Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 11

Era sceso il buio, e Duncan si svegliò quasi di soprassalto. Eresse il capo per guardarsi intorno e sulle prime rimase un po’ disorientato, non riconoscendo il luogo in cui si era destato, forse per quel sonno profondamente prolungato che lo aveva indotto a smarrire la cognizione di questa nuova realtà.

Si mise seduto e scosse la testa piuttosto rintronato, poi osservò il letto, la stanza, scorse un orologio sul comodino e rilevò l’orario. Erano le nove e trenta.

«Diamine, questo sì che è dormire.» E ancora sbalordito, si alzò per recarsi in soggiorno.

Appena aprì la porta si ritrovò nella penombra, era presente solo la luce proveniente dalla Tv, regolata sul mute, che aveva di fronte ed illuminava fioco il soggiorno. Ma non c’era nessuno per la stanza e il divano posto di spalle al corridoio dove si era fermato lui, sembrava vuoto.

«Majka?»

Lei non rispose, non si percepì nemmeno un fiato, quindi mosse qualche passo per addentrarsi nella stanza, presupponendo che fosse uscita dimenticando il televisore acceso. Lo raggiunse e fece per spengerlo quando, alla sua comparsa, uno dei gatti saltò giù dal divano per andargli incontro e sfregarsi ai suoi pantaloni.

Lui sorrise addolcito per l’accogliente saluto ricevuto, s’inchinò per carezzarlo e guardò in direzione del divano per adocchiare l’altro, ma ciò che vide lo quasi tramortì.

Majka era lì, sdraiata su un fianco e tutta rincantucciata su se stessa, dormiva accartocciata da un plaid tra cui aveva il volto seminascosto, setosamente incorniciata dai bagliori dello schermo televisivo che la raggiungevano ad illuminarle la nivea, fresca pelle del viso e l’oro dei suoi capelli. Era bellissima.

Istantaneamente si avvicinò e s’inginocchiò dinanzi al sofà, sollevò la mano e le sfiorò con le dita una rosea guancia per svegliarla, ma poi lo ritenne un peccato, forse mortale, a disturbare un così etereo sonno. Sicché le infilò adagio, delicatamente le braccia sotto il corpo, e la prese in braccio con tutto il plaid per condurla nella stanza da letto, la distese su di esso e la coprì con il lenzuolo.

E rimase per un po’ così, a contemplarla, a sfiorarle senza posa le seriche ciocche di capelli che spuntavano dal suo chignon rimediato. Era proprio incantevole, anche con gli occhi chiusi, senza quel lustro verde persiano che le brillava sempre, in ogni suo stato d’animo, senza mai spegnerli, anzi, a tratti ancor più brillante, abbagliante, particolare come lei. Una donna che poche volte gli era capitato di conoscere, che all’inverso di numerose altre, per qualche ragione altrettanto particolare anziché ostentare, eclissava le proprie qualità non soltanto artistiche, sempre riferito al contesto in cui l’aveva conosciuta, bensì anche quelle più intime, propriamente umane, il che di certo non la sovveniva ad esprimersi al meglio, benché avesse dato moltissimo nello spettacolo. Pertanto non immaginava neanche cosa sarebbe potuta diventare, cosa avrebbe lei potuto dare, quando avesse raggiunto il suo equilibrio in tal senso.


Advertisment

loading...

Poi fu richiamato da un miagolio, uno dei gatti che era balzato sul letto per vezzeggiare il viso della donna.

«Te la lascio» si deliziò, gli diede un buffetto sul muso ed uscì dalla camera per andare a spegnere il televisore.

Accese le luci e si avviò verso il frigo, aveva una gran sete, bevve un po’ d’acqua e giusto in quel momento udì un bip del suo telefono cellulare. Con calma lo afferrò e constatò un messaggio arrivato, era di Janette.

Introdusse un intenso respiro, fermo con il pollice adagiato sul tasto d’apertura, ma lieve, senza ancora premerlo, però in seguito socchiuse le palpebre e mosse impercettibilmente il capo. Non voleva leggerlo, non adesso, non voleva minare quella serenità, la prodigiosa pace che avvertiva nell’aria, in questa casa talmente calda ed ospitale, mitigante, per cui spense il terminale e si sedé sul sofà con la bottiglietta d’acqua in mano.

Forse avrebbe dovuto risponderle, con almeno una parola per darle notizia che stesse bene, di non preoccuparsi, ma d’altra parte non se la sentiva di disperdere energie nel discutere con la moglie. Avrebbero senz’altro finito per litigare, dato che probabilmente, proprio comunicandole di star bene, tale stato di fatto l’avrebbe maggiormente incitata a sragionare, ad agitarsi, ad agitare anche lui, e nonostante il suo comportamento fosse condannabile, su tutti i fronti, in conclusione era stata Janette a buttarlo fuori di casa, la sua casa. Per giunta lui non aveva battuto ciglio, se n’era andato senza protestare, senza neppure un monosillabo proferito, ben sapendo di essere in torto.

Ergo, alla luce di ciò, il minimo che lei potesse fare era di lasciarlo in pace, magari di calmarsi, di consentirgli di riflettere, condizione da cui avrebbero potuto successivamente confrontarsi come persone civili, perché contrariamente all’idea di Majka, sulla sua mirabile tranquillità, lui non lo era affatto. Era furioso di essere stato cacciato da casa sua, ma nella consapevolezza di essersi comportato come un traditore, il più sleale degli uomini avendo così facilmente rinnegato un sacramento inviolabile come quello del matrimonio, s’era sforzato di non reagire, di non raccogliere insulti o calunnie da Janette, moleste istigazioni, aveva silenziosamente preparato un bagaglio e le aveva mostrato le spalle per tornarsene in teatro.

«Uhm…» mugugnò Majka, sentendosi annusare il naso dal gatto, e a rilento dischiuse le palpebre, scorgendo la luce del mattino d’attorno. Si stropicciò gli occhi e pian piano prese coscienza di essere distesa sul letto, senza ricordare come ci fosse finita.

E s’irrigidì, si ruotò d’istantanea volata col busto per guardarsi alle spalle e verificare la situazione, che vide sdraiato accanto a sé Duncan che dormiva supino, con il viso rivolto alla propria sinistra, ovvero dalla parte opposta alla sua.

Restò ad osservarlo, non riusciva a discernere se stesse dormendo o se invece fosse in dormiveglia, poiché da quell’angolazione non se ne distingueva l’espressione. Ma più avanti lo rilevò muoversi e con uno scatto si rimise nella sua posizione originaria, su un fianco, di schiena a lui.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *