D’UN TRATTO LEI, Cap. 12

«Dio del cielo, Angel, è più di una settimana che sei rintanato qui dentro, sei addirittura impallidito per la mancanza della regolare esposizione ai raggi solari» si esasperò Brent, mentre richiudeva la porta dell’appartamento di Angel.

Lui non ribatté a quella sinottica predica, ritornò impassibile verso il sofà e si sedé.

«Beh, non hai intenzione di uscire neppure oggi?» lo braccò l’amico, in piedi di fronte a lui, poggiandosi le mani sui fianchi in posa dichiaratamente battagliera.

Lui s’inclinò sulle sue ginocchia e si passò una mano dietro la nuca. «Non darmi addosso, Brent, non è aria.»

«Insomma, non vorrai mica rovinarti la vita così? Ma ti sei visto, in che condizioni ti trovi, sembri un vecchio trasandato che vaga per un ospizio in attesa di andare all’altro mondo» lo strapazzò l’uomo, recisamente intenzionato a non permettergli di insistere a sprecarsi in quest’assurda e grottesca condizione.

«Non drammatizzare, indosso una tuta, non vorrai che dentro casa indossi la cravatta» s’infastidì, lanciandogli un’occhiata censurante.

«Sto puramente sostenendo che devi vestirti e venire con me allo studio» s’incaponì l’altro, per nulla propenso a cedere.

«Senti, ho aspettato che tu rientrassi dalle tue ferie, non ti ho pressato, non ti ho chiamato neanche una volta, né prima, né durante, né dopo, quindi adesso lasciami respirare, ok?»

«No, se intendi distruggerti.» Poi notò un paio di bottigliette di birra adagiate sul tavolo. «Cos’è, ti sei dato anche all’alcool, adesso?»

«No, mammina» salmodiò, salacemente ironico, sgridandolo con un’altra occhiata inibente.


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Ma Brent non mollò la presa, tutt’altro, si attizzò. «E allora che significa, una volta eri astemio, si può sapere che cosa ti è preso?»

«Dovresti saperlo, socio» lo zittì, assai contrariato dalla sua pleonastica, scontata domanda.

«Certo che sì, ma questo non è un buon motivo per lasciarti andare così, di darti ai vizi e di non attribuire più nessun senso alla tua esistenza» disdegnò Brent, contrariandosi pure lui.

«Non lo ha» conclamò lui, lapidario.

«Diamine, Angel, ma ti ascolti, non ti rendi conto di delirare? Non hai nemmeno quarant’anni, c’è una torma di femmine che sta incollata alle tue terga e tu, invece che fai, ti struggi per una che malgrado tu le abbia restituito la possibilità di deambulare, in sostanza la facoltà di vivere, ti ha scaricato in quattro e quattr’otto, senza nessuna remora, senz’alcuna valida ragione, falsa e immeritevole di ciò che stai patendo per lei?»

«Vacci piano, Brent» lo censurò, stavolta indurito sul serio. Nonostante tutto, non gradiva affatto che si parlasse così di Madelyn, poiché sebbene fosse stata esagerata nella sua reazione, di base era una situazione che aveva generato lui, che seppur nell’inconsapevolezza, aveva cercato lui.

«Ah, no, tu ora mi stai a sentire. Apri gli occhi, dannazione, non idealizzarla fino ad una tale eccessiva misura, è una donna come tutte le altre, egoista e profittatrice, che nel momento in cui non ha avuto più bisogno di te, ti ha mollato. Non gliene importa una scarabattola di te, e dubito a questo punto che lei ti ami realmente, perché se lo avesse fatto davvero, di certo non ti avrebbe lasciato per una roba da niente come questa, era un pretesto, e il primo che le è capitato sotto tiro lo ha agguantato al volo» sermoneggiò, facendosi spietatamente cinico. «Posso sapere dove diavolo si è imbucata la tua spropositata dignità, il tuo imbattibile orgoglio, il continuo controllo che avevi sulle situazioni, per il quale ti sei sempre infuriato con me quando non lo avevi? Come accidenti pensi di poterlo recuperare, se non hai neppure il controllo su te stesso?»

Angel si abbrancò il volto con le mani, ancor più ricurvo su se stesso. «Vattene, Brent, lasciami solo.»

«No, non sento ragioni, io non mi muovo di qui, finché non t’infili quel maledetto vestito e mi segui al lavoro» s’incaparbì, sempre meno disposto a dargliela vinta.

«Non oggi.»

«E invece sì, vuoi distruggere anche il nostro lavoro, ciò che abbiamo duramente costruito in questi anni, la nostra società per causa sua, oltre che la tua vita?» lo svergognò, ormai partito a corpo morto. «Posso capire che forse a te non importa, ma qui ci vado di mezzo anch’io, o te lo sei scordato?»

Lui issò il volto e lo guardò sarcastico. «Vuoi instillarmi il senso di colpa, dico bene?»

«Chiamalo come vuoi, però è necessario a quanto pare, per farti finalmente ragionare» predicò, granitico. «Forza, vestiti, subito.»

«Brent, non per oggi, concedimi il tempo di riprendermi, ti assicuro che domani verrò, soprattutto perché adesso non sono in grado, combinerei soltanto guai. Non voglio lasciarmi vedere così dai nostri clienti, sarebbe deleterio, controproducente per l’immagine dello studio.»

«E sia» pazientò, inspirando rimpettito. «Ma domani mattina vengo a prenderti io stesso, fatti trovare pronto per le sette e trenta.»

«Sì, mammina» lo frascheggiò lui, di nuovo, ma questa volta benevolmente. Brent aveva ragione, anche se la espletava un tantino a modo suo, eppure era quello che ci voleva per lui, per togliersi tempestivamente dal pantano nel quale oltretutto stava trascinando le persone che gli stavano accanto, le persone che non c’entravano di un granello e che non meritavano di pagare per lui, per i suoi errori.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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