majka, credo che questo escamotage di scendere dal letto, non sia servito.»

«Che cerchi di dire?» s’interdisse, arricciolando scrutante la parte superiore delle sopracciglia.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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