D’UN TRATTO LEI, Cap. 14

Madelyn annuì taciturna, tramortita, ancora impossibilitata a capacitarsi delle azioni di Vincent, che malgrado lo conoscesse da poco, non lo aveva per niente ritenuto capace di una tale violenza.

Lui non aveva mai mostrato quel lato del suo carattere, tutt’altro, era il collega con cui aveva legato di più, con cui aveva gioito, che l’aveva perfino tirata su nei momenti più cupi, ma forse era stata un’ingenua. Lui aveva assunto quella subdola condotta per avvicinarla, ammansirla e quindi pervenire a sedurla, e quando lei lo aveva rifiutato, non appena lui si era sentito rifiutato, si era imbestialito, per aver sprecato dell’inutile tempo con lei.

Angel stava pensando le medesime cose, eccetto l’origine che era differente, non immaginava che cosa ci fosse tra loro, il perché lei fosse uscita con quel barbaro. Tuttavia, pur avendo un flirt, oppure un’amicizia intima, nulla gli concedeva il diritto di costringerla a far qualcosa che non desiderasse, né tanto meno di picchiarla per indurla a farlo.

Le aprì la portiera per farla salire, lei esitò un attimo, prima di montare sull’autovettura.

«È la tua macchina?»

Lui assentì impassibilmente, aggirò il veicolo e salì al posto di guida.

«Nel portaoggetti ci dovrebbero essere dei fazzoletti di carta» le indicò, con un mezzo cenno della mano.

Madelyn si stava scrutando nei dintorni. «Era questa l’auto che avevi acquistato?»

«Sì» telegrafò lui, algentemente.

«È… voglio dire, non è un’automobile sportiva?» azzardò lei, seguitando ad analizzarla con fiorente interesse.


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«Non è neanche una familiare» decrittò Angel, sciorinandosi distaccato, sempre molto asettico.

Madelyn non ribatté alla sua precisazione, però lo era, seppur di lusso, inconfutabilmente, ma non era senz’altro un’auto da single. Quindi almeno in parte questo labile simbolo era rimasto tra loro, quello del tipo di autovettura da acquistare, anche se era probabile che lui l’avesse acquistata per quel figlio che era inaspettatamente entrato nella sua vita, che lo aveva condotto a comprarla di punto in bianco, sbrigativamente, quando invece per mesi non ne aveva avvertito la necessità, laddove era girato di continuo in taxi.

Orbene, alla fine lei era stata fuori perfino da ciò, era stata una mera coincidenza che loro ne avessero conversato proprio nel pomeriggio, il giorno in cui Angel, in effetti, già sapeva di essere diventato padre. Riprova ne era che, sul sedile posteriore, era installato un bel seggiolino da neonato, per lei un bel pugno in un occhio.

Si rimpettì ed aprì il portaoggetti, chiudendo il discorso con se stessa, e in via definitiva.

«Dove hai parcheggiato la tua auto?» sviò intanto lui, che stava mettendo in moto.

«Sotto casa.»

Angel la osservò un istante, spaginato. «Mi stai dicendo che è venuto a prenderti a casa?»

Madelyn rispose mediante una sorta di mugolio, mentre si tamponava la ferita che, a freddo, stava iniziando a procurarle fastidio, sufficiente dolore.

«Non conosci nessuno qui a Phoenix, che possa stare con te stanotte?» si allertò lui, al pensiero che stando da sola, sarebbe stata di sicuro soggetta al rischio che quel tizio avesse potuto ripetere l’atto, e stavolta concretizzando agevolmente le sue intenzioni.

«No.»

Lui sospirò, le prossime parole avrebbe altamente desiderato evitare di enunciarle, eppure non aveva alternativa, non poteva lasciarla da sola, non quella notte. «Vuoi che resti con te, questa notte, a casa tua?»

Lei si volse d’istinto e d’altrettanto istinto sussurrò: «Portami a casa con te.»

Angel restò statico con lo sguardo su di lei, allo scopo di arrivare a capire cosa significasse la sua richiesta, tuttavia non si dilungò più del dovuto con se stesso. Non l’avrebbe mai capita, ormai quella donna era per lui un mistero, era divenuta un vero e proprio enigma.

Emise un ulteriore sospiro e partì con il veicolo, dirigendosi verso il suo appartamento, ben sicuro che fronteggiare questa condizione sarebbe stata una onerosa e sfiancante tortura. Le perenni indecisioni di Madelyn lo avrebbero condotto al limite, cionondimeno non poteva permettere che lei fosse un’altra volta bersagliata da quel tale.

Non era certo se costui avesse facilmente mollato la presa e, a dispetto di come fosse finita fra loro, la amava e non voleva che le succedesse nulla, ad ogni costo, senza poi contare che lui doveva in qualunque evenienza tornare a casa sua. Non avrebbe potuto pernottare da lei, dacché Gena gli avrebbe portato Efren il mattino seguente, e Madelyn o no, quella, adesso, era la sua priorità, sarebbe stata sempre e solo quella.

«Vieni, entra.»

Angel le fece strada fino al soggiorno e si diresse nella stanza da bagno, poi, quando ne uscì, la trovò ferma, di fronte ad una porta aperta.

«Hai fatto una stanza tutta per lui…» pispigliò lei, appena lo avvertì alle sue spalle.

Angel non replicò, rimase fisso dietro di lei, immoto.

«Però le mura… il colore, cioè, il resto dell’appartamento è tutto bianco, perché le hai tinteggiate d’azzurro, perché è un maschietto?»

«Non è azzurro, è carta da zucchero» puntualizzò, con voce incolore.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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