Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 12

Dopo aver congedato Hollie sul ballatoio, Majka rientrò tranquilla nell’appartamento e trovò Duncan agiatamente accomodato sul divano, intento ad accarezzare gli animali.

Che strano, si erano calmati appena era arrivato lui, o forse per il semplice motivo che lo avesse fatto lei, anzi, più che calmarsi era felice, felicissima, quand’anche non lo stesse dando a vedere. Non doveva, specialmente perché la delusione provata durante l’intera giornata era stata logorante, ossessionante, e in aggiunta l’aveva condotta a biasimarsi, ad infuriarsi bellicosamente con se stessa.

Aveva bisogno di qualche minuto per riprendersi, per riabituarsi alla sua presenza senza arrivare a dare in puerili escandescenze, per non infuriarsi pure con lui, pervenire senza mezzi termini a rimproverarlo dell’inammissibile tiro mancino che le aveva riservato. Sarebbe risultata in tal modo una bambina capricciosa, impulsiva ed anche viziata, benché alla fine dei giochi il maleducato e infantile fosse stato proprio lui, e alla grande.

Il suo era stato un gesto tutt’altro che cortese, davvero poco galante e irrispettoso, tuttavia lei non intendeva affatto scendere al suo livello. Perciò si diresse con scioltezza, dritta e senza più guardarlo, verso la zona cucina per terminare di lavare le ultime stoviglie, rimaste in attesa dopo la visita di Hollie.

Ma non ebbe il tempo occorrente per aprire il rubinetto dell’acqua, che lei avvertì un paio di poderose e calde braccia cingerle il ventre, un’affamata bocca che s’immergeva nella prelibata epidermide del suo collo per baciargliela, per assaltargliela.

Lei rimase stordita, all’istante intorpidita, quantunque un rigoglioso batticuore l’avesse innalzata, sequestrata, furia e sdegno che si erano dissolti in un battito d’ali. Di sicuro non aveva previsto un comportamento così intimo, caloroso da parte sua, anzi, era prodigiosamente atipico.

Con trepida lentezza si volse per guardarlo postulante in volto. «Che cosa…?»

«Voglio farmi perdonare» proclamò Duncan con voce sommessa e oltremodo suadente, nel momento in cui le invadeva le labbra con le dita, voluttuoso, perspicuamente infiammato da quella sensualissima, incantevole visuale.

«Ma come sei presuntuoso, credi che basti un abbraccio, un altro regalo d’addio?» lo bacchettò manifestamente sarcastica. Non che lui dovesse cospargersi il capo di cenere, logicamente era un’esagerazione, ma un paio di sacrosante scuse gliele doveva, ed era questa una specie di avvisaglia. Doveva lui ben assimilare il concetto che non potesse comportarsi come più gli sconfinferava e poi cavarsela con la mera concessione di se stesso, come l’indiscusso sovrano del palcoscenico che non temeva rivalità e confronti, o se non altro che fosse talmente irresistibile, bramato, da farle dimenticare ogni gesto poco gradito.

«Può darsi che io lo sia, ma non sarà certo un regalo d’addio» s’intrigò, cadenzando sensuoso, e non attese più tempo. In un lampo le imprigionò la bocca attraverso un così vertiginoso bacio, d’un simile stravolgente che dapprima la immobilizzò per svariati secondi, animosamente sradicata da questa inattesa, quasi violenta passionalità, egemonica, ma che poi nel suo erotizzante ed esplosivo percorso, la inondò d’un tal supremo e schiavizzante, da scioglierla in un ansito.


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Alzò le braccia per allacciarsi asservita al suo collo e infine, si lasciò sublimemente invadere.

Lui l’avvolse saldo al suo torace e la sollevò con sé, conducendola fino al tavolo della cucina per farla sedere, per averla a sua comoda e lussuriosa portata di mano, ma senza staccarsi un secondo da quella seducente bocca, inesauribilmente inebriato dal suo setoso, ineffabile sapore.

Erse il volto per guardarla negli occhi, arso e luminoso, intanto che le sue mani operavano lente ed edotte per sbottonarle la camicia, per contemplarla, possederla senza vincoli né freni, nessuna barriera, ormai partito per quel concupito viaggio di sensi.

Ma allorché le tolse la camicia e lei rimase con indosso una sottile canotta dal niveo colore, che leggermente aderita esibiva venustamente risaltante le mirifiche rotondità libere dal reggiseno, Duncan, anziché proseguire nella sua procace esplorazione s’arrestò a fissarle, a rimirarle brandito, come se fosse spettatore d’una pregiata opera d’arte. Ed anche sotto quel semplice sguardo, seppur pervadente al pari dei suoi stessi ineguagliabili tocchi, esse si contrassero, suggestionate, turbinosamente elettrizzate di essere ammirate con tanta arroventata brama.

Majka quasi tremò sotto quegli occhi che continuavano ad osservare ammaliati le sue forme, ormai rigide, smaniose di farsi esplorare, amare, e lui ne accolse il messaggio. Con un’ardente mano che partì piano dal suo collo, scortata da quei medesimi occhi che non la abbandonarono per un unico istante, diede prosecuzione al suo perlustrante itinerario, procedendo di nuovo lento e ipnotizzante nel ridiscendere il suo décolleté, fino ad arrestarsi vellutato e possessivo su una di esse.

E percependone viva esaltazione, eccitazione, di colpo alzò lo sguardo ed infuocando le sue iridi, le segregò immantinente le labbra con le sue, travolgendola in un bacio rovente e assai più imperioso di quella mano che, incollata, non presentava nessunissima intenzione di scarcerare quel seduttivo, oltremisura invitante sito.

E lei, eccelsamente pervasa e sopraffatta, gli avviluppò il torso con le braccia, i fianchi con le gambe, in tremulo visibilio, vibrante, mentre lo sentiva divinamente premere contro di sé, gli offrì la sua bocca e il suo calore, il suo desiderio di farsi possedere.

Duncan la baciava tempestante, subissante, per qualche infiammato minuto si deliziò di lei e della sua bocca, di quella sua curva morbida e inebriante, naturale, ma d’un tratto, improvviso, la denudò della canotta e ne beneficiò a contatto nudo, caldissimo, perfino bruciante, si divise dalle sue labbra ed estese un palmo sul suo décolleté per farla sdraiare delicato sul tavolo.

Ma la seguì, si curvò adagiandosi quasi polarizzato su di lei, si aderì flessuoso e spodestante. Dalla squisita bocca si trasferì sul suo ancor più delizioso collo e sempre lentamente, riscese esplorante con le labbra per impossessarsi di quelle curve libere e piene, soggiogato dalla loro soffice, magnetica complessione, avvolgendole nel contempo le mani. Gliele strinse energico e plagiante, sempre impietosamente bruciante, e dopo gliele trascinò per tendergliele sopra la testa, per farla distendere, suggestionarla per intero sotto di lui.

«Chiudi gli occhi, Majka» le ingiunse, sussurrando caldo e ansante, e lei tremolando obbedì, incominciò a sentire caldo, tanto caldo, ma tanti brividi le correvano imbizzarriti e scalpitanti per tutto il pulsante corpo, percuotendolo di una soave prepotenza, intorbidante. Percepì quelle incomparabili labbra che le sondavano ogni piccolo lembo epidermico, quelle divine mani che seguivano la bocca di pari passo, in una vera e perfetta, simbiotica arte, fino a che non lo avvertì rialzarsi adagio per regnarla dall’alto, per sfilarle i pantaloni, gli slip, per denudare a sé quel prezioso spettacolo.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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