Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 11

Si udì un rumore ovattato, una specie di vibrazione, era il telefono di Duncan che lui aveva collocato sul comodino dalla sua parte del letto, e lei chiuse gli occhi, li serrò, fingendo di essere addormentata, quantunque le riuscisse selvaggiamente arduo. Jury, che di regola le dava il buongiorno, nel saper bene di averla svegliata stava insistendo a sfiorarle una guancia col musetto, generandole un solletico insostenibile mediante i suoi baffi arcuati e appuntiti.

Nel frattempo Duncan, che aveva avvertito il suo telefono vibrare, subito lo impugnò e si levò silenzioso dal letto per allontanarsi dalla camera, per rispondere senza svegliare e dunque disturbare la donna.

«Eccomi, Robyn, sì, sono sveglio.»

Majka s’aggomitolò su se stessa, con un’anomala stretta al cuore che le arginò il respiro, perché quella telefonata indicava che lui stesse per andarsene, che fosse in procinto di uscire dalla sua vita.

E non se la sentiva, no, non riusciva anche soltanto ad immaginare che non lo avrebbe più visto, che non avrebbe più potuto divinamente conversare con lui, magari solo guardarlo in quei suoi magnetici occhi dal menta iridescente, così chiaro e limpido da potersi materialmente tuffare in essi, penetrare attraverso essi, ora, all’interno della sua anima, così pulita ed esposta, svincolata a lei.

«Perfetto, dammi mezz’ora, arrivo.» E Majka si contrasse sino allo spasimo, allorquando lo avvertì slacciare il suo bagaglio per estrarne gli indumenti e vestirsi.

Duncan si recò nella stanza da bagno e dopo dieci minuti era già di nuovo in camera, lei che percepì un inebriante profumo di dopobarba inondare la stanza, unico e devastante, e si ritrasse ancor più su di sé, incominciando ad intristirsi, smisuratamente, a tremare quasi convulsa, assurdo, ma stava pressappoco per impazzire.

Senza rimarcare quel suo segreto, infausto stato d’animo, Duncan sistemò il suo bagaglio e, prima di afferrarlo per uscire, si appressò al bordo del letto e s’inginocchiò per salutarla.

«Majka?» le sussurrò, così soave che lei rabbrividì a profusione, pur cercando di contenersi, di non fare la sciocca, per cui aprì gli occhi e timidamente lo guardò.

Lui le sorrise tenero, approssimò una mano al suo volto e la carezzò affettuoso su una trepida guancia. «Io vado via, grazie.»


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Majka accennò un assenso, imponentemente turbata, non voleva che lui se ne andasse, soffriva sempre più della trafiggente paura di non poterlo mai più rivedere. Avrebbe quasi voluto pregarlo, pregarlo di non andare, di rimanere lì con lei, che lo avrebbe ospitato fin quando lui ne avesse necessitato, fin quando lo avesse desiderato.

Eppure non riuscì a dirgli nulla, si trattenne a fissarlo muta, pertanto Duncan, dopo averle sorriso ancora, amorevolmente, si rimise in piedi per abbandonare la stanza.

Lei permase in quella posizione, fissa ma agitata, forsennatamente fremente. Ma appena udì la porta d’ingresso schiudersi, impulsivamente balzò giù dal letto e lo rincorse, inciampando coi pantaloni della tuta che le erano scivolati via per l’energica propulsione e che lei lasciò lì in terra per non dissipare tempo, i capelli che con quell’esagitato slancio le si erano sciolti prepotenti dallo chignon, quasi a corto di fiato allorché lo raggiunse e lo bloccò sull’uscio, afferrandogli leggiadramente un polso per farlo voltare.

Volgendosi nella sua direzione lui la guardò incuriosito, sorpreso ma sempre amorevole, e lei dapprincipio faticò a parlare, non solo per il respiro affannato dall’emozione che non arrivava a ristabilire, ma anche per reperire le parole appropriate da pronunciare, per non dimostrarsi capricciosa né comportarsi alla stregua di un’adolescente stracotta, quando d’improvviso lui la precedé, prendendole morbidamente una ciocca di capelli tra le dita.

«Li hai tagliati.»

«Sì, ieri pomeriggio» annuì trepida e tuttora ansimante, ancorché stesse man mano iniziando a sedare la sua agitazione.

Lui depositò il bagaglio a terra e le carezzò la testa con entrambe le mani, lisciandole i capelli per la loro intera lunghezza fino alle punte che le arrivavano poco fin sotto il collo, un taglio netto, come forse la sua intenzione con il passato, recente o remoto, visto che prima di quel taglio le arrivavano a momenti fino alle natiche.

«Che cosa vuoi dimenticare, Majka?»

Lei dimenò il volto in segno di non aver capito, o forse sì, e magari era vero, era l’esperienza con Malcolm che aveva voluto indelebilmente troncare, cancellare in via definitiva dalla sua mente. Quindi lo fissò con le labbra socchiuse, maestosamente impressionata per come lui fosse in grado di leggerle dentro addirittura con questi ordinari, ma significativi gesti.

Effigiò uno sguardo titubante, forse smarrito, e Duncan s’inclinò per baciarle dolcemente una guancia, così caldo e coinvolgente che lei chiuse gli occhi, volò.

«Io non ti dimenticherò» le mormorò lui delicato ad un orecchio, facendole infine evincere le premesse della sua precedente domanda, e senza guardarla riafferrò il suo bagaglio e prese la porta, prese la via del ritorno.

Dinanzi a quella veduta lei s’impalò, cercò di ragionare, di seguire un filo logico, di farsi sopraffare dal distacco, calma e serenità, che fosse più vantaggioso così, sano e coscienzioso, ma furono sufficienti pochissimi minuti che gettò tutto al secchio e si fiondò verso la porta. Scese le scale di corsa, a piedi nudi, a rincorrere il suo destino.

«Hollywood, Pantages Theatre» richiese Duncan al tassista, e l’auto si mise piano in moto, frattanto che lui sospirando lieve, s’accomodava meglio sul sedile.

Però d’un tratto accadde che, d’istinto, i suoi occhi andarono allo specchietto retrovisore e vi scorsero il riflesso di Majka che da lontano, ferma sul portone del suo palazzo, lo osservava andare via.

«Accosti» dispose in un ulteriore impulso, e il conducente del taxi obbedì.

Adagio Duncan scese dall’autovettura, e a quella vista lei, esaltata, felicissima che lui si fosse arrestato appena averla vista, iniziò a correre verso di lui, veloce, sussultante, finché non si ritrovò tra le sue braccia, avvinghiata alla sua schiena, mentre Duncan la stringeva forte a sé. Con un palmo le cinse la testa e gliela sfiorò in un premuroso bacio.

In quel meraviglioso abbraccio Majka si accoccolò tremula sul suo cuore, stava efferatamente tremando dall’emozione, non era più capace di parlare, neanche di articolare una singola sillaba. Perciò stette così, a farsi stringere, a farsi colmare.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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