D’UN TRATTO LEI, Cap. 6

«Vuoi andare davvero con lui?»

Madelyn accennò un assenso. «Sì, mamma.»

La donna si fletté verso il sedile e le baciò la fronte. «Facci sapere dove andrai, va bene?»

Lei a quella domanda guardò Angel, in piedi dietro la madre, che ricevé all’istante la tacita istanza di supporto inviata.

«Mi occuperò io di vostra figlia, signora, conosco numerosi centri di riabilitazione motoria a Phoenix che facciano al caso nostro. Non abbia paura, sceglieremo il migliore.»

La madre si turbò, diede subito in incontrollate lacrime. «Lo spero tanto, spero tanto che si sistemi tutto. Mio marito si sente terribilmente in colpa, e non vorrei che…»

Angel le adagiò una mano sulla spalla per rassicurarla. «Non tema, parlerò io con suo marito, lui non ha nessun motivo di sentirsi responsabile, e poi Madelyn guarirà, ne sono sicuro.»

«Grazie, grazie mille…» si angosciò, pur inestimabilmente sollevata che ci fosse lui ad aiutare la figlia. «Però… io non so se…»

«Cosa?» la incitò Angel, con una gentilezza così piena che Madelyn s’incantò.

«Beh… quanto ci verrebbe a costare, io non so se potremmo permettercelo…» manifestò, scoraggiata da ciò, poiché tale era l’unico limite che potesse impedire loro di almeno tentare.


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«A questo non deve assolutamente pensare, lei cerchi di stare tranquilla e di tranquillizzare suo marito. Al resto ci penserò io» la rincuorò Angel, amabilmente, mentre richiudeva lo sportello del lato passeggero dov’era seduta Madelyn.

«Ma io… non so se possiamo accettare, mio marito non sarà d’accordo, io…»

«Signora, il denaro non vi occorre. Sono fornito di svariate conoscenze in città, anche in quel settore, e non si rifiuteranno di prodigarmi questa cortesia.»

«Grazie, signor Wild, non finirò mai di ringraziarla per quel che sta facendo per noi.» E gli rivolse uno sguardo d’immensa gratitudine.

«Nessun problema, per me è un piacere.» Angel le diede la mano per salutarla. «Vi avviseremo non appena Madelyn sarà ricoverata.»

La donna acconsentì, con le lacrime di poco scemate dagli occhi, salutando la figlia con una tremula mano, e Angel dopo un altro amabile sorriso, montò sul veicolo e mise in moto.

«Passiamo da papà?» gli richiese lei, dopo che lui fu partito.

«Sì, mi stavo dirigendo lì.»

Madelyn esalò un angoscioso sospiro. «Ho paura… ho paura per la sua salute…»

Lui allungò un braccio e l’attirò a sé per farle adagiare la testa sulla sua spalla. «Andrà bene, l’importante è restare tranquilli, sereni, soltanto con un simile atteggiamento mentale si possono affrontare le situazioni più dure e innanzitutto risolverle.»

Madelyn scosse tenuemente il capo in segno di beneplacito, rassicurata, riscaldata, ma più oltre si scostò leggermente per elevare lo sguardo e scrutarlo in volto. «Dimmi la verità, non è vero che il denaro non serve, intendi pagare tu?»

«Ehi, anche tu non pensarci, d’accordo?» Le avvolse tenero una mano e gliela baciò. «Se occorresse, cosa di cui dubito, per me non cambierebbe nulla.»

«Sì, ma tu… tu mi stai portando in una clinica privata, la retta sarà stratosferica, la mia assicurazione sanitaria non coprirebbe le spese, ed io non lo so se potrei renderti tutto quel denaro» contestò lei, distanziandosi faticosamente da lui per guardarlo bene negli occhi.

«Madelyn, non ti ho chiesto di restituirmelo, non potrei.»

«Allora non posso accettare» sentenziò, determinata.

«Non dire sciocchezze.» E la tirò di nuovo a sé. «Io desidero che tu stia bene, il denaro non ha importanza.»

Madelyn si fece confusa, vorticosamente intontita da quelle parole. «Ma perché, noi non ci conosciamo per niente, ed io ti ho trattato malissimo, sono stata arrogante e maleducata. Perché stai facendo tutto ciò?»

«Te lo ribadisco, non lo so.» E le tracciò un sorriso alquanto ironico. «Magari sarà colpa del caldo, che ne dici?»

Sorrise anche lei. «Può essere.» E mosse il viso per dargli un istintivo bacio sulla guancia. «Grazie.»

Angel fu percorso da un brivido, non per le parole, non per il gesto, nonostante che avessero contribuito, bensì perché stava riscoprendo, o meglio, confermando quello che aveva sentito su di lei, a parte le varie razionalizzazioni che presumibilmente lo avevano un po’ depistato, ma comprensibile, doverose, in quanto di regola le percezioni fuorviavano. Era la mera realtà che contava.

Eppure c’era da ricredersi, all’eclatante evidenza dei fatti, perché oramai aveva inteso che Madelyn agiva, si comportava schermata da uno scudo, forse disponendo le mani avanti più di lui, razionalizzando più di lui.

Cionondimeno le bastava poco per aprirsi, per concedersi. A prescindere dall’intimità vissuta su quel prato, lei aveva percepito che poteva attuarlo, così come quando gli aveva confessato la piccola menzogna sul suo fidanzamento, laddove avrebbe potuto benissimo evitarlo.

Lui se ne stava andando, magari non lo avrebbe più rivisto, ma lei aveva avvertito la necessità di dirglielo, di sfogarsi. Aveva dato retta al suo istinto e fondamentalmente non si era sbagliata.

Il viaggio non fu lungo, stranamente, benché Angel avesse proceduto a velocità moderata. Madelyn era stata per l’intero tempo rannicchiata sulla sua spalla, chiusa ermeticamente da un braccio di lui, sonnecchiando, in una tale pace per entrambi, che non si resero conto di aver percorso più di centosettanta miglia.

«Siamo già arrivati?» dedusse lei, un po’ intorpidita, avendo rilevato che l’automobile si era arrestata.

Lui profilò un gesto annuente e spense il motore, si levò la cintura e la rimosse anche a lei. «Vuoi che prenda un paio di pantaloni dal tuo bagaglio per indossarli?»

Madelyn si mangiucchiò le labbra, indecisa. «Perché, c’è gente?»

«Potremmo incontrarne salendo l’edificio, dobbiamo arrivare all’ultimo piano.»

«Ma dove siamo?» reclamò, esaminando il quartiere dove si erano fermati, piuttosto lussuoso e all’apparenza assai rigoroso.

«A casa mia, e se tutto andrà come previsto, domani mattina ti porterò in clinica.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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