Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 11

Duncan la ninnò per un po’, intenerito da quel suo candido gesto, da come si stesse rintanando su di lui. Se la tenne stretta ma, più avanti, le posò delicate le mani sulle spalle e la scostò da sé.

«Cosa c’è, Majka?»

Lei scosse di poco la testa, si limitava a fissarlo, non riusciva tuttora a trovare le parole adatte per esprimere ciò che sentiva, e forse perché in effetti parole non c’erano. Troppo grande il suo travaglio interiore, il desiderio di volerlo con sé, il suo intraducibile sentimento, per poterli esprimere attraverso una nuda, sistematica composizione di lettere.

«Io… io non so cosa dire» s’affrancò, socchiudendo le ciglia un po’ intristita, e Duncan capì, le adagiò un riscaldante palmo sulla guancia soffice e dichiarò: «La piccola Cindy, sei proprio come lei.»

Majka si mordicchiò le labbra, in attesa, non sapeva di cosa, però aveva bisogno di qualcosa, fremeva turbinosa e lui sorridendo, sempre più intenerito le disse: «Torno tra un paio d’ore.»

Lei s’illuminò dalla traboccante felicità ma si tené. «Devo andare al lavoro, oggi sarò libera dall’una alle due.»

«D’accordo, ci vediamo per quell’ora» consentì lui amabilmente, muovendo l’altra mano per incorniciarle il volto, e si chinò per baciarla sulle labbra, un bacio così dolce, promettente, che lei lo prese davvero il volo.

E l’abbracciò, la strinse ancor più dolce e tra i capelli le frusciò: «Aspettami, Majka.»

Dopo di ciò, l’accarezzò ancora sulla guancia e si girò per risalire sul taxi, Majka che a questa congedante movenza reclinò gli occhi e s’incamminò mestamente in direzione dell’edificio dov’era ubicato il suo appartamento, provando un po’ di dolore ai piedi, per il contatto diretto con l’asfalto.

«Majka?»


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Al vellutato e suadente richiamo lei si girò sorpresa, convinta che Duncan fosse già andato, mentre invece la stava guardando, addossato con la mano sulla portiera che rimirava allietato i suoi piedi nudi, per lui di un immenso significato, che lei fosse corsa in quel modo, senza mettersi le scarpe, nemmeno i pantaloni, sfidando il dolore, il disagio, l’opinione della gente che avrebbe potuto scorgerla in quella mise decisamente insolita.

Majka lo osservò taciturna, tentennante, nel timore che lui stesse per ritrattare, un immane timore che le comunicasse di aver cambiato idea, che ragionevolmente non fosse il caso di frequentarsi, ma Duncan le rivolse un così tenero, significativo sorriso, che lei fulmineamente lo ricambiò, si vivificò al colmo, di nuovo felice, e gli diede un’altra volta le spalle per ritornare a casa.

E intanto che riprendeva a camminare lui la guardò, di continuo, anche dopo essere salito sul taxi, finché lei non raggiunse l’ingresso per dissolversi al di là di esso, e il veicolo svoltò ad un incrocio.

«Scendi dal tavolino!» sbraitò Majka, rissosamente innervosita, e il gatto la fissò ancor più nervoso di lei, agitando la coda indispettito.

«Non ti sfugge nulla, eh, furbacchione?» si complimentò, inspirando a fondo per tranquillizzarsi, o tutt’al più per sedarsi, e consultò per l’ennesima volta l’orologio appeso sulla parete del soggiorno che aveva di fronte.

Era incontenibilmente nervosa, e per il puro fatto che erano quasi le due e Duncan non si era né presentato né le aveva telefonato, neppure avvisata con un semplice, banalissimo SMS, palesandole in tal guisa nessuna considerazione, menefreghismo totale, maleducazione ai massimi. Quindi, per non crogiolarsi nella penosa disperazione, la sua mente aveva istintivamente optato per un bel nervosismo coi fiocchi, probabilmente una sorta di difesa per non frantumarsi il cuore prima del tempo.

Cionondimeno la divellente delusione, quel soverchiante malumore e la frenetica irritazione permanevano insopprimibili, la inducevano a sospirare a iosa, pressappoco a dare fuori di matto. Era a dir poco ferita, feralmente disincantata, i castelli in aria, se li era costruita realmente.

E gli ultimi dieci minuti trascorsero in quella sfibrante maniera, consultando ininterrottamente l’orologio, giunsero le due e lei aspettò altri cinque minuti, dieci, fino a che non si scrollò.

«Ma che fai… stupida!» E di scatto sbalzò dal divano, perché anche se fosse venuto, cosa improbabile ormai, lei sarebbe comunque dovuta andare al lavoro, oltretutto era già in notevole ritardo considerato pure il tempo occorrente per raggiungere l’agenzia, bella buca che le aveva rifilato.

E che cos’era che le faceva talmente male? L’orgoglio abbattuto per essere stata scaricata, essendosi lei aperta a lui, pur senza parlare ma nel dimostrargli apertamente che avesse bisogno di lui, che lo amasse, oppure l’indigesta certezza, il divorante dubbio che si fosse riconciliato con la moglie?

Non lo sapeva, presumibilmente erano tutte queste cose messe assieme, ma in cima, la più preponderante, dilaniante, v’era la pietosa consapevolezza di amarlo come una pazza, inguaribilmente. Purtroppo, in conclusione, lo era davvero un amore impossibile, quando, senza minimamente immaginare che sarebbe giunta a quel punto, lei ne aveva scherzato con Hollie e le si era ritorto contro, con tanto di conclamate rifiniture.

E questo perché, oltre alla situazione matrimoniale di Duncan, esisteva il dato certo che un uomo scarsamente intrappolabile come lui, specie se avesse dovuto divorziare, difficilmente si sarebbe ributtato in una relazione, quantomeno seria, essendosi tolto finalmente le catene. Ed era forse questo il messaggio di quella buca, lui non era né pronto né disposto a farlo.

Guardò Jury e amenamente lo ammonì: «Vi avevo chiesto di non farlo scappare, mai che mi facciate un favore!»

Il gatto la guardò di rimando, quasi come se le avesse strizzato l’occhio, neanche avesse capito, neanche avesse voluto dirle: «Non ti arrendere, vedrai che tornerà.»

«Si può sapere dove diavolo sei finita oggi, ti ho telefonato fino a consumarmi le dita e non mi hai mai risposto.»

Con aria pressoché distratta Majka fece spallucce, invitando con un gesto Hollie a varcare la soglia, e richiuse in seguito la porta dietro di loro.

«Non lo avrò sentito» dissimulò, mentre si avviava a testa bassa verso la sala. «Ho inserito il vibracall al telefono perché ho approfittato di questo momento di calma per riposarmi e sistemare delle questioni che avevo in sospeso in agenzia.»

«Anche ieri?»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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