D’UN TRATTO LEI, Cap. 5

«Maddy?»

Lei issò il capo in direzione della porta, ansando, sussultante, ancora chiusa da quelle braccia ermetiche, che era come se non volessero più lasciarla andar via.

E restò con gli occhi fissi sull’uscio, incatenata, ipnotizzata, mentre Angel fissava lei, cercando anche lui di attutire i suoi ansiti, il poderoso batticuore dovuto alla conflagrazione. Poi d’istinto trasferì lo sguardo verso la porta chiusa, avendo udito il richiamo replicarsi.

Lei sospirò a fondo, sibillamente rassegnata, e mosse il viso per guardare quello di lui. Le loro labbra si quasi incontrarono, si sfiorarono lievemente, attimo in cui Angel socchiuse le sue palpebre e Madelyn, che intuì il suo impulso, specie perché era lo stesso di lei, sollevò una mano per coprirgli la bocca, per impedirglielo, per tenerlo lontano.

«No, non questa volta» pronunciò soltanto, e non aggiunse nulla. Non voleva che lui la baciasse ancora, non dopo ciò che avevano vissuto, perché sancito, seppur nella sua mente, un qualcosa che doveva rimanere distante, e quel contatto sarebbe stato pernicioso, catastrofico.

Lui si arginò, capì. Quel calore, però, il calore di quelle dita lo turbò.

«Maddy?»

Lei scattò istantanea per separarsi e sollecitamente si vestì, trattenendogli costantemente le spalle, dopo di che, una volta terminato, freddamente gli dichiarò: «Tornatene alla tua città, Angel, tornatene a Phoenix.»

Detto ciò, aprì la porta per rientrare nel capannone principale. Il padre non c’era, comparve dopo qualche minuto, concedendo così a Madelyn di ricomporsi nella sua mente, e ad Angel di recuperare la sua ventiquattr’ore dal banco.

«Ah, eccoti… ma dov’eri?» Dag guardò in corrispondenza di Angel, che immobile dietro alla figlia, esibiva un’espressione assai controversa. Tuttavia non ci badò, avvertendo la presenza di Buddy dietro di sé che lo bloccò, e non solo lui.


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Angel squadrò il ragazzo, ma non ebbe il tempo sufficiente di elaborare un pensiero, che con la coda dell’occhio intravide Madelyn che gli si avvicinava e che, dopo avergli allacciato le braccia intorno al collo, lo baciava seducente sulle labbra.

S’irrigidì, impetuosamente, e non seppe se per quel larvato messaggio che andava ad avvalorare la richiesta verbale di lei, oppure per il senso di malessere, forse di gelosia provato. O magari era soltanto nauseato, lei che si era appena data a lui e candidamente, come se nulla fosse accaduto, era in grado di baciare un altro.

E, come se ciò non bastasse, lo prendeva per il bavero, giocando con i sentimenti del poveretto, il quale era lapalissiano che stravedesse per lei, e probabilmente non era nemmeno complice della sua farsa. Madelyn stava mentendo anche a quel ragazzo, lo stava usando.

«Allora, ha deciso cosa fare, signor Wild?» lo risvegliò Dag, come ormai d’abitudine, e lui si scrollò, sia per quella decisiva interpellanza, che per riconquistarsi lestamente dall’ultimo e inopportuno pensiero perché, di fondo, francamente lo era. Sì, era una mera questione di possessività, insensata, infondata, ma era geloso.

«Mi faccia accompagnare alla stazione degli autobus.»

E gelidamente si avviò diretto all’uscita, oltrepassando i due che erano tuttora abbracciati, lei che lo osservò di sottecchi, e lui che camminando dritto e rigido, la fissò algido, apertamente disgustato.

«Io non capisco, tutta quella premura, e ora è quasi trascorsa una settimana.»

«Brent, per cortesia, non starmi addosso, ho avuto da fare. E comunque posso benissimo spostarmi in taxi, anzi, direi che è decisamente più comodo, l’ideale per non essere snervato dal traffico.»

«Tu non me la conti giusta, che cosa c’è sotto? Hai paura di rivederla?» ipotizzò l’amico, esaminandolo elucubrante in volto.

Angel sospirò, reclinando lo sguardo demoralizzato. «Non esattamente.»

«E allora?» lo placcò, a questa stringata asserzione del tutto insoddisfacente. «Gesù, non starai pensando di cimentarti in una relazione con lei?»

«Non ci penso neanche alla lontana» rigettò, freddissimo.

«Hai paura d’innamorarti?» decodificò, seppur assai scettico che potesse essere tale la causa della sua sopraffacente esitazione, perché quantunque Brent ci avesse sperato, confidato in quella determinante diversione, alla fine dei conti, sostanzialmente lo riteneva utopico.

Angel stilizzò un acre sberleffo, con fare indolente e stressato al tempo stesso. «Sembra che tu non mi conosca, lo sai che non sussistono simili rischi con me.»

E Brent, dal canto suo, raggrinzò le labbra in una specie di boccaccia. Non era più capace di stargli dietro, in quanto fatti e parole non coincidevano di una virgola. «E quindi, ricapitolando, qual è la tua preoccupazione?»

«Rideresti.»

«Può essere, ma dimmelo lo stesso» s’incapricciò, fremendo dalla copiosa curiosità.

«Non so se riuscirei a controllarmi» sintetizzò lui, inspirando ancor più stressato, ormai logorato da suindicata, conclamata consapevolezza.

L’amico proseguiva a non capire, la sua succinta forma di esprimersi lo stava progressivamente ingarbugliando. «A che proposito?»

«Che se casomai la trovassi da sola, se la situazione fosse anche limitatamente congeniale, non so cosa potrei combinare» gli svelò, comunque incredulo, dato che non era una cosa da lui, per niente.

«Serio?» si trasecolò l’altro, sbarrando la bocca e le palpebre contemporaneamente.

Angel annuì volitivo per avvalorare. «Sì, serio.»

«Ma… ma…» ciangottò, ora la sua confusione era di genesi dissimile ma triplicata, se non di più. «Che ti ha preso, anzi, che diamine di effetto ti fa?»

«Ah, non ne ho idea, se lo sapessi ci sarei già ritornato in quello stramaledetto villaggio, un inferno peggio dell’inferno, in tutti i sensi.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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