D’UN TRATTO LEI, Cap. 4

«E va bene, senti, mio padre sta male, ok, ti va bene così!» gli spiattellò brutalmente, ormai giunta al limite.

«E questo, cosa c’entra?» insisté lui, senza lasciarla andare, avendo intuito che solo con tale sistema lei sarebbe crollata.

E infatti, sotto quell’assedio, spuntarono un paio di lacrime sul viso di lei. «Sta morendo, dannazione, e desidera che io mi sposi e che crei una famiglia tutta mia, sto fingendo, capisci, sto fingendo per farlo morire felice! Io non sto con Buddy, non sto con nessuno, ma che cosa devo fare, eh, me lo spieghi! Che cos’altro potrei fare, io non posso guarirlo, non posso far niente per evitarglielo, l’unica cosa che posso fare per lui è questa, vuoi condannarmi ora!»

Lui si lasciò cadere quella mano, sgomento, e Madelyn ne approfittò per dargli le spalle.

«Adesso puoi andare, vattene… vattene via…»

Angel rimase immobile per svariati secondi, scioccato, ma ci fu un altro inespugnabile impulso che lo condusse dapprima a posare la ventiquattr’ore sul banco, e in seguito a sollevare un braccio per afferrarle di nuovo il polso, trascinandola con sé nel ripostiglio che fungeva da spogliatoio.

«Ehi…!» si ribellò lei, che stava inciampando mentre lui di forza la tirava, ma non ebbe la possibilità di reagire, che Angel la chiuse dentro con sé.

La prese per le spalle e la spostò in corrispondenza del muro, le tolse il berretto e Madelyn, destabilizzata, mosse la testa per farsi scivolare la capigliatura lungo la schiena, sotto lo sguardo indecifrabile di lui, però fulgido, impagabile, lui che innalzò le braccia ed intrecciò le mani tra quei capelli che diffondevano un profumo accattivante, oltremodo invitante, ma più del resto il suo sericeo manto cutaneo, quelle sue deliziose, calamitanti labbra, tanto da incalzarlo a catturargliele. In un ansito si chinò e la baciò.

Lei tentò di resistere, questa volta sì, pur nonostante bastò il primissimo contatto con la sua magnetica bocca, irresistibile, che soccombé immediata al facinoroso calore di essa, a quel reiterato, prelibato sapore.

Per alcuni istanti si aggrappò artigliante alle braccia di lui, disorientata, copiosamente indecisa, ma poi si lasciò pervadere da questa rediviva, strepitosa sensazione, e spostò le mani per cingerlo alla schiena, per stringerlo.


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Angel si addentrò in quella setosa bocca, tra quegli inebrianti capelli, le imprigionò la nuca e se la tirò contro, in un nuovo, imperante incantesimo che non gli offrì la facoltà di ragionare, di responsabilmente fermarsi. Adesso avrebbe potuto eseguirlo, sia per averlo già vissuto e pertanto più preparato a combattere uno stimolo affine, sia per il contesto ancor più scomodo, rischioso del primo.

Eppure entrambi non se ne curarono, presi com’erano da quel rinnovato, magico magnetismo che li spingeva, pressava uno contro l’altra. E in un ulteriore atto sragionato si ritrovarono a toccarsi, lui le slacciò la chiusura lampo della tuta e lei gli sfilò la giacca, seguitando a baciarsi, persi, avidi.

Angel la sollevò per farla sedere su un ripiano, le esplorò la rovente epidermide del collo e terminò di denudarla. Madelyn invece non ebbe il tempo di togliergli la camicia, volendosi deliziare del contatto, della vista della sua superlativa pelle, poiché lui in un soffio la privò dell’ultima barriera rappresentata dagli slip e la prese, com’era accaduto la volta precedente, nello stesso modo, nelle medesime movenze morbide ma assetate, e lei parimenti.

Però stavolta fu più intenso, quell’atto più motivato nella sua manifestazione. Di base non era più una semplice follia, c’era qualcosa di individuato, di ravvisato da ambedue, anche se non collocato, impossibile da spiegare.

Lei si sentì barcollare, gli si legò alle spalle e tuffò la fronte su una di esse, tra il tessuto della soffice e fragrante camicia, soffocando come di regola i suoi ansiti, trattenendosi per non deflagrare, forse per non impazzire. Ma ci era vicino, perché se questa era o non era un’avventura, era comunque la cosa più bella che avesse mai vissuto con un uomo, sia per le singolari sensazioni divampate, sia per com’era lui.

Era scioccata dalla tenerezza che era capace di sprigionare attraverso la sua passionalità, il suo calore, come se per Angel, inspiegabilmente, non fosse mera carnalità, e non perché in particolare con lei, bensì perché Madelyn avvertiva che lui era precisamente così. Era come se immergesse in un tale carnale rapporto, la tipica sensibilità femminile, percepiva che la sua seppur virile sessualità, non ambisse al puro piacere, non era sfogo ormonale a guisa degli uomini comuni, anche per una singola avventura fatta di sensi.

E quell’assurdo e sciocco pensiero la stordì, era tecnicamente impossibile, lui era un uomo ed ergo viveva il sesso come un uomo, innanzitutto con una donna sconosciuta. Perciò, l’unica spiegazione che nebulosamente riuscì a conferirsi, fu che Angel possedesse il potere di plagiarla, di suggestionarla a tal punto da indurla a pensare ciò che voleva lui, da indurla a commettere ogni genere di pazzia, come la presente, cosa che non aveva mai fatto, neanche con persone che conosceva, o quantomeno non aveva mai vissuto storie da una notte e via.

Angel si sentiva frastornato, rimescolato tra biasimi contro se stesso e un desiderio incoercibile di continuare, combattuto ed estasiato, ai sensazionali antipodi, finché d’un tratto non si sentì percuotere da quel desiderio che si accingeva ad ottenere sfogo, incombente. La strinse ad avvolgerle interamente la schiena con le braccia e le fasciò la testa con i palmi, la baciò sui capelli, sulla tempia, sulla guancia e dopo cercò le sue labbra, bramoso di sentirne la sensuosa tessitura, però lei rimase così, con il volto nascosto sulla sua spalla, facendosi invadere dall’attimo impietoso, che in una scintilla li colse, li tramortì.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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