D’UN TRATTO LEI, Cap. 10

«Non vorrei risultare antiestetica, o quantomeno sembrare un sacco di patate» si derise, con una reiterata smorfia.

«Questo mai, non potresti mai» obiettò Angel, sguainandole un’occhiata insinuante lungo il corpo che seppur avvoltolato nel grosso accappatoio, rivelava gradevolmente le sue procaci, sensuali, ma eleganti forme. «Tu cosa fai, nel pomeriggio?»

«Beh, in genere sai dove trovarmi, qui, ma credo che farò un salto all’autofficina.»

«Passo a prenderti più tardi, così vedrai l’auto nuova?» le prospettò, afferrando la giacca per infilarsela.

«L’hai presa davvero?» si eresse, fulmineamente vivificata da quella novità, come se si trattasse di un balocco destinato ad un bambino.

«No, ho fatto un rapido giro per gli autosaloni, gradivo sceglierla con te» esternò, avvicinandosi per catturarle le labbra in un lieve ma magnetico bacio.

«Scegli tu, mi fido, così mi farai anche una sorpresa.» E lo abbracciò legandosi impetuosa a lui.

«Niente Ferrari?» la stuzzicò, mentre Madelyn riluttante, lo lasciava andare.

«Io opterei per una bella familiare» alluse, fissandolo assai eloquente.

«Perché no.» Fu ancor più significativo di lei.


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«Ué, avvocatino, frena, mi prendi assiduamente alla lettera, stavo scherzando. Non vorrai per caso riempirmi subito di bebè, ora che posso spassarmela sulle mie gambe» si gingillò, seppur elettrizzata dal pensiero di formare una famiglia con lui, un desiderio che non aveva mai avvertito, neanche di un minimo, neppure lontanamente pensato. Però con Angel lo desiderava fortemente, forse perché con lui si sentiva una donna, con tutto ciò che ne concerneva, che ne conseguiva.

Lui per il momento sorvolò, avrebbe trovato un contesto più idoneo per parlarne, giacché adesso doveva muoversi. «Ok, ci vediamo dopo. Torno verso le otto, fatti trovare pronta.»

«Madelyn?» Angel guardò il suo orologio, aprendo la porta dell’appartamento. Era in ritardo ed aveva presunto di trovarla già pronta ad attenderlo, ragionevolmente anche abbastanza seccata che lui non l’avesse avvisata che non sarebbe potuto essere puntuale.

In seguito, ancora fisso sull’uscio, la sua attenzione fu attirata da un pacco piuttosto voluminoso collocato vicino all’infisso della soglia, che sulle prime non aveva notato dal corridoio, per la premura di rientrare.

Lo prese ed entrò, lo aprì e rilevò che era il vestito che lui le aveva fatto recapitare dalla boutique. Si frastornò, la chiamò e la cercò per tutta la casa ma non la trovò.

Estrasse il telefono cellulare dalla tasca della giacca e inviò la chiamata, il numero di lei era irraggiungibile.

«Ma dove sarà…?» s’inquietò, dacché Madelyn non aveva neanche l’auto, andava in giro in taxi o addirittura in autobus, ancor peggio con la metropolitana, da sola, senza conoscere bene la città. O meglio, non la conosceva affatto, in quanto dal giorno in cui si era trasferita da lui, era uscita pochissime volte di casa e soltanto per fare la spesa nel quartiere, e per di più a quell’ora, le nove passate, dove diamine poteva essere?

Cercò di restare calmo, di rilassarsi, e si sedé sul divano. Di sicuro c’era una spiegazione, primariamente perché non voleva supporre il peggio, il solo pensiero lo annientava.

Poi udì un clic, lo scatto della chiave all’ingresso, e balzò in piedi per raggiungerla, distinguendola rincasare con un’aria alquanto spossata.

«Madelyn…» si risollevò, andandole incontro, e la strinse, la travolse immediatamente tra le sue braccia.

Lei si scombussolò alla sua trepida accoglienza. «Ohi, che hai, perché tremi?»

«Tesoro.» La rimproverò con lo sguardo. «Perché non mi hai avvisato, dove sei stata?»

«Ah, sì, scusami se non ti ho avvertito, è per quel lavoro, mi hanno presa e mi hanno fatto incominciare da subito, dato che avevano una consegna urgente per un cliente importante. Ecco perché si è fatto tardi, non mi sono neppure accorta dell’orario, il tempo è volato.» Poi adocchiò la scatola aperta sul tavolo. «Oddio…» E si coprì la bocca con una mano, rammentando solamente adesso il loro programma per la serata. «La cena… perdonami, mi ero dimenticata.»

Lui restò un po’ deluso, anzi, trapelò dalla sua espressione che ci era rimasto molto male.

«Angel, ti giuro, non l’ho fatto deliberatamente, l’ho proprio dimenticato, e non perché non era importante, sei tu la cosa più importante» si barcamenò, a stento.

Angel si trattenne silente, poco convinto di quelle sue parole, e non perché ritenesse che gli stesse mentendo, bensì perché quantunque per lei consciamente fosse così, inconsciamente invece, lui in sostanza era glissato in secondo piano.

Lei intuì quel suo pensiero, e gli fasciò il volto con le seriche mani. «Angel, non pensarlo, ok, neanche per un secondo. È solo che nei momenti in cui lavoro mi sfugge la cognizione del tempo, è sempre stato così, è la mia passione e do il massimo di me, ma non per questo significa che tu vieni dopo di lui. È il mio carattere, quando m’impegno il dovere mi prende la mano e la testa, è unicamente un’abitudine che ho dall’età di sedici anni, quindi appena ritorno in quella realtà è automatico, però ti prometto che questa è la prima ed ultima volta che accadrà.»

«Non fa niente, ti capisco. D’altra parte anch’io ho fatto tardi, ma l’unica differenza, è che io ci ho pensato tutto il giorno» si amareggiò lui, apaticamente.

«Mi fai sentire orribile.» Madelyn si fece cadere le braccia, sentendosi ancor più mortificata.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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