Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 13

«Comunque» procedé Duncan, inducendola a sobbalzare per quel sogno da cui l’aveva repentinamente risvegliata, «questo è il rischio di ciascun attore, mettere esageratamente se stesso in una parte, al punto da giungere a perdersi, tanto da non riuscire più ad individuare la sua personalità, da confonderla con quella del personaggio. Ma per me è ugualmente positivo, fin quando dura l’interpretazione, perché in un secondo tempo deve reintegrarsi l’essere originario, arricchito di quei nuovi lati di sé. In definitiva grazie ad ogni interpretazione emergono nuovi aspetti caratteriali, si conoscono nuove sfaccettature di sé, è una professione da cui si tira fuori man mano se stessi.»

«Io invece ho tirato fuori solo il peggio di me, le recriminazioni e il dolore che ho provato a causa di Malcolm» si esanimò lei in un baleno, sospirando crucciata.

«Non lo hai perdonato?» Duncan a quel punto tornò sull’argomento, evidentemente era necessario.

«Purtroppo sì, una volta, ma lo ha ripetuto, ed è per questa ragione che credo che anche lei ti perdonerà.»

«Perché dici questo, Majka, cosa cambierebbe per te?» Anzidetta affermazione lo lasciò interdetto.

«Perché io non voglio fare l’amante, non voglio esserlo» ufficializzò contritamente, quasi pentendosi d’averlo detto, ma in fondo non aveva scelta. Era meglio chiarire, meglio soffrirne adesso che ineluttabilmente dopo.

«Ehi.» Duncan s’intenerì, si mosse per farla voltare e se la sistemò sul torace, avvolgendole le esili spalle con un braccio per legarla caldo e premuroso a sé. «Majka, io non lo so cosa succederà domani, non so come mi sentirò, cosa vorrò. Nei sentimenti non organizzo, non penso, non ragiono, lo faccio solamente con il mio lavoro, anche abbastanza puntigliosamente, ma nei rapporti umani, in quello che sono io, sono incostante, vado a sensazioni, e francamente sono il tipo che non ha mai dato tanta importanza alle relazioni d’amore, all’amore stesso, non quanto alle relazioni umane. Ed è forse per questo che ho sbagliato a sposarla, anche perché era naturale che prima o poi avrei cercato di più, non perché lei pecchi di qualcosa nel nostro rapporto, però a un certo punto non basta. La mia anima è sempre in movimento, non si arresta mai, pertanto ha assiduamente bisogno di emozioni nuove, di rinnovarsi, oltre che ad evolversi, ed io sono affamato di ciò, come si può ben dedurre dal tipo di attività che svolgo, dalla base per cui la svolgo.»

Majka fu come sconfitta da una simile conclamazione, la paura che inevitabile l’assalì, la cruda certezza che l’annientò. «Quindi… in altre parole mi stai rivelando che potrebbe succederti anche con me, che domani ti sveglierai e…»

«No, Majka, io sto bene con te, mi piace stare con te, tu mi riempi di emozioni e sono complete. Me le dài in ogni senso, non soltanto dal punto di vista tradizionale, per intenderci, tipico tra un uomo e una donna.»

Majka si rannicchiò, si rassicurò, quantomeno per il momento. Non intendeva più insistere, le andava bene così, era sufficiente per potersi lasciare andare tra le sue braccia, perché era questo di cui, ora, lei aveva prioritario bisogno.


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«Hai intenzione di tornare con lei?» eppure inquisì, di getto, perché quello, se non di più, desiderava saperlo.

«No di certo, Majka, non potrei, non dopo tutto questo, anzi, credo che dovrai ospitarmi sul serio, è possibile che mi toglierà tutto» presagì ridendoci su.

«Tutto tranne me, me non te la toglierà, e suppongo nemmeno te stesso, la meravigliosa persona che sei» si svincolò ma timorosa, un po’ sospirosa.

A questa tenera esternazione Duncan sorrise deliziato, soavemente riscaldato, e la congiunse ancor di più a sé. «Sto bene con te, Majka, sei così spontanea, così profondamente umana, vera, ed è un autentico paradiso stare qui, qui con te.»

Lei sgranò le ciglia elettrizzata, davvero colpita da una tal semplice ma magnifica dichiarazione, eppure cercò di controllarsi, di non rendersi troppo infantile nella sua giubilante reazione.

Si diede un’intima ricomposta per serbarsi seriosa. «Anch’io mi sento così, così con te, e forse anch’io non mi sono comportata bene, o piuttosto, senza dubbio, ecco perché sono un pochino in ansia. Ho il timore che mi si ripresenterà il conto per ciò che ho fatto.»

«E che cos’hai fatto?» approfondì carezzevole.

Lei gli si restrinse contro, impulsiva, e nascose il viso sul suo cuore. «Io ho… cioè, avevo una relazione. Tecnicamente ce l’ho tuttora perché non ho chiuso con lui, non gliel’ho ancora detto, intendo, che noi non stiamo più insieme, dunque immagino che lui mi ritenga sempre la sua donna.»

Duncan si contrasse impercettibile, alquanto a disagio. «E lo sei, Majka, ti senti sua?»

Lei dissentì all’istante attraverso un risoluto movimento della testa. «Macché, per me è finita, da sabato, dalla sera in cui ho fatto l’amore con te nel camerino.»

Ritemprato, lui la strinse ammorbidito. «Da quanto tempo stai con lui?»

«Da quando ho lasciato il musical, cioè, qualche settimana dopo, però non ricordo con esattezza quanto tempo sia trascorso da allora, presumibilmente perché non è importante. Non lo è mai stato per me, malgrado io abbia cercato di convincermene.»

Un piccolo sospetto che nacque, lui aggrottò leggermente la fronte, era sorpreso. «Perché volevi convincerti che lo fosse, Majka, qualcuno ti ha per caso obbligata a farlo, i tuoi genitori vogliono che tu stia con quell’uomo, che ti sposi con lui?»

«No, no» infirmò subito, forse la suocera, ossia Hollie, logicamente denominandola così per gioco, ma i suoi genitori le avevano sempre lasciato abbondante libertà, o meglio, lei se l’era presa, e senza neanche chiederla. «Io mi sono costretta, anche senza saperlo, ma successivamente ho capito che sono stata con lui per causa tua, solo per non pensare a te.»

«Pertanto quando ti ho baciata nella toilette la sera della prima, tu avevi un altro?» s’adombrò lui lieve.

«Beh, anche tu» osò sottovoce, piuttosto intimidita da quel tono un po’ requirente.

«Non è questo.» Lui scosse il capo inspirando contrariato. «Io non avrei dovuto, non avrei dovuto intromettermi nella vostra relazione, è una regola che non ho mai infranto. Ma io ero convinto che tu non ne avessi, che fossi libera, altrimenti non mi sarei mai permesso, al di là del bacio di scena durante e dopo le prove.»

«E come facevi ad esserlo, se io e te non ne abbiamo mai parlato?» setacciò, febbrilmente curiosa di sapere come ci fosse riuscito, da cosa lo avesse desunto. Quell’uomo possedeva una sicurezza sbalorditiva, la strabiliava ogni attimo in più che trascorreva.

«Da come mi guardavi, Majka, dava all’occhio che tu non avessi nessuno nel tuo cuore.»

«E difatti è così, anzi, era così» contrassegnò, issando la testa per guardarlo un tantino ironica, pregnante. «C’è un momento particolare in cui lo hai assodato, che non ci fosse nessuno dentro di me, o l’hai sempre pensata in questa maniera?»

«L’ho evinto dalla tua audizione, dopo aver imparato la coreografia, o più per l’esattezza appena ho visto la tua esibizione.»

«Tu eri lì…» barbugliò, dondolandosi allibita.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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