D’UN TRATTO LEI, Cap. 8

«Ma dove mi trovo…» si strabuzzò Madelyn, roteando gli occhi per abituarsi al contatto con la luce.

Fece mente locale e rimembrò, rammentò quel paradisiaco posto, il meraviglioso gesto di Angel che le stava salvando in un certo senso la vita, e la fantastica giornata trascorsa insieme a lui. Mosse gli occhi per guardare affianco a sé e non lo vide, lo chiamò più volte ma lui non le rispose.

Scrollò le spalle e meditò che avesse avuto una commissione urgente, dopotutto era naturale, lui aveva i suoi impegni. La sua professione richiedeva costante attenzione e gravosi oneri, e lei non poteva pretendere che le facesse perpetuamente da baby-sitter, tutt’altro, era già tantissimo ciò che stava facendo per lei, forse persino troppo.

Poi spostò lo sguardo sul comodino per constatare l’ora e adocchiò un enorme bicchiere di succo d’arancia, un toast alla francese, il telefono e un biglietto.

Si allungò ed afferrò quest’ultimo, quello che le interessava maggiormente.

Torno il prima possibile, telefonami se hai bisogno di me, per qualsiasi cosa, anche la più irrilevante. Angel.

Effuse un risolino, beata a non finire, per quanto quell’uomo fosse premuroso, per come non ne avesse mai conosciuto uno così, in tutto, dalla sua stratosferica fisicità al suo spettacolare modo di essere. Ma d’altronde lei non era fornita di numerosi termini di paragone, essendo sempre vissuta ad Elgin, luogo in cui pochissime erano le persone del genere maschile che aveva avuto la possibilità di conoscere, anche tenendo conto dei vari stranieri che capitavano lì, e non ne erano parecchi.

Posò il biglietto, decisissima a non chiamarlo, a non seccarlo, e fece un sorso di succo d’arancia.

«Ma ora… che faccio?» s’interrogò, nel sentir istantanea la noia, non essendo abituata a stare senza far niente, ad eccezione dei giorni in cui era stata ricoverata ad Elgin, momenti in cui aveva smarrito le speranze, la voglia di vivere, non avendo più stimoli nemmeno di pensare.

E sbuffò, non poteva neppure guardare la Tv, il telecomando era collocato sull’apparecchio a sensibile distanza dal letto, per non parlare che stava avvertendo un bisogno impellente di andare in bagno. Ma per questo non poteva chiamarlo, sarebbe stato pietoso.


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Pian piano scivolò in terra e carponi, dopo molto tempo e fatica, riuscì a raggiungere la stanza da bagno, ormai estenuata, ma da un lato sollevata che l’appartamento fosse ricoperto di moquette e giganteschi tappeti, dato che era nuda. Logicamente non aveva sperperato tempo ed energie per indossare qualcosa.

«Mi pare di aver attraversato il deserto…» annaspò, mentre sopprimeva l’ultima distanza tra sé e il water.

«Adesso viene il difficile…» previde, sbuffando sconsolata, allorché giunse in prossimità del sanitario, nel dubbio di non possedere le forze necessarie per sollevarsi. Tuttavia si animò, non c’era scelta, pertanto appoggiò prima una mano sul bordo della vasca e l’altra, dopo aver alzato la tavoletta, sul bordo del water.

Ed era quasi riuscita nella sua impresa, che d’improvviso slittò, ricadendo all’indietro sul tappeto.

«Bene, ora credo di poter andare» attribuì Angel, intanto che si alzava dalla sedia dell’ufficio di Brent.

«Sicuro, grazie per essere venuto, non so che cos’avrei fatto senza il tuo solerte intervento» acconsentì Brent, guardandolo con sincera riconoscenza.

«Non ci pensare, sono io che devo ringraziare te» dissonò, con un cortese sorriso, ancor più grato di lui.

«Mi chiami più tardi, per sapere come va?»

«Sì, comunque ritorno in mattinata, dopo che Madelyn si sarà sistemata in clinica. Non posso lasciarti da solo ad occuparti di tutto, considerando che anche se tu ce la facessi, non disporresti della capacità di effettuarlo con la cura necessaria e dunque con i migliori risultati.»

Gli orientò un cenno di saluto e si diresse a casa, invaso da una bizzarra frenesia, come se non vedesse l’ora di rincontrarla, di rivederla.

In un baleno raggiunse la sua destinazione, si tolse la giacca gettandola sul divano, e a grandi passi s’indirizzò in camera. Bussò alla porta socchiusa ed entrò, ma fu intrappolato da un immediato senso di sbigottimento, quando avvistò il letto vuoto.

Tuttavia quello stupore si trasformò in terrore, nel ripensare che Madelyn non avrebbe potuto muoversi autonomamente. Ritornò in soggiorno e ansiosamente lo perlustrò, anche le altre stanze, la chiamò, poi si precipitò in bagno, l’ultima stanza, l’ultima speranza.

E un repentino smarrimento, nonché un fragoroso sgomento lo attanagliarono, scorgendola sdraiata a terra, svenuta.

«Madelyn…!» strepitò, e in uno sfavillio le s’inginocchiò di fianco, la prese tra le sue braccia e la scosse. «Madelyn, che cos’hai, perché sei qui?»

Ed iniziò a spaventarsi realmente allorché si avvide che la donna non lo udiva, e nel frattempo che insisteva a chiamarla per destarla, le sentì il polso per verificare se fosse ancora viva e lo era. Quindi la ispezionò in ogni dove per appurare se fosse ferita, soprattutto alla testa, dove aveva notato un leggero ematoma in prossimità della tempia, come se qualcuno l’avesse colpita.

Ma si scrollò, non poteva essere, tentò di rimanere calmo, inspirò per ritemprarsi e la sollevò per riportarla in camera, strettissima a sé. La distese sul letto e la coprì con il lenzuolo, la carezzò sulla fronte e sedendosi vicino a lei la invocò, sussurrò all’infinito il suo nome, pressappoco disperato nel non ricevere risposta, sentendosi impotente, ma più di tutto incosciente per averla lasciata da sola.

Si avvertì un gemito e lui dilatò le pupille. «Madelyn…»

Lei dischiuse le palpebre e stralunò gli occhi, poi si palpò la testa in corrispondenza dell’ematoma, e sprigionò un piccolo lamento di dolore.

«Che cosa è avvenuto, Madelyn, perché eri nella stanza da bagno, svenuta?»

«Io credo di aver battuto contro il bordo della vasca, quando ho cercato di alzarmi per sedermi sul water» congetturò lei, flebilmente.

«Ma perché non mi hai chiamato, te lo avevo specificato sul biglietto» si angustiò lui, debilitando la sua espressione.

«Andiamo, Angel, non potevo mica telefonarti per questo, è penoso, e poi avevo bisogno urgente, insomma, di fare la pipì» s’imporporò, mentre lo guardava di sottecchi.

Lui la elevò verso di sé per abbracciarla. «Sciocca, non devi farti simili problemi, è una cosa naturale.»

«Ok, ma non è naturale che io debba dipendere da qualcuno anche puramente per recarmi alla toilette» confutò lei, un po’ corrucciata nel percepirsi talmente incapace.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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