D’UN TRATTO LEI, Cap. 15

Angel fu destato dal campanello dell’ingresso, si scosse per svegliarsi del tutto, e rilevò che Madelyn era ancora allacciata a lui che dormiva.

Adagio si scostò e scese dal letto, avviandosi alla porta.

«Gena, sei in anticipo» si tramortì, vedendola per giunta piuttosto pallida, come d’altronde recentemente, in genere gli accadeva.

«Beh, no… cioè, ho soltanto anticipato di un quarto d’ora, è un problema per te?» Poi lo vide ancora vestito, si evinceva nettamente che fosse un abito indossato il giorno precedente, essendo forse appena rincasato da una lunga nottata di svago. «Scusami, ti ho disturbato?»

In quel mezzo comparve Madelyn sulla soglia della camera, e Gena, scorgendola in t-shirt, capendo infine la situazione si orientò mortificata verso Angel.

«Perdonatemi, non volevo essere inopportuna.»

«Non lo sei, non ti preoccupare» la alleviò, indulgentemente, e al magnifico sorriso sfoggiato ad un’altra donna, Madelyn si contrasse, si distrusse.

«Vieni, Gena» la ospitò Angel, prendendo il passeggino per avvicinarlo al salotto. «Lei è Madelyn.»

«Piacere.» Gena le rivolse un cordiale e amichevole sorriso. «Scusami, Madelyn, non si ripeterà di nuovo.»

Lei assentì senza risponderle, si addentò aggressivamente le labbra e si asserragliò dentro la camera, addossando le spalle alla porta chiusa.


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«Allora, come sta oggi il mio campione?» lo sentì proferire, di una tenerezza devastante.

«Ah, mi ha fatto penare tutta la notte, era ansioso. Secondo me ha intuito che doveva venire qui e non voleva aspettare!»

«Si sarà agitato per altri motivi, magari ha mangiato troppo» immaginò lui, mentre si faceva catturare dal piccolo il solito dito.

«Oh, Angel, io non credo, Efren ti adora, forse ti ama anche più di quanto ami me» lo decantò la donna, sinceramente.

«È troppo piccolo per aver coscienza dell’amore» infirmò a sua volta, seguitando gaiamente a farlo giocherellare con il suo dito.

«Lo escludo, è molto sveglio, lui lo capisce che gli vuoi bene, e sono felice, sai, di come stiano andando le cose tra noi, e per il bambino può essere solo un beneficio. Non avrei mai sperato che tu potessi essere così.»

Madelyn dall’altra parte rabbrividì, si catapultò sui suoi abiti e a rotta di collo si vestì, poi, allorché li udì salutarsi, uscì dalla camera e si diresse lestissima verso la porta d’ingresso, senza salutarlo, senza guardarlo.

Lui rimase sconcertato, vedendosela passare dinanzi in tale maniera, alla stregua di una scheggia invasata, e la seguì fino all’uscio arrestandola per un braccio. «Madelyn, che ti prende?»

Lei si voltò sfiduciata, addolorata. «Non capisco perché non tornate insieme, sareste veramente una bella famiglia.»

Angel le si avvicinò ancor di più e le incorniciò il volto coi palmi, caldissimi. «Non è vero, e tu lo sai, lo sai chi voglio, chi ho sempre voluto.»

«Questo non cambia la realtà, voi siete fatti per stare insieme e, purtroppo per me, siete meravigliosi. Anche tuo figlio lo è, per cui mi pare strano che tu ancora non lo capisca, che tu ancora non la ami, ma presumibilmente è perché ti sei fissato su di me, forse perché non mi puoi avere. Ma quando mi avrai cambierà tutto.»

«Stai dicendo un mucchio di idiozie» si oscurò, risentito da questa sminuente esposizione. «E soprattutto mi stai ritenendo un uomo banale e narciso, viziato e immaturo, cose che io non sono, e presumo che tu lo abbia ben capito, nonostante tutto, malgrado ciò che pensi di me, della mia troppa discrezione.»

«Ce lo sapremo ridire, Angel, tra qualche anno, o piuttosto, tra qualche mese, ed io preferisco lasciarti ora, anziché arrivare ad un punto in cui tu non mi vorrai più e soffrirne sul serio, senza più avere la capacità di superarlo, almeno non come ce l’ho adesso» perdurò lei, vividamente, sin troppo determinata.

«Sono stufo, ora basta» s’innervosì, bruscamente risolutivo. «Ebbene, fai come vuoi, visto che hai la palla di vetro e puoi prevedere il futuro, quel futuro che sei tu a decidere di non vivere con me, e che sia chiaro, Madelyn, non scaricare su di me le tue paure, le tue frustrazioni, perché io ci ho provato in tutti i modi, con ogni mezzo. Mi sono umiliato, prostrato, ho calpestato il mio orgoglio e la mia dignità per te, ho pagato molto più di quanto avrei dovuto per il mio gesto che tu non hai nemmeno voluto comprendere fino in fondo, e se quella può essere la mia imperdonabile colpa, è anche l’unica, il resto lo stai decidendo tu, lo vuoi tu.»

Lei sollevò il mento e inghiottì un faticato respiro, cercando di non farsi sopraffare dalle lacrime che sgomitavano per poter sgorgare. «Mettila come vuoi, Angel, se questo può servirti a fartene una ragione, io ho deciso, anzi, lo avevo già deciso da tempo, e non si può ricostruire un qualcosa che è ormai frantumato. Sono troppi i pezzi che abbiamo perso per strada, e non ritornerebbe più come prima, nulla potrebbe esserlo.»

Angel non replicò, non la fermò, la guardò fisso e impassibile impugnare la maniglia e prendere la porta.

Ghignò tra sé. La regina di ghiaccio aveva colpito ancora, ma questo angelo selvaggio non l’avrebbe più rincorsa, né ancor meno implorata. Non avrebbe più tentato di sciogliere quel gelo, di riportarla a sé, di generare, sprigionare calore per due.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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