D’UN TRATTO LEI, Cap. 10

«Hai fatto anche stamattina il tapis roulant?»

Madelyn era intenta a sorseggiare il suo caffè, in piedi dinanzi al tavolo del soggiorno, con un quotidiano che stava consultando alla pagina degli annunci. «Sì, devo scaricare, decomprimermi un po’, dato che sono continuamente rinchiusa qui dentro. È un paradiso, è grande, ma sempre chiuso.»

Angel l’avvolse di schiena, al ventre, e la baciò suadente sul collo. «Tesoro, diverse volte ti ho ribadito che puoi venire allo studio per lavorare con me, al posto della mia assistente.»

«Ed io ti ripeto, Angel, che la meccanica è la mia passione ed è l’unica cosa che so fare bene, quindi sto cercando un’officina qui a Phoenix dove poter ricominciare a lavorare, però ancora non ne trovo nessuna che abbia occorrenza di personale, e poi non sono affatto in grado di lavorare con te. Per qualche lavoro di contabilità che facevo a papà nell’officina, escludo che questo basti per rendermi qualificata» eccettuò, pur inclinando la testa per porgergli la pelle del suo collo, libera dalla chioma legata a coda di cavallo, pronta per lui.

Angel ne approfittò a tambur battente, le plasmò una mano all’addome e l’altra la risalì sulla madida epidermide denudata, finché non incontrò la barriera del top, ma non si arrestò. Coprì con un palmo una sua morbida curva che a quel tocco s’irrigidì, e lui si fomentò.

«Posso arrivare un po’ più tardi allo studio» le ansò sensuoso all’orecchio, bramoso del suo corpo, oramai impossibilitato a starne lontano, in qualsiasi momento, occasione, non riusciva a rinunciarci, era divenuta una specie di assuefazione.

Madelyn posò la tazza e il giornale sul tavolo. «Non è male come prospettiva» si elettrizzò, percependo le sue pretenziose mani che la toccavano, sondavano con seducente bramosia.

Sicché si volse verso di lui, inebriata e fremente per quella sensualissima tortura, e gli annodò subito le braccia attorno alla nuca, protendendo le labbra in direzione delle sue per farsele invadere, fruendo della cute discinta delle sue spalle, il contatto con il torso nudo di lui, fragrante, appena uscito dalla doccia.

Angel infiammò le sue iridi e le assaltò l’accattivante bocca purpurea, sollevandola di slancio per condurla in camera, si gettò con lei sul letto e con poche movenze la svestì dei fuseaux e del top, mentre Madelyn, intanto che si lasciava sublimare da quelle affamate labbra che le lambivano la pelle rovente, gli slacciò la salvietta che lui aveva ai fianchi.

«Non ho più pazienza» le anelò Angel sul collo, prendendola all’istante, s’insediò nella sua bruciante intimità e stava per torreggiarla, esacerbato, che lei con un lesto balzo improvviso, lo forzò a sdraiarsi sotto di sé per disporglisi cavalcioni, ancora unita a lui.


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«Sta’ ferma» stentò Angel, nell’attimo in cui lei s’inclinò per baciarlo, muovendosi talmente irresistibile su di lui da farlo repentinamente deflagrare.

Madelyn si rialzò e lui si contrasse, lui che innalzò le rigide braccia per raggiungerle il viso, fasciandole la nuca con le mani che più avanti mosse per slegarle i capelli, i quali le ricaddero lunghi e suggestionanti sulla schiena, come un’aurea cascata che per un attimo lo ipnotizzò, lo immobilizzò.

Lei si agitò con vitalità per farseli scendere ed Angel, a quei torridi movimenti su di sé, si ridestò e s’irrigidì ulteriormente, prossimo al confine.

«Madelyn.» Era sul punto di esplodere, in quelle lussuriose movenze che lo stavano spingendo oltre, a fargli smarrire il controllo, la facoltà di pensare, di veder lucido intorno a loro. Ma poi scattò per alzarla con sé e si mise seduto, con lei sopra, lei che a causa di tale scatto, si sentì ondeggiare e sbalestrare, per come lo sentì sbalzare, entrare dentro di sé.

Tirò indietro la testa, scivolando per inarcarsi con la schiena ed offrirgli le sue rotondità, Angel che le brandì la nuca con un palmo per sorreggerla, frattanto che accettava l’appetitoso invito, deliziandosi della sua vellutata ed acuminata pelle che si estendeva prodiga verso di lui.

Madelyn principiò a muoversi fervida, impaziente di sentire, e lui si contrasse all’inverosimile. Abbandonò quel lauto pasto e addossò la fronte sul suo décolleté, ansimando a oltranza. Era al limite.

«Piano, Madelyn… calma…» la invocò, stette per invaderla, per lasciarsi invadere, che miracolosamente riuscì ad inibirsi. Si riprese e con un altro scatto la sollevò per sovrastarla con il suo corpo, si disgiunse da lei e rimase appoggiato sui suoi palmi per osservarla dall’alto, affannato, tramortito.

«Mi stai facendo male…» ansimò Madelyn, nel tempo in cui avvertiva la sua mano toccarle il ventre, il décolleté, invitante, sbaragliante, lui che si teneva a distanza, lei che aveva bisogno di sentirlo dentro di sé.

«Aspetta» la limitò Angel, oltremodo ansante, continuando a carezzarla assetato, trafelato, il batticuore che lo percuoteva. «È sempre tutto così veloce tra noi… voglio assaporarlo poco a poco, e se tu mi fai così, se mi salti sopra così, Madelyn, non ci posso riuscire.»

Lei si addentò perturbata le labbra, voracemente ansiosa, sotto quella straziante mano che le stava ampliando a dismisura il desiderio di lui.

«E non guardarmi così» vibrò Angel, avvicinando un pollice all’angolo di quella maliosa bocca che si stava torturando a morsi, e socchiuse le palpebre per focalizzarla, per inebriarsi di questa a dir poco erotizzante vista, espugnante, incendiante al massimo del possibile, al massimo mai sperimentato.

Lei invece, dal canto suo stava per vaneggiare, lo guardava quasi supplichevole, non ce la faceva veramente più, ed Angel, per non soccombere alla sua voluttuosa e fagocitante richiesta, per evitare di travolgerla e travolgersi, di colpo la ghermì per la vita e la sollevò, scendendo poi dal letto per trasportarla nella stanza da bagno.

«Dove stai andando?» si svampì lei, mentre si aggrappava al suo collo e si abbarbicava con le gambe ai suoi fianchi per non cadere.

«Sotto la doccia, per raffreddarmi un po’.»

«Tu non ci sei più con la testa, avvocato!» declamò Madelyn, ridendo pressappoco schiamazzante per questa divertente, forse buffa situazione.

«Sì, ma è tutto merito tuo, mio piccolo genio dei motori» la redarguì lui, ma dolcemente.

«Quindi niente più regina di ghiaccio?» lo sbertucciò lei, scostando il viso per sfoderargli un’occhiatina sarcastica.

«Ho idea di no» raccolse lui, sorridendo di piena ebrietà, intanto che proseguiva il suo ambito sentiero.

«Però tu sarai sempre il mio angelo selvaggio, favolosamente selvaggio» concionò, lepida ma tenera.

«Questo non lo so, ma che rimarrò tuo, ci puoi scommettere la bellissima testolina che hai.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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