D’UN TRATTO LEI, Cap. 16

Quando Angel ritornò da casa di Brent, trovò Madelyn seduta sul divano, a braccia conserte, il viso reclinato, pensierosa.

Situò il passeggino vicino al tavolo da pranzo. «Hai fame?»

Lei non lo graziò di alcuna risposta, o meglio, lo fece con una specie di querulo mugugno.

«Vuoi che ti prepari qualcosa da mangiare?» persisté, senza minimamente curarsi del suo atteggiamento puerile. «Che cosa gradiresti?»

Madelyn schizzò la testa dalla parte opposta, con il mento sollevato.

«E va bene, cucinerò io e mangerai quel che preparerò» stabilì, approssimandosi alla zona cottura dell’appartamento.

«Eh! Anche se sono tua prigioniera avrò pure il diritto di scegliere cosa mangiare e quando mangiare, o mi vuoi persino imboccare?» gli rinfacciò lei, molto più che salace.

«Non ti ho infilato le manette ai polsi, la porta è aperta» diramò lui, senza scomporsi, intanto che apriva un pensile della cucina per estrarne le stoviglie.

«No, però in compenso mi hai infilato le catene mentali, hai fatto leva su mio padre, e permettimi di dirti che sei stato molto meschino, caro avvocato» lo colpevolizzò, sibilando inacidita.

«Per quanto possa far male la realtà, è la pura realtà, e te lo sostengo con integrale certezza, dato che ci sono passato prima di te. Dunque so esattamente di cosa sto parlando.»


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«Neanche ti avessi accoltellato!» sfuriò lei, sbracciandosi galvanizzata, oltremisura spazientita per quel suo ripetitivo, sfibrante scaricabarile.

Lui la guardò significativo, freddo, ma con uno sguardo che le dichiarò che, probabilmente, lei avesse fatto addirittura peggio che accoltellarlo.

Madelyn lo percepì in uno sprazzo, quel muto ma dirompente messaggio, e subito curvò il volto verso il basso, assalita da una destabilizzante sensazione amalgamata con inquietudine e stupefazione, senza però mutare la contrarietà nella sua espressione.

Angel non le diede peso, tirò fuori il necessaire per Efren e, appena il biberon fu pronto, tolse il piccolo dal passeggino per imbracciarlo e si sedé su una poltrona, se lo sistemò al torace e iniziò a nutrirlo.

Madelyn lo osservò di soppiatto, assai furtiva, tuttavia quella tenera, stupenda vista le monopolizzò automaticamente lo sguardo, la magnetizzò. Così volse per intero il viso per guardarli, lui che amorevolmente gli porgeva il latte e il bambino che lo fissava languido negli occhi mentre con le manine stringeva il biberon, ogni tanto Angel glielo scostava e lo nettava mediante un’estrema delicatezza con il bavaglino.

Restò incantata, suggestionata da questa visione paradisiaca, annientata. E non ce la fece, la tortura era già incominciata, pensò, e di scatto si alzò dal sofà per rinchiudersi dentro la camera, dentro quella di Angel, inavvertitamente, come se fosse ancora la sua, la loro.

E stette lì per un bel po’, sdraiata, con gli occhi puntati al soffitto, finché non udì bussare alla porta.

«Madelyn, io sto uscendo, riporto il bambino alla madre» le comunicò Angel, senza aprire l’uscio.

Lei non proferì una vocale.

«La tavola è pronta, se hai appetito» soggiunse lui, ancora da dietro la porta, ma con un tono sereno, tranquillo, tanto da farla innervosire ai massimi, per come Angel riuscisse ad esserlo, al contrario di lei.

Non parlò, ed Angel non aggiunse altro, Madelyn sentì solo la porta dell’ingresso aprirsi e richiudersi.

E rimase così, non aveva voglia né di mangiare, né ancor meno di alzarsi per aggirarsi in quell’infernale paradiso, quella specie di bianca prigione, ma pian pianino, soprastata dai suoi pensieri, investita dalla spossatezza generata da quel mulinello inestricabile si assopì.

Fu destata da un delicato bussare, era Angel che stavolta aprì la porta.

«Scusami, devo prendere i vestiti dall’armadio.»

Madelyn si levò dal letto senza enunciare nulla, per lasciargli l’intimità di cambiarsi, ma quando gli passò affianco, eresse impulsivamente la testa nella sua direzione.

Angel la stava guardando in silenzio, fulgido e intenso, e lei non poté evitare di raccogliere il suo sguardo, così magnetico, sintomatico e suggestivo, sentendosi attirare verso di lui, come una sorta di irresistibile calamita che la stava tirando prepotente a sé.

Ciononostante si scosse, fece per riprendere il suo tragitto che una voce talmente musicale, a dir nulla celestiale la bloccò all’immediato.

«Madelyn.»

Lei si arrestò, era di spalle, mentre lo percepiva raggiungerla, si elettrizzò, s’infuriò, tutte sensazioni che perfezionarono la sua immobilità.

Lui adagio la aggirò, sollevò le mani e le contornò il viso, si chinò su di lei che repentinamente rabbrividì, consapevole che non avrebbe saputo resistere ad uno dei suoi dolcissimi baci, ma Angel le baciò semplicemente la guancia. Però fu così caldo, amorevole e sublime, che Madelyn chiuse gli occhi e ne fruì al massimo possibile.

Angel si rialzò con il capo, senza disgiungere le mani dal suo volto. «Lo sto facendo per te, esclusivamente per te, e non credere, anche per me è dura. Averti qui e non poterti avere, non poterti toccare, non poterti amare, ma ti prometto che agirò in maniera da non farti sentire a disagio, da non farti avvertire più di tanto la mia presenza.»

Madelyn lo guardò avvilita, sarebbe stato impossibile non avvertirla, lui era così vivido, la sua figura così passionale, energica, riempiva l’aria con il suo calore, con la sua carica vitale ed emozionale.

Angel la lasciò andare e lei sospirò, avviandosi contritamente verso il soggiorno, per mangiare, per non pensare.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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