D’UN TRATTO LEI, Cap. 14

Madelyn si voltò smarrita, ma Angel non le diede modo di ribattere, la prese per un braccio e la fece accomodare sul sofà.

Le si sedé dinanzi, sul tavolino, ed aprì la cassetta del pronto soccorso.

Lei sostò immobile sotto quelle amorevoli cure, il viso di lui così vicino, così bello, quegli occhi…

«Angel, scusami per prima, per ciò che ti ho detto dentro il pub» proemiò, dopo un po’.

Lui rimase con lo sguardo saldato sulle sue labbra che stava disinfettando, silente, assorto, imperscrutabile.

«Io… l’ho detto avventatamente, però non lo penso» seguitò lei, piuttosto timida.

«E allora perché lo avresti dichiarato?» ritorse lui, atono.

Madelyn sospirò abbattuta, nel sentirsi colossalmente una sciocca. «Perché volevo ferirti, farti male.»

Angel rilasciò un ghigno, pensando amaramente che lei fosse pervenuta nientemeno a quel punto. Gli suonò patetico replicare ad una tale asserzione, pertanto si alzò dal tavolo per riportare la cassetta nella stanza da bagno.

«Angel?»


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Lui si volse lentamente, le spalle dritte, risentito.

«Io ce l’ho con lei, ce l’ho con te, con me stessa perché non sono come lei, per quello che lei ti ha dato e che io non posso darti.»

Angel mandò giù un intenso respiro, era superfluo ribadire il discorso, del resto le aveva già ben precisato cosa pensasse, cosa desiderasse, quindi avrebbe meramente perso tempo ed energie. Madelyn era infognata nelle proprie paure, e lui, più che tenderle una mano, supplicarla come svariate volte aveva attuato, ormai non ce la faceva più, era arrivato. «Puoi dormire in camera mia, io dormirò nella stanza del bambino.»

Detto questo le mostrò le spalle per ritornare in bagno, e allorché ne riuscì, la ritrovò rannicchiata sul divano, sdraiata, che si chiudeva concitata con il giubbetto, come se sentisse tanto freddo, mancanza di calore, ma di calore umano, dato che faceva un gran caldo. Lui si era dovuto addirittura togliere la camicia, oltre che per l’imbrattatura causata dal sangue, per la temperatura di quella serata, però forse era lui che aveva quel problema, già, non era mai riuscito a controllare il suo calore, la sua passionalità.

Le si avvicinò e la prese in braccio per condurla nella sua camera, Madelyn si annodò immantinente al suo collo, come se non avesse atteso altro, quel gesto di cui aveva fervido bisogno, e che come di consueto lui aveva intuito. Aveva sempre intuito ciò di cui lei avesse bisogno, senza che lei glielo dicesse, che glielo domandasse, un uomo speciale, ma che purtroppo non sarebbe mai potuto essere suo, come un tempo invece Angel le aveva specificato, l’ultima volta che avevano fatto l’amore.

«Mi ero dimenticata di come fosse bello quando mi portavi in braccio, quando stavo male» si raggomitolò, confortata da quella caldissima stretta.

«Immagino, sono cose facili da dimenticare. Si rammenta solo il male, a quanto pare.»

Lei rabbrividì, centrata da quella arida stoccata, dal suo tono smodatamente glaciale, e si ammutolì.

Angel la adagiò sul letto e tirò fuori una sua t-shirt da un cassetto, posandogliela sul copriletto.

«Cerca di riposare. Buonanotte.» Chiuse la porta e si sedé sul sofà a capo reclinato, avvolgendoselo con i palmi.

Lo scrollò più volte, ansando snervato, quella donna gli stava creando il germe della pazzia, lo sbatteva a destra e a manca e lui non era capace di farselo scivolare addosso, tutt’altro, s’infognava ogni volta di più. Ma questo era seriamente il limite, si stava logorando, non ce la faceva davvero più, stava per uscire di testa.

Ed ora tutto era chiaro, sì, maledettamente chiaro, perché in conclusione si stava distruggendo vanamente, non era a causa di quell’omissione, non era colpa sua se lei lo aveva lasciato, non in forma diretta. La sua colpa era di aver concepito un figlio con un’altra donna, seppure in un passato antecedente a lei, e a questo lui non avrebbe mai potuto rimediare, quindi era come se si trovasse in un vicolo cieco. Non sussisteva soluzione, né seconda chance utilizzabile, neanche per tutta la sincerità di questo mondo, la franchezza che avesse potuto espletare per riparare a quella dannata omissione.

Ebbene, tra loro sarebbe finita ugualmente, anche se glielo avesse saviamente confessato per tempo, considerando inoltre quel suo beffardo destino, rendendola incapace di procreare un figlio, tutti aspetti che l’avevano allontanata da lui, che prima o dopo, impietosamente, gliel’avrebbero tolta.

Rimase così per un po’, ma poi per buona sorte, forse avendo raggiunto la consapevolezza che non ci fosse nulla da fare, che non c’era mai stato, riuscì a ristabilirsi, più o meno. Fece per recarsi nella stanza di Efren ed acquietare il tutto con una sana dormita, eppure in effetti non aveva un granché sonno, anzi, per niente, pertanto afferrò il telecomando ed accese la Tv, in attesa di rilassarsi in toto, per non rigirarsi ripetutamente nel letto, in sostanza per non logorarsi più di così.

Trascorse un’oretta ed era ancora lì, fisso, inabissato, ma a un dato istante udì un lamento indefinito, ed abbassò il volume del televisore per identificarlo.

Tese l’orecchio e si rese conto che proveniva dalla camera, cosicché, con aria incuriosita e impensierita al tempo stesso, silenziosamente si accostò alla porta della stanza, la aprì e quel lamento defluì.

Madelyn era completamente ritratta su stessa, e stringeva il lembo della sua t-shirt con cui si era coperta per intero il volto, piangendo sommessa, sommersa dalle lacrime.

Lui si avvicinò stordito al letto e le s’inginocchiò davanti, le sfiorò la guancia con il dorso delle dita e mormorò: «Cos’hai, Madelyn?»

La donna scosse il capo, non ce la faceva nemmeno a parlare, e ad Angel si aprì in un battito il cuore, gli si spalancò. Fu come se per assurdo s’innamorò un’altra volta di lei, percependola così sofferente, indifesa, s’inclinò e la baciò tenero sulla fronte.

«Aspettami» cadenzò, morbidissimo, e si rimise in piedi per andare a spegnere la Tv e le luci del soggiorno, ritornò ai piedi del letto e, ancora vestito, si sdraiò accanto a lei.

La avvolse tra le sue braccia e la carezzò assiduamente sulla testa, fra i capelli, sulla fronte, la guancia, trasmettendole così vivido il suo calore, il suo amore, indistruttibile, vivo malgrado tutto. E lei, alle sue movenze dolcissime, si fece affagottare da quelle favolose braccia e sistemò ritrosamente il capo sul suo cuore, si avvinghiò al suo torace e tra i singhiozzii quasi sedati gli brusì: «Ti amo, Angel… ti amo…»

Lui la strinse e non disse nulla, o meglio, glielo disse con quel gesto, con il forte batticuore che gli sradicò il petto.

E lei a quella musica, quella flautata nenia, pian piano si lenì, scivolò in un soave sogno, rigenerata.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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