D’UN TRATTO LEI, Cap. 7

Madelyn ci ragionò su, allo scopo di identificare bene il senso di questa concisa esternazione. «Io non l’ho usato, Angel. Buddy lo sapeva, anzi, era stato proprio lui a propormelo, dopo che mi aveva sentita sfogarmi con Vivian sulle condizioni di papà. Ed io, anche se ero cosciente che non fosse una bella cosa da fare, che inoltre mi avrebbe creato dei grattacapi perché avrei dovuto scambiarci smielate smancerie, ho scelto la serenità di papà, lui che ripeteva sempre che formavamo una bellissima coppia, che sarebbe stato tanto felice se ci fossimo fidanzati.»

«Ma tuo padre lo sa?» analizzò, per aver cognizione di come comportarsi dinanzi all’uomo, di come dover parlare qualora si fossero incontrati in futuro.

Madelyn rilasciò un corposo anelito. «Sì, gliel’ho detto, l’ho detto a entrambi quel giorno, il giorno in cui tu sei andato via da Elgin.»

«Come l’ha presa?»

«Non sportivamente, visto che gli ho mentito.»

Angel si scostò per orientare gli occhi verso i suoi, attonito. «Aspetta, quindi tu gli hai rivelato che era una farsa, non che lo avessi semplicemente lasciato?»

«Ebbene sì, gliel’ho sfilata tutta la verità. Ho preso il coraggio a quattro mani e gli ho confessato ogni cosa, anche perché era probabile che se non lo avessi fatto, papà si sarebbe impegnato per farci fare pace e non era il caso. Si sarebbe illuso per senza niente, lì gliel’avrei davvero fatto del male, dato che gli avrei doppiamente mentito.»

«Non sta affatto bene, vero?» appurò lui, poiché per sentirsi spinta ad assumere una tale condotta, per lei che non sembrava il tipo da accettare compromessi, ridottissime costrizioni che cozzassero contro la sua volontà, indicava che la situazione fosse realmente grave.

«No, altrimenti non lo avrei mai fatto, ma siccome volevo che lui fosse tranquillo perlomeno da questo lato, ho dovuto. Papà non potrebbe neppure lavorare, la mamma non fa che combattere con lui ripetendogli le prescrizioni del dottore, ma quella è la sua vita da sempre, si sentirebbe inutile se dovesse rinchiudersi in casa. Lo capisco, anch’io sono fatta così, è dura quando qualcuno ti tratta come un invalido, e adesso riesco a capirlo più di prima, ti senti meno di niente, è veramente distruttivo.»

Lui le elargì una dolce carezza per riscaldarla. «Che possiate o non possiate fare determinate cose, Madelyn, non ha nulla a che vedere con ciò che siete voi. Devi convincertene, ed anche lui.»


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Lei si scrollò lieve nelle spalle. «Lo so, è ovvio, però sentirsi fisicamente limitati, esserlo poi a tutti gli effetti, ti limita di conseguenza anche le prospettive, la voglia di fare e andare, come se il tuo mondo fosse improvvisamente diventato minuscolo, confinato. È come se ti si chiudessero tutte le porte, diventano inaccessibili, è una sensazione strana, inquietante, non saprei nemmeno come spiegartela.»

«Lo capisco, anch’io una volta ho avuto problemi di salute, sono rimasto relegato a letto per numerose settimane. Conosco bene la sensazione, anche per me non c’erano tante speranze di poterne uscire.»

«Sul serio?» E avvilì il suo guardo, ecco il famigerato motivo per il quale Angel desiderava aiutarla.

«Sul serio, ed io non voglio aiutarti per questo» la prevenne, avendo scorto il velo deluso comparso sul volto di lei. «Non lo so con esattezza, il perché, ma non è questo, ne sono sicuro. È qualcosa di più, di meno razionale.»

«Scusami, però sai, mi è venuto automatico, è una questione di logica. Comunque ti credo, non potrei non farlo se me lo dici così» si ravvivò lei, giungendo quasi a cinguettare per quella favolosa enunciazione che racchiudeva molto più del senso espresso.

Angel le sorrise e s’inclinò per baciarla delicato sulle labbra. «L’unica cosa che so, dolce Madelyn, è che ho tanto desiderio di vederti camminare di nuovo, di vederti ancora con quel tuo grazioso vestitino.»

«Ma mi ci vedrai, grazie a te potrò nuovamente indossarlo, e magari passeggeremo insieme al lago, ti va l’idea?»

«Ci puoi giurare, anzi, non vedo l’ora.»

Angel fu destato dal trillo del telefono, consultò l’orologio del comodino e si accorse di aver dormito più del normale, ed anche fino a tardi, erano all’incirca le nove e trenta. Di norma alle sette del mattino era già in movimento, e senza l’ausilio dell’allarme sveglia.

Si alzò e si diresse in soggiorno, impugnò il telefono portatile e avviò la comunicazione.

«Angel, ti disturbo, sei in clinica?» Era Brent che esibiva un timbro di voce un po’ ansioso.

«No, in verità stavo ancora dormendo» gli riportò lui, mentre terminava di stiracchiarsi per riacquistarsi dal suo prolungato torpore.

«Che?» si sbalordì, rimuginando di averle immaginate quelle parole.

«Sì, ma che c’è?» soprassedé, nell’aver rilevato ansia dalla sua inflessione.

«Ah, sì, comprendimi, ma ho un improrogabile bisogno di parlarti, non ti avrei mai disturbato se non fosse indispensabile. Puoi venire un attimo allo studio, non ci vorrà molto, e non valuto che sia il caso di discuterne per telefono.»

«D’accordo, concedimi il tempo di vestirmi» accettò subito, senza neanche richiedergli spiegazioni in proposito, perché se Brent gli aveva formulato una simile richiesta, a fronte di quella che era la situazione, voleva ben denotare che fosse di rilevante importanza.

Ritornò in camera e si genufletté ai bordi del letto, dov’era sdraiata Madelyn, la osservò per una manciata di secondi e la accarezzò sulla fronte, indeciso se svegliarla per avvisarla. Ma successivamente preferì lasciarla riposare, in quanto sarebbe tornato da lì a poco, quindi le lasciò sul comodino un biglietto con il suo numero, insieme al cordless del telefono di casa, si vestì ed uscì.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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