D’UN TRATTO LEI, Cap. 2

«È il tipo che sta parlando con tuo padre?»

Madelyn lanciò un’occhiata furtiva in quella direzione. «Sì, è lui.»

«Perbacco, quello sì che è uno straniero coi controfiocchi!» si esaltò Vivian, assai appagata da quella maestosa veduta.

«Direi, ma sentilo parlare e ti scendono le braghe all’istante, è un damerino insopportabile, presuntuoso e borioso. Se tutti gli uomini fossero così, mi farei certamente suora» s’inacidì lei, ridisponendosi di spalle. «E poi è sempre lì a lamentarsi del caldo, come se fosse l’unico problema della sua esistenza.»

«Ok, ma il fascino paga, non trovi?»

Madelyn guizzò all’indietro il mento, confusa. «Dove vuoi arrivare?»

«Che puoi anche tappargli la bocca, in certi casi le parole non servono…!» starnazzò, spudoratamente.

«Ma come sei diventata svergognata…» rilevò, fissandola un tantino sconcertata, dacché in teoria era lei ad esserlo tra loro due, o meglio, ad avere una tale infondata nomea, unitamente a quella di ribelle e spericolata. Ma questi due ultimi aspetti invece, erano brillantemente veridici.

«Oh, senti, di capolavori del genere non ne capitano spesso ad Elgin. Vale la pena di uscire dai ranghi, quando la miracolosa provvidenza ce li sbarca qui.»

Madelyn sbuffò e per l’ennesima volta si tirò su i capelli dalle spalle, alquanto indolente, già avevano dedicato troppo tempo a conversare di quel tizio. «Comunque fa caldo sul serio. Per questo, e solo per questo, non posso dargli torto.»


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«Con quella capigliatura ti credo, fa caldo al solo vederla, perché non li leghi?»

«Vorrei farli respirare ogni tanto, lì ho sempre legati e con il cappello che me li soffoca per buona parte della giornata. Di sicuro arriverò a quarant’anni senza neanche un pelo in testa.»

«Allora ti converrebbe tagliarli visto che ti coprono tutta la schiena. Tanto ti ricrescono velocemente, o no?»

«Ah, basta, mi piacciono così, io vado a rinfrescarmi» si stranì, forse per la molesta presenza che le aveva eccelsamente rovinato la serata.

«Ne approfitti?»

«Altroché, ma faccio giusto un salto, sono tutti impegnati con la festa e lì non ci sarà sicuramente nessuno.» Bevve un ultimo e rapido sorso, e posò il bicchiere sulla tavolata. «Ci vediamo fra poco.»

«A che ora aprite l’officina?»

«Io di regola sono lì verso le sei e trenta, ma logicamente per quell’ora non potremmo contattarli, sarà un po’ troppo presto» gli ricordò Dag, rinnovando la sua aria cortese.

«D’accordo, verrò alle otto» conciliò Angel, dopo un esile sospiro riequilibrante.

«Ottimo, e si goda la serata, signor Wild, la vedo piuttosto nervoso. Di tanto in tanto bisogna fermarsi, sa, il lavoro non è tutto nella vita.»

Lui accennò una smorfia. “Non per voi, a come pare, ma per noi il tempo è denaro.”

Tuttavia non ribatté, gli indirizzò un sorriso per ringraziarlo e congedarsi, che l’uomo improvvisamente addusse: «Al banco delle vivande c’è mia figlia Maddy se ha bisogno di qualcosa, se avesse la necessità di una piccola guida.»

“Grazie, ma posso farne a meno” ironizzò lui tra sé, ma anche stavolta non pronunciò alcunché.

Il suo cellulare squillò, e Angel ravvisò che si trattava ancora di Brent. «Chiedo scusa, devo rispondere.»

«Certo, certo, buon proseguimento» gli augurò Dag, e con un inchino si allontanò.

«Ohi, Angel, con tutte queste cose, prima non ti ho detto il motivo per il quale ti avevo telefonato.»

«Ti ascolto.» Ma non appena rialzò lo sguardo dinanzi a sé, Angel si pietrificò, scorgendo la figura che aveva notato prima, adesso non più di schiena, ben visibile in quel famigerato lato A, tanto da fargli bloccare ogni movimento, forse addirittura il respiro.

«Brent…» Non poté dire altro.

«Che c’è?»

«Ti chiamo dopo.» E troncò bruscamente la comunicazione, trattenendosi con gli occhi saldati, immoto, sulla donna che gli stava venendo adagio incontro, ora perfettamente identificata.

Sbaragliante nell’andatura lenta, magnetizzante, di un seduttivo oltremisura, la sua chioma dorata ondeggiava flessuosa e ipnotizzante, il volto luminoso, glorificato da un lieve make-up che pareva irradiarla, senza tener conto di quel vestito che le scopriva intere le spalle ed una sapiente parte del décolleté. Insomma, una donna, una donna che non sembrava lei, la notte e il giorno rispetto alla persona conosciuta nel pomeriggio.

Seguitò a stare immobile, sconcertato, folgorato, e lei, che mentre continuava ad incedere piano verso di lui, inclinò il capo incuriosita, ma sempre con una sottile nota sarcastica che traspariva dalla sua espressione, sinché, quando lo raggiunse per oltrepassarlo gli affermò: «Il caldo non l’ha ancora uccisa, a quanto mi sembra di vedere.»

«Come?» si scosse lui, pressappoco asservito da quella vista, e lei gli affettò un sorriso ironico, fece spallucce e proseguì il suo itinerario.

Angel la seguì con gli occhi, fisso, a dir niente ipnotizzato, tuttora impossibilitato a muoversi, a svegliarsi. Ma più avanti si scrollò e strabuzzò con rigoglio gli occhi, nella convinzione di esserselo sognato, che costei non fosse Madelyn bensì una sorella, una parente molto prossima, tanto da rassomigliarle in una maniera impressionante.

Il caldo non l’ha uccisa…” gli si ripropose di colpo in mente. Già, era lei, sia per le parole impiegate, che per l’inconfondibile tono, insolente e sardonico, tipico di quell’impertinente.

«Qui ci vuole qualcosa da bere» convenne sommessamente, e a rilento, ancora abbastanza rintronato, si approssimò a quella galeotta tavolata.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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