D’UN TRATTO LEI, Cap. 10

«Ehi, basta così, non lasciamoci rovinare la serata per una sciocchezza del genere, era soltanto una cena, andremo un altro giorno» la rincuorò, destinandole un fievole sorriso.

«Domani» gli promise lei, annuendo risoluta. «E se ti va, andremo anche a teatro.»

«Adesso mi suona come se ti sentissi in colpa, Madelyn, che hai qualcosa da farti perdonare. Mi stai inducendo a ricredermi, anzi, a dubitare seriamente» si adombrò, in uno scintillio.

«Ok, ok, dimenticavo che sei un avvocato.» Innalzò le mani in segno di resa, sorridendogli radiosa. «Ascolta, vado a farmi una doccia, magari possiamo uscire lo stesso, che ne dici?»

«No, va bene così, sarai stanca ed io voglio che sia speciale. Aspetterò» consonò lui, pacatamente.

«Come preferisci tu» si animò, felice che Angel fosse tanto comprensivo. «Allora mi faccio un bagno, così potrò rilassarmi meglio.»

Lui si tolse la giacca e la sistemò su una sedia, slacciandosi nel contempo il nodo della cravatta. «Intanto ti preparo la cena?»

«Perché no, ma qualcosa di veloce, mi va bene un tramezzino sul divano, con te.» E gli strizzò l’occhio, accostandosi a lui per elargirgli un’armoniosa carezza sul volto.

Lui le cinse la testa con un palmo e se l’avvicinò per baciarla sulla fronte, prima di dirigersi verso l’angolo cucina.

Madelyn si catapultò in bagno, desiderosa di togliersi tutto quel grasso e quella polvere dalla pelle. Non era più abituata a questa vita, a sentirsi imbrattata e poco femminile.


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E le sfuggì un gioioso sorriso, Angel l’aveva davvero viziata, ma benché fosse fantastico vivere in questa sorta di bambagia, doveva cominciare a riscendere con i piedi per terra, darsi da fare con quello che sapeva fare, e lei sapeva fare questo. Poco muliebre, certo, però eccelleva in quel campo ed era dunque la cosa più naturale da attuare per crearsi un’occupazione. Non poteva indiscutibilmente farsi mantenere, era fuori questione, adesso che poteva eseguirlo, che grazie a lui aveva recuperato la sua completa libertà di movimento.

Lanciò i suoi vestiti in aria e, per la foga impiegata, sbatterono contro una camicia di Angel appesa all’appendiabiti, dove si trovavano anche gli accappatoi.

«Accidenti… si sarà sporcata…» Così l’afferrò per inserirla nel cesto della biancheria sporca, ma allorché l’attorcigliò per farlo, sgattaiolò via dalla tasca un biglietto, con sopra un nome, Gena, e sotto un numero di telefono.

A tutta prima non ci fece caso, considerando che quello era il suo abbigliamento da lavoro, e costei poteva essere una cliente. Ma quando poi si ritrovò a sguazzare e a rilassarsi nella vasca da bagno, il dubbio affiorò, perché se fosse stata una cliente, lui non avrebbe trascritto semplicemente il nome di battesimo, o se non altro lo avrebbe accompagnato dal cognome.

Ma si scrollò, poteva essere un’amica, o una parente, perciò non ci pensò più. Non era il caso di fare la gelosa, soprattutto perché Angel non le aveva mai dato ragione di esserlo, né tanto meno di dubitare di lui.

Così ultimò di lavarsi, s’infilò l’accappatoio ed uscì, lo trovò sul divano ad aspettarla con lo spuntino sistemato sul tavolo, ancora vestito del suo completo, senza giacca e cravatta. Eppure le parve curioso perché di regola lui, una volta rientrato a casa, si metteva subito comodo in tuta e t-shirt.

Si tuffò sul divano e lo abbracciò. «Cos’hai preparato di buono?»

«Assaggia» si limitò a proferirle, stendendole il piatto, e lei lo agguantò sedendosi compita, seppur a gambe incrociate, in pratica non sopra di lui, come regolarmente attuava, ed Angel allungò un braccio sullo schienale del divano, a circondarle le spalle.

«È squisito…» si complimentò, banchettando deliziata. «Tu non mangi?»

«Ho spizzicato mentre preparavo.»

«Avevi fame, vero?» si svigorì lei, osservandolo dispiaciuta, prostrata.

«Mangia» la sollecitò lui, amabilmente, e lei fece fiorire un melato sorriso sulle proprie labbra.

E mangiò così di gusto, così di fretta, che d’un tratto si sentì pressoché esplodere. «Uff… ho mangiato troppo…»

«Ho notato, lo hai divorato» si allietò, sorridendole sereno e indulgente.

«Già, non mi ricordavo quante energie si consumano per fare il meccanico, senza contare quell’ora di tapis roulant» insinuò, rimirandolo faconda per dargli ad intendere che non fosse solo per questo, al contrario, le sue energie si erano prevalentemente dissipate dopo quel rocambolesco e smantellante atto d’amore, ma anche per la sofferenza fisica patita a causa del torturante temporeggiamento di Angel.

Lui sorrise ancora e le accarezzò la testa, lei che sublimata, si tirò all’indietro per mettersi comoda. Ma dopo qualche secondo iniziò a sentirsi affaticata, forse anche per la digestione, e quasi sonnecchiò, senza riuscire a tenere gli occhi aperti verso la Tv accesa.

Angel si avvide del suo torpore, le tolse il piatto e si alzò, prendendola in braccio. «Ti porto a letto, hai bisogno di dormire.»

Madelyn annuì flebile e lui la condusse fino al letto, la fece sdraiare ma lei, d’impulso, non appena la lasciò, riaprì gli occhi e a bruciapelo gli domandò: «Chi è Gena?»

Angel si arrestò, s’incupì, ancora inclinato su di lei. «È la madre di mio figlio.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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