Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 10

«Vieni, accomodati, la mia stanza l’ho già sistemata stamattina prima di venire in teatro, perciò puoi andare subito a riposarti. La camera è da quella parte, non ti sarà difficile riconoscerla perché c’è solo quella oltre alla stanza da bagno» comunicò Majka che, dopo aver depositato i due cartoni a terra accanto all’ingresso, s’incamminò per appressarsi alla zona cucina.

Duncan consentì tramite un sereno sorriso, mentre si chiudeva la porta d’ingresso alle spalle. Ma invece di indirizzarsi verso la stanza da letto si sedé sul divano, dopo aver posizionato il suo modico bagaglio affianco ai cartoni.

Lei si frenò dalla sua camminata e si girò per guardarlo interdetta, meditando sul perché non ci andasse se era veramente stanco come le aveva evidenziato. Ma fu sufficiente un semplice, ridottissimo secondo che anzidetto interrogativo svanì dalla sua mente, appena scorse i gatti balzare sul divano e cominciare con un tempo da guinness, a strofinarsi contro di lui, nientemeno a fargli le fusa.

E rimase sbigottita, immobilizzata, essendo persuasa di avere le allucinazioni.

«Non sono poi così feroci» rilevò Duncan carezzando prima uno e poi l’altro. «Sono due maschi?» Ma non udendo risposta, elevò il capo nella sua direzione, incuriosito.

Majka abbozzò un gesto affermativo, allibita, tuttora immota. Non credeva alla sua vista e per un momento, benché pazzescamente, pensò che quelli non fossero i suoi animali, o meglio, le sue belve antisociali, così come li etichettava Hollie.

«Non lo sono?» la scrutò lui maggiormente incuriosito, nel non comprendere cosa ci fosse di talmente anomalo nella sua domanda, e lei si risvegliò.

«Sì, sì, sono maschi, hai indovinato» si scrollò, e riappropriandosi di una confacente disinvoltura riprese il suo cammino verso il frigorifero per procurarsi una bottiglietta d’acqua, era assetata.

«Come si chiamano?» s’informò Duncan, frattanto che serenamente continuava ad accarezzarli.

«Quello striato di fulvo è Jury, è il più giovane ed esuberante, anche il più dispettoso, è colui che detta legge, mentre l’altro tigrato nero e grigio è un po’ vecchiotto oramai, si chiama Mousey perché a volte si muove come un topo gigante. È un po’ vittima dell’esuberanza di Jury, ma anche lui fa la sua parte, insomma, è molto affettuoso e presente.»


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«È un bel contrasto, chiaro-scuro» riscontrò, allietato dalla calorosa accoglienza che gli stavano riservando.

Majka viceversa, più che allietata, era a dir poco allucinata da quello spettacolo, tuttavia, com’era diventata la sua norma ormai, cercò di non farsi incantare, figurarsi intrappolare. Doveva restare ben vigile, poiché sarebbe bastato un cenno da parte di quell’uomo che lei sarebbe fulmineamente crollata ai suoi piedi, disintegrando pietosamente ogni buon sano proposito di girargli al largo.

Perciò fece opportune spallucce e scioltamente estrasse la bottiglia dal frigo svitandone il tappo. «Vuoi mangiare qualcosa, hai sete?»

«Non darti alcun disturbo, grazie, credo che ne approfitterò subito per dormire» declinò attraverso un cordiale dissenso del capo.

«Beh, sì, puoi andare, la camera è in ordine e…»

«Dormirò sul divano» discordò lui interrompendola, nel sistemarsi più comodo sullo schienale del sofà.

Lei si stupì, restando con la bottiglietta sospesa a metà tra il gomito e il mento, a labbra schiuse. «Perché non vuoi andarci?»

«Quella è la tua stanza, Majka, te lo ripeto, non voglio approfittare più del dovuto, già è molto quello che stai facendo per me» le esplicò, mentre proseguiva ad accarezzare il pelo degli animali che si erano acciambellati, uno a destra e l’altro a sinistra, vicino alle sue cosce.

Majka fu affascinata per tanta educazione e discrezione, per la sua inesistente invadenza, diciamo pure umiltà, considerato il soggetto che era senza dubbio abituato a frequentare posti a cinque stelle, e che ora si accontentava di dormire sopra un misero divano dove non avrebbe neanche potuto completamente allungarsi, data la sua altezza, anche se poi aveva dormito su una poltrona direzionale. Già, necessità faceva virtù, come più volte lei aveva popolarmente sentito, tuttavia in questa occasione si ritrovava ad accertarlo in prima persona, oltretutto con un tipo per il quale non avrebbe mai immaginato un’eventualità simile. Non che lo avesse ritenuto maleducato, men che meno villano, però un pochino egocentrico sì, assai esigente, insomma, polarmente diverso da come lo vedeva adesso.

«Non ne approfitti, te lo assicuro, se ti ospito è giusto farlo come si deve, no?» s’ingentilì quindi, infiorettando un niveo sorriso scherzoso, e lui la guardò ricambiandola mediante uno dei suoi.

Eppure per il momento lui non si mosse. «Non vorresti riposarti anche tu?»

«Oh, no, io sto bene così» finse lei, giacché ad Hollie aveva asserito il netto contrario, per giunta era vero, era strasfinita, però era meglio filarsela, senza meno.

Rimise la bottiglia in frigo e disinvoltamente seguitò: «E in qualsiasi maniera devo uscire di nuovo, prevedo che starò fuori per quasi tutto il giorno.» Anche se in concreto non sapeva dove andare, soprattutto di domenica, in quanto un eventuale incontro con Hollie, l’unica persona con cui sarebbe potuta uscire, non lo avrebbe retto. Si sarebbe tradita dopo solo due pressanti parole di costei, e per di più non era nemmeno in condizioni presentabili per poterla raggiungere a Studio City, di conseguenza avrebbe dovuto perdere parecchio tempo per darsi una sistemata decente e non era il caso, non con lui lì dentro, sempre ammesso che ci fosse riuscita.

Oppure infatti, ora che ci pensava avrebbe potuto approfittarne per restituire una parvenza normale alla sua chioma, che ultimamente aveva assunto una forma irregolare, troppo trascurata, senza contare lacche e cotillon che l’avevano alquanto stressata, e magari una spuntatina ce la vedeva bene.

«Hai appuntamento con un cliente?» interpretò Duncan dal canto suo, sentendosi alquanto a disagio per averla posta in quella condizione, doverlo lasciare da solo in casa sua. Non era una situazione molto sicura per lei essendo lui uno sconosciuto, in fin dei conti.

«Qualcosa del genere» ratificò lei, annuendo vaga e dissimulante, tuttavia quella domanda le accese un’altra lampadina. Per impegnarsi buona parte della giornata avrebbe potuto recarsi in agenzia per sistemare un po’ di documenti rimasti in disordine, a causa del frenetico periodo vissuto tra ufficio, appuntamenti e teatro. «Ma tu non darti nessun pensiero, puoi dormire sul letto fin quando lo desideri.»

«Va bene, ti ringrazio» accettò Duncan, rassicurato dall’ultima frase, ma anche propenso a non elaborare ulteriori domande che potessero risultare indiscrete, e si eresse placido dal sofà. «Allora io vado.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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