D’UN TRATTO LEI, Cap. 3

Lui socchiuse le palpebre, rimirò quegli occhi e poi la sua bocca, quella bocca che lo chiamava, che urlava tacitamente di essere un’altra volta posseduta, e in un ulteriore, inopinabile impulso si chinò e la baciò ancora, entrando lento ma vorace in essa, con una sensualità talmente vertiginosa, disarmante, che Madelyn si lasciò invadere senza un minimo cenno di protesta. Le sue mani partirono inconsapevoli per circondargli la vita, intrufolandosi quasi in simultanea sotto la setosa camicia per toccargli la pelle torrida e imperlata, ma soffice, di un polarizzante che aveva dell’assoluto incredibile.

E le risalì, fino a carezzargli, palpargli sinuosa le scapole, lui che a tali tocchi si contrasse al colmo, intensificò sempre di più quel bacio, premé con il suo corpo contro di lei, sensuoso ma rigido, a causa del suo desiderio che ribolliva, s’infiammava unitamente al suo stesso derma sotto quelle carezze delicate ma suadenti, fraudolentemente avvincenti.

Ma ad un successivo gesto di lei, lei che riscese ambedue le mani per accarezzargli la pelle al termine della schiena, quasi ad infilarsi dentro la cintola dei suoi jeans, Angel, che decrittò subito quel velato messaggio, riscese anche lui un’avida mano, costeggiandole il corpo sussultante assetato di lui, divinamente arrendevole.

E gliela arrestò sotto la natica, la avvolse per quel sito con un arso palmo e se la congiunse, la spinse mediante la reificazione della sua bramosia di possederla, l’ebrietà di questo prodigioso contatto. La surreale, magica atmosfera di quel momento così sublimemente portentoso.

Al percepire quella stordente pressione, la sua virile dimostrazione di cupidigia, di dirompente desiderio, Madelyn si sentì pervadere anch’ella da un incontenibile desiderio, muto, sordo alla razionalità a cui esso sarebbe dovuto soccombere. Incoscientemente mosse una gamba per sgusciarla via da quelle di lui, per chiudergli i fianchi con le sue, per offrirsi.

Lui non attese, in un palpito le fu dentro, e quell’improvvisa unione le procurò una vertigine colossale. Lei lasciò andare la testa all’indietro ed iniziò a soffocare i suoi ansiti, sconvolta, diabolicamente travolta, nel tempo in cui Angel si spostava adagio con le labbra lungo la sua guancia, tra i capelli, facendo poi capolino sul suo collo dove s’immerse, dove divorò la squisita epidermide che si protendeva verso di lui.

E fu tutto un sibilo, tra movenze languide ma sensualissime, lei lo stringeva a sé vellutata e percettibilmente affamata, lui che nella seducente melodia dei suoi movimenti, creò tra i loro corpi una sintonia impareggiabile, a tal punto da farla sentire in traboccante visibilio. La sua dolce delicatezza, era così calda, stravolgente, che lei lo seguì in ogni suo lievissimo sussulto, lo seguì in alto, accompagnandolo anche in quei flebili aneliti e quei baci morbidi, supremi, inimitabili.

Sopraggiunse l’esplosione, così, d’emblée, come il principio di quell’unione. Eppure fu quasi tacita, lenta, fluente e sensuale come lui, lui che con il respiro arginato in gola, elevò il volto e la osservò assente ma rapito, colpito, finitamente tramortito.

E si guardarono, si fissarono per molti, stratosferici secondi, continuando a respirare con affanno, con perplessità, assoluta stupefazione, ma senza distogliere per un attimo gli occhi dagli occhi, storditi, esterrefatti.

Poi si udì una voce, un richiamo che da lontano penetrò a stento nei loro timpani ovattati, ancora dispersi, dispoticamente intrappolati in quel fluido campo magico. Ma successivamente quel richiamo si reiterò, e lei spostò adagio la testa per guardare da quella parte, tuttavia senza muovere null’altro, come se si sentisse incollata, plagiata.


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Mosse di nuovo il viso ed incontrò gli occhi di lui, lui che non smetteva di guardarla, un’espressione indecifrabile, seppur visibilmente soggiogato, bloccato, anche lui impossibilitato a distanziarsi da lei.

Ma sopraggiunse la lucidità, Madelyn a rilento si separò e lui la lasciò andare. La osservò mentre lei si infilava gli slip e in seguito il vestito, quando d’un tratto le fu alle spalle, sollevò le mani e le chiuse la cerniera dell’abito, dopo averle scostato i capelli dalla schiena.

Madelyn avvertì un brivido, restò immobile, e allorché Angel terminò la sua opera, ancora fissa in quella posizione, lei ruotò adagio il volto e gli sorrise, senza dire niente. Un sorriso che lo colpì all’inverosimile, forse assai più, di tutto il fantomatico resto che lo aveva pervaso, sbaragliato.

E ricambiò quel sorriso, ricambiò quella muta veicolazione di parole, Madelyn si accucciò per raccogliere i sandali, e a piedi scalzi s’incamminò verso il padre che la stava chiamando.

Angel rimase lì, così, statico a guardarla, indescrivibilmente suggestionato, senza fiato, poi agitò il capo e si lasciò cadere seduto sull’erba, si passò una mano tra i capelli e si sconvolse.

«Non sbagliavo, stavolta il caldo mi ha dato proprio alla testa…»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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