Il SOGNO È SEMPRE, Cap. 1

Eppure, a dispetto di ciò, sarebbe stato appropriato raccoglierseli, principalmente per le linee del collo, la postura e il conseguente stile. Ma tale aspetto a quanto appariva non era l’obiettivo della coreografia, alquanto insensato visto che quella in oggetto non era certamente una commedia a risvolto erotico, e difficilmente una simile peculiarità di sé, sarebbe stata preponderante in tal ambito.

«Fate partire la base.»

Lei si distese in terra, la sua posizione di partenza, invero di buona parte della durata del brano, col viso rivolto di fronte alla commissione. Il busto era lievemente innalzato tramite i palmi ai lati su cui si sorreggeva a mezz’aria, i gomiti piegati a quarantacinque gradi e i capelli, in cosiffatta postura, le ricaddero in avanti come una cornice dorata, quasi a coprirle per intero il viso, in una specie di cascata indomabile.

“Sembra che dovrò imitare una pantera…” recriminò tra sé, pur non lasciandolo intendere attraverso la sua espressione, e appena la base prese il via, lei con lente e sensuose movenze, incedé carponi in avanti, procedendo sul serio come un felino che stesse puntando una sua sventurata preda.

E la performance terminò parimenti, lei che rimase sdraiata con il volto dinanzi alla commissione, ma oscillante, il torso sussultante per la fatica, a causa delle copiose energie impiegate per tutta quella sequenza di jeté entrelacé, i capelli che si muovevano in armoniosa rispondenza alla sua profonda inspirazione.

I presenti stettero in silenzio per diversi secondi, dopo che la base fu cessata, tutti immobili e dall’aria inintelligibile, un pochino ambigua, tanto che Majka bardò una limata smorfia, sostando anch’ella immota, dal fare investigante, nel repentino pensiero di essersi resa indecente, o al minimo inguardabile.

Poi uno di costoro si mosse, era sempre Springer che si ruotava per l’ennesima volta verso l’ingresso del teatro, dove lei non individuò nessuno, non lei, lei che in seguito lo vide rivoltarsi con lo sguardo diretto al palco ed enunciarle: «Grazie, ora può anche andare, le faremo sapere.» Detto questo, s’alzò per indirizzarsi all’uscita.

Majka non capì, fece ancora spallucce e si rimise in piedi, incamminandosi per ritornare nel backstage.

«Allora, come te la sei cavata?» Hollie subito la bloccò, stazionava sulle turbinose spine.

Lei rollò spiritosa la testa e diede in un’ulteriore spallucciata. «Ah, senti, non ne ho idea ancora meno di prima, qui sembrano tutti strani, sono incomprensibili… e tu?»


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«Oh!» sussultò pimpante, ondeggiando a ripetizione il suo corto caschetto corvino. «Mi hanno presa, cioè, devo fare un’ultima prova ma mi hanno comunicato che sono già nella compagnia. A te invece, che cos’hanno detto?»

«Niente di specifico, a questo punto credo di no. Mi hanno soltanto accennato che mi faranno sapere, forse un metodo elegante per darmi il benservito» valutò fievolmente.

«Come mi dispiace… peccato, sarebbe stato fantastico se avessimo potuto recitare insieme, lo speravo tanto» si crucciò, dopo l’esalazione d’un esile sospiro.

«Non ci pensare, in definitiva siamo qui per te, e tutto sommato io non ne avevo l’interesse. Non è che l’idea mi facesse proprio impazzire, anche se, a dire il vero, insomma… dopo mi è parso divertente, alla fine mi sarebbe piaciuto entrarvi» si spiacque svelando un tiepido tono deluso.

Hollie lo afferrò, e all’istante soprassedé per non deprimerla. «Ok, ci vediamo per un aperitivo?»

«Volentieri, io ho un appuntamento, e dopo andrò a casa per…» Ma sobbalzò. «Oddio… a proposito, che ore sono?» E consultò l’orologio. «Dannazione, sono in ritardo.»

Come una saetta s’infilò le scarpe senza annodarne i lacci, abbrancò con foga la borsa e gli indumenti senza rivestirsi e, comprimendoseli al busto, iniziò a correre esclamando: «Ti chiamo dopo, Hollie, in bocca al lupo!»

Majka si catapultò in direzione delle porte scorrevoli del teatro, ma non appena svoltò ad un angolo del corridoio s’imbatté in un’ombra scura comparsa all’improvviso. E, per la violenta propulsione che ne conseguì, la fece prepotentemente cadere all’indietro, di schiena, e lei sopra.

Strabuzzò le palpebre scrollando lieve la testa, confusa e frastornata. Ma in un palpito s’immobilizzò, allorquando si ritrovò quel volto davanti ad un palmo che la fissava sardonico e divertito, con un paio di occhi a parer d’un chiarissimo verde menta fluorescente, coronato da un’espressione di un carisma oltremodo sconcertante.

“O mamma…” pensò allibita. “Il fantasma dell’opera…”

E non si mosse di un sol filo, rimase anchilosata e muta, tant’è che l’uomo, tirandosi su con gli avambracci addossati al pavimento, inclinò il capo verso destra e con un sorriso finemente ironico le domandò: «Va di fretta?»

In un debole gesto meccanico, disumanamente imbambolata Majka gli accennò un , senza poter spiccicare una mezza parola, il corpo totalmente disteso su quello di lui e i palmi estesi sul suo torace, poiché per il tumultuoso impatto le era schizzato tutto via dalle mani.

«Dunque può anche alzarsi, non trova?» la sollecitò lui, seguitando a sorriderle in quella movenza sarcastica.

«Ah, sì, certo… le chiedo scusa… mi rincresce, ma non l’ho proprio vista» si scosse infine, e adagio, sempre riccamente svampita, s’accinse a levarsi in piedi.

Lui la imitò, ripulendosi dietro la schiena per eliminare la polvere che risultava abbastanza evidente dal suo abbigliamento scuro.

«Sta… sta bene?» cincischiò Majka, timida e morigerata, e lui, senza guardarla, piuttosto infastidito asserì: «Indubbiamente stavo meglio prima.»

«Senta» s’irritò, drizzando balda le spalle, risvegliatasi in un rintocco per via delle sue ripetitive, snervanti insinuazioni. «Non è colpa mia se lei se ne va in giro tutto vestito di nero, passeggiando come un gatto, anzi, come un fantasma, quindi credo che possa essere più gentile, dato che è anche un po’ colpa sua. E le ho detto che mi dispiace, le ho addirittura domandato scusa, perciò non vedo proprio l’utilità di seccarsi in questa maniera.»

L’uomo la fissò silente, speculativo, un bel po’ colto di sorpresa da quella sciorinata verve, diciamo pure temerarietà, inizialmente convinto che la donna sapesse chi lui fosse. Ma in seguito, essendo che in fondo quest’originale episodio lo stava gradevolmente sorprendendo, sagomò un impercettibile sorriso compiaciuto, senza ribattere.

Lei dilatò il torace inviperita, sentendosi prendere solennemente per il naso, pertanto raccolse rigidamente la sua roba da terra, lo fulminò con un’occhiataccia e lo oltrepassò, fiera e rimpettita.

L’uomo la osservò camminargli di spalle, e sorrise ancora.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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