D’UN TRATTO LEI, Cap. 7

«Buon Dio, e perché?» si scombinò, abortendo in tronco la sua risata.

Lui emise un dilatato sospiro. «È un po’ lunga da raccontare, comunque lei è qui, con me.»

«Lei chi?» si sbigottì, poi afferrò. «Vuoi dire… quella…» Non riusciva a ricordare il nome, o forse non riusciva a crederci, quell’uomo era diventato di un’imprevedibilità pazzesca.

«Esattamente» s’interpose lui, per sovvenirlo. «Madelyn.»

Brent a quel punto s’innervosì. «Ah, questa mi è nuova, te la sei portata a Phoenix, non ti pare di aver perso la testa, in senso negativo, ovviamente, visto che non riesci più ad essere fermo nelle tue decisioni. Cambi idea da un secondo all’altro, e non è da te, per niente.»

«Non sbagli, forse l’ho persa sul serio, ma non in base ai parametri che supponi tu» precisò lui, lasciandosi sfuggire un altro sospiro.

«Pfui, ora non verrai a dirmi che sei innamorato, perché non ci crederei neppure se lo vedessi nitidamente con i miei occhi» abrogò, ancor prima che gli rifilasse quell’inverosimile spiegazione.

«Infatti non lo sono, la situazione è più complessa» evidenziò Angel, con un tono divenuto austero, piuttosto spigoloso.

L’uomo si spiazzò. «Ossia?»

«È paralizzata, Brent, ha avuto un incidente in officina e l’ho portata con me a Phoenix per ricoverarla in una clinica idonea. Ho chiamato Cedric per richiedergli la possibilità di accoglierla nel suo centro e fortunatamente può organizzarle un posto. Ad Elgin non l’avrebbero salvata, tutt’altro, avevano già gettato la spugna dichiarandole che non avrebbe mai più camminato in vita sua.»


Advertisment

loading...

«Oh, misericordia…!» si sgomentò, senza modulare la sua impostazione di voce. «È terribile, perdere l’uso delle gambe dev’essere una vera condanna a morte…»

«Puoi dirlo forte, amico, ma se la vedessi, non si è lamentata neanche una volta, è straordinaria» si rischiarò Angel, inebriato dalla Madelyn che stava conoscendo. Il suo istinto non aveva fallito, affatto.

«Sì, beh, è eccezionale, io ancora starei piangendo come un bambino» condivise, in un tono corposamente volitivo. «Ok, tu stai a casa tranquillo, ti occorre qualcosa?»

«No, ti ringrazio, verrò domani dopo averla accompagnata in clinica» declinò, seppur poco determinato nella sua inflessione, poiché avrebbe desiderato starle accanto, tuttavia non reputava giusto caricare il socio delle sue responsabilità allo studio.

«Angel, se vuoi rimanere con lei, domani, per rassicurarla o per farla ambientare, non porti alcun problema, seguirò io i tuoi appuntamenti» si prodigò Brent, nell’aver pienamente inteso che lui desiderasse stare con la donna.

«Grazie, Brent, sei un amico, ti farò sapere se lo ritenessi opportuno» temporeggiò, intenzionato a non approfittare subito della sua disponibilità.

«Macché, per recuperare tutto ciò che hai fatto per me, ce ne vorrebbero altri cento di questi favori!» derubricò l’altro, per sdrammatizzare. «Te lo ripeto, nessuna complicazione per me, se vuoi restare con lei.»

«Grazie ancora, lo terrò presente.»

Angel lo salutò e si accomodò sul divano, distendendosi sullo schienale con il viso rivolto al soffitto, si passò una mano tra i capelli e si ritrovò a sospirare reiteratamente. Ma dopo, in un incontrollato istinto ritornò in camera, era come se avesse bisogno di starle accanto, o forse meramente di stare con lei, per cui si sdraiò sul letto, su un fianco, di fronte a Madelyn, ancora supina e sonnecchiante.

E restò così, immobile, silenzioso per parecchio tempo, forse per ore, pensando e contemplandola, percependosi nuovamente immerso in una realtà parallela, surreale, come quando gli era successo di prenderla, in un puro atto folle ed istintivo, e in ben due occasioni.

E non era il caldo, ora era lampante che fosse qualcos’altro. Ancora indefinibile, inspiegabile, ma c’era dell’altro.

D’improvviso lei si mosse, nel sonno si ruotò verso di lui, vis-à-vis, scoprendosi inconsapevolmente dal lenzuolo.

Angel la ricoprì, e lei a quel leggero frusciare si destò. I loro occhi s’incontrarono, si osservarono, silenti ma espressivi, poi Madelyn gli sorrise nivea, sollevò sinuosamente un braccio e lo carezzò sul volto.

Lui rimase a guardarla taciturno, forse stregato, e lei, dopo essersi mordicchiata le labbra, gli si fece più vicino. Lo baciò sulla bocca, lo abbracciò, e scostandosi per raggiungergli con le labbra un orecchio gli sussurrò: «Viviamolo adesso questo momento, chissà quando ci ricapiterà.»

Angel s’inebriò alla melodiosità della sua fievole voce, alla cadenzante armonia di quei gesti, e senza pensarci un secondo, ulteriormente suggestionato, si sdraiò su di lei, infilandosi tra le sue gambe e avvolgendogliene morbidamente una con la mano per spostargliela lungo un fianco, nel proposito di farsi attorniare da esse.

Le passò una mano sulla fronte. «Questa volta però, non credo che riuscirò a resistere.»

«Non devi» eccepì lei, sottovoce, illuminando l’azzurro non più opaco delle sue iridi.

Angel avvicinò un pollice alle sue labbra per carezzargliele. «Madelyn…»

«Sst» brusì lei, coprendogli a sua volta la bocca con le dita. «Non dire più niente, Angel.» E si protese verso di essa per baciarlo. Con i sericei palmi gli fasciò la nuca e gliela strinse con energia, mentre rendeva pian piano più accattivante il suo bacio, il contatto con la sua pelle.

Lui a quel setoso sapore, a quel calore, a quell’ammorbante intensità, incominciò prepotentemente a contrarsi, ad essere predominato dal poderoso desiderio di possederla. E benché si fosse ripromesso di non toccarla mai più, non prima che fosse guarita, dacché desiderava che lei lo sentisse in tutti i sensi, partecipato integralmente ad un atto d’amore, in quell’istante i suoi propositi si dissolsero. Così, ricambiando attivamente il suo bacio, adagio si sfilò i pantaloni e si unì a lei, circondandola ai fianchi per sollevarla verso di sé, per congiungerla totalmente a sé.

Madelyn rabbrividì a questa unione, perché lo sentì, sentì lui che si muoveva dentro di lei. Non percepiva le sue mani che l’avevano fasciata sotto le natiche per comprimersela contro, non sentiva le proprie gambe che con quella presa lui le aveva sollevato, però lo sentiva dentro di sé, incredibile.

«È una magia…» si stordì, quando lui le abbandonò le labbra per assaporare la mielata tessitura del suo collo.

Angel erse il viso e la guardò sensivo, un’espressione accesa, infiammata, miscelata tra incombente desiderio e tenerissima indulgenza. «Questo significa che non è talmente grave come pensassimo, che sei già pronta per guarire.»

Lei agitò il capo per dissonare. «No, sei tu, Angel, sei solo tu che riesci a farlo, a farmi sentire così.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *