D’UN TRATTO LEI, Cap. 17

«Miss Sky, ottimo, stavo giusto per chiamarla.»

«Ah, sì?» Madelyn si era arrestata sulla soglia dell’ufficio dell’ispettore che si occupava del suo caso.

«Sì, abbiamo fermato l’uomo di cui ci ha parlato, non è stato semplice perché ci sono più Vincent Hagen a Phoenix, e non avendo nozione della data di nascita e delle generalità, non siamo potuti risalire al domicilio. Ci siamo recati all’officina che ci ha segnalato per richiedere i documenti dell’assunzione, tuttavia si era registrato con un documento falso, sempre con quel nome, e sul quale è indicata una residenza che invece non esiste. L’abbiamo localizzata e si tratta di un vecchio caseggiato abbandonato, ubicato in una zona limitrofa della città» illustrò, andandole incontro per indurla ad accedere nella stanza e in seguito chiudere la porta dietro di lei.

«Oh, cielo… non sarà mica un delinquente?» si rimescolò lei, dopo quella breve ma incisiva esposizione.

L’uomo le tracciò un assenso, facendole cenno di sedersi. «È molto probabile, comunque abbiamo stilizzato un identikit con le informazioni fornite dal titolare dell’autofficina e lo abbiamo identificato, cioè, abbiamo beccato un soggetto assomigliante, poiché i documenti che l’uomo portava con sé, riportavano un nome differente.»

«E allora… come si chiama?»

«Questo per adesso non lo sappiamo, ancora non prendiamo le impronte per accertare chi sia, se è schedato. Ci serve prima di tutto il riconoscimento da parte sua per poterlo trattenere, per poter procedere.»

Madelyn si angustiò, lasciandosi cadere di peso sulla sedia. «Ispettore, credo sia il caso, a questo punto, che le dica anche il resto.»

«Ossia?» si sorprese l’altro, mentre si sedeva alla scrivania.

«Oltre ad averlo scorto danneggiare la mia auto, Vincent la sera prima che accadesse mi aveva già aggredita, anche se tutto si è concluso senza complicazioni, insomma, un’altra persona è intervenuta e gliel’ha impedito» ricapitolò, intenzionata a non addentrarsi nei dettagli.


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L’ispettore si contrariò lievemente. «E perché non ce lo ha comunicato quella mattina?»

«Non saprei, reputavo che non fosse un dettaglio importante, l’avevo ritenuto una specie di incidente, che Vincent si fosse seccato perché si era costruito idee sbagliate su di me, che fosse solamente ubriaco, anche se di fondo non ne aveva il diritto. Non poteva costringermi a stare con lui, però l’episodio della mia auto è stato intenzionale, per cui ho attribuito più importanza a questo.»

«E invece ha sbagliato, datosi che esclusivamente con questa denuncia potremmo incastrarlo per bene, perché un conto sono gli atti vandalici, e un conto sono le aggressioni volontarie e le persecuzioni mirate, ripetute. Unicamente in base a simili presupposti si potrebbe richiedere un’ordinanza restrittiva al giudice, acché quell’uomo non si avvicini più a lei.»

«Eh sì, ho troppo sottovalutato la situazione…» si desolò, con un greve sospiro, ripensando alle sensate parole di Angel. Tutto ciò che le aveva detto era sacrosanto, e lei quindi, per sunto, una stupida.

L’uomo si eresse dalla sua poltrona per indirizzarsi fuori dal suo ufficio, inducendola con un gesto ad imitarlo. «Concordo, ma in ogni evenienza siamo in tempo per rimediare. Andiamo ad eseguire il riconoscimento e dopo sporgeremo la denuncia del secondo reato.»

«Sì, grazie, verrò domani.» Madelyn spense il cellulare e lo adagiò sul tavolino dinanzi al sofà su cui era seduta, divenuto la sua dimora fissa insieme al letto.

Angel la scrutava sospettoso, avendo soppesato alcune parole ambigue nella sua comunicazione. «Chi era?» la interpellò, a bruciapelo, senza troppo preoccuparsi di essere invadente.

«L’ispettore della polizia, hanno scoperto la vera identità di Vincent» gli trasmise, alquanto apatica, ormai sfiduciata, quel periodo della sua esistenza stava diventando man mano più logorante, insostenibile.

«Quindi stamattina sei andata a denunciarlo?» presuppose lui, piuttosto interdetto per la sua reazione che sarebbe dovuta essere diversa, in quanto gli agenti stavano per risolvere il caso e dunque, di riflesso, anche la loro condizione di convivenza forzata.

«Sì, ho sporto denuncia ed attualmente è in centrale, stamani abbiamo eseguito il riconoscimento e lo hanno arrestato. Hanno indagato dopo che ho raccontato i particolari della sera in cui c’eri anche tu, ho raccontato ogni cosa, perciò si sono recati al pub ed hanno saputo che c’erano stati dei testimoni fuori dal locale che avevano intravisto la scena, e sono stati rintracciati per confermare i fatti» enumerò lei, un po’ svampita, quasi assente, meditando su come diavolo avesse fatto a cacciarsi in quella inconcepibile situazione.

«E poi?» fiutò Angel, per l’esitazione che traspariva dalla sua voce, facendo nitidamente evincere che sussistesse dell’altro, qualcosa che lui non sapeva, che lei gli aveva occultato. «Che intendi per riconoscimento, per vera identità?»

Madelyn sospirò ancora. Era giunto il momento di dirglielo, anche perché lui lo avrebbe certamente scoperto in un secondo tempo, quando l’avrebbe sostenuta semmai fossero finiti in tribunale, sia come legale che come testimone, pertanto, in un modo o in un altro, ne sarebbe venuto a conoscenza.

«Quella mattina, quando sono andata al distretto, non è vero che avevo ritrovato l’auto di papà in quello stato, lo avevo visto mentre la prendeva a sprangate, Vincent aveva anche tentato di entrare nel palazzo, dato che suonando al campanello del mio appartamento non gli aprivo. Forse era convinto che fossi lì e non volessi rispondergli, e in verità l’ho denunciato solo per questo, per le persone del palazzo, per evitare che combinasse guai anche a loro, poiché per quanto riguardava me, credevo che avrebbe impiegato poco per desistere.»

«Lo avevi visto…» si sconcertò lui, scrollandosi tramortito, e di colpo gli riemersero in mente le parole di Brent, nell’attimo in cui l’amico gli aveva riportato di averla scorta al distretto. Adesso, soffermandocisi con attenzione, rammentò che in effetti l’uomo glielo avesse accennato, ossia che lei era stata testimone del reato.

«Sì, Angel, l’ho adocchiato appena sono scesa dall’autobus, e mi sono subito nascosta dietro lo spigolo del palazzo, nella via adiacente. Ho aspettato che si stancasse e dopo essersene andato via, sono risalita a casa ed ho telefonato all’officina dove lavoravo per farmi rimorchiare l’auto da uno dei carrozzieri con cui sono affiliati. Non sapevo che fare, ma poi ci ho pensato bene e sono andata alla polizia.»

«E perché non me lo avevi detto?» s’inaridì Angel, oltremodo contrariato dalla sua reiterata condotta immatura.

«Perché già così, tu mi hai trascinata qui a casa tua, volevo evitare che ti allarmassi in maggior misura.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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