D’UN TRATTO LEI, Cap. 1

La donna ingoiò un nocchiuto respiro per non innervosirsi. Non le era davvero piaciuta la sua sfrontatezza, quella scarsa umiltà sfoggiata e, non di meno, quel sottile modo di palesarsi migliore di lei esclusivamente in base al suo stile di vita.

Tuttavia sorvolò, non era il caso di rastrellare provocazioni, né ancor meno ribattere a strafottenti insinuazioni. «E l’acqua, c’era l’acqua nel radiatore?»

«Non lo so» ammise lui, sospirando un filino mortificato.

Lei sbatacchiò un nervoso piede sul pavimento per smorzare l’istinto di scornarlo. «Come non lo sa, quando si rifornisce presso una pompa di benzina non fa controllare il livello d’olio e di acqua?»

«No, vado sempre con il self-service per non perdere tempo con le code. Comunque ho fatto il tagliando grossomodo sei mesi fa» le enucleò, sentendosi adesso seriamente un inetto.

«Non mi pare molto sensato da parte sua» lo criticò lei, pur nonostante non infierì neanche ora. D’altronde era il suo lavoro e doveva eseguirlo professionalmente, a prescindere dal tipo di clienti, più o meno graditi. «D’accordo, mi aspetti fuori, andremo a darle un’occhiata.»

Lui si arenò, istantaneamente confuso. «Viene lei?»

«Sì, perché?» inquisì, di nuovo indispettita, impossibilitata a frenare i suoi sentimenti repulsivi.

«No, credevo che…»

La donna stavolta s’irritò per bene, inspirando ulteriormente per non esordire in qualche frase poco carina. «Lei può credere ciò che vuole, non è di mio interesse, ma se desidera sistemare la sua auto mi aspetti fuori, in alternativa può tranquillamente andarsene. Anch’io, come lei, non ho tempo da perdere.»


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«Senz’altro» retrocesse, inspirando anche lui. «Allora, cosa potrebbe essere, secondo lei?»

«La pompa dell’acqua» stringò, osservandosi dattorno per procurarsi le chiavi del furgone.

«E perché?»

Lei sbuffò, innervosendosi sul serio. «Per l’insufficienza di acqua. Sono stata chiara, o devo ripeterglielo?»

«Ho idea di no» demorse, avendo capito che fosse inservibile discorrere con quella donna che, oltre ad essere ostinata, era altresì piuttosto litigiosa, per cui avrebbe solo sprecato energie inutilmente. «L’attendo nel piazzale.»

Ma allorquando fu uscito dal capannone, fu tramortito da una feroce vampata di calore. «Maledetto caldo, sembra di stare in mezzo al deserto…»

«Siamo nel deserto.»

Angel si voltò di scatto e la vide, rimanendo fisso e un tantino disorientato, un po’ perché non si era aspettato che giungesse così presto, per la sua reiterata magra figura, e un po’ per quegli occhi che, se all’interno gli erano parsi di un azzurro opaco e cupo, quasi di un blu carta da zucchero, alla luce, forse nel risaltare dalla pelle dorata e miscelata con il nero del grasso delle autovetture, brillavano come se fossero patinati, smaltati.

«C’è qualche problema?» postulò lei, arcuando nuovamente un salace sopracciglio.

«No.» Scosse il capo e distolse lo sguardo, ironizzando tra sé: “La regina di ghiaccio… con questo caldo dovrebbe essere un beneficio, eppure non ti raffredda nel verso giusto, a quel che risulta.”

«Forza, andiamo» accelerò lei, facendogli strada con le spalle dritte. «Prendiamo il furgone.»

Lui la seguì silente, montarono sul mezzo segnalato e dopo brevi indicazioni da parte di Angel, intrapresero, entrambi in silenzio, il loro percorso.

«Eccola» le indicò lui, una volta giunti nei pressi del veicolo.

Lei incurvò il suo solito sopracciglio. «È una utilitaria per i piccoli spostamenti?» scimmiottò, squadrando il Ferrari nero pressappoco gettato sul ciglio della strada, in bilico su una discreta scarpata.

Angel non raccolse quest’ulteriore frecciata, primariamente perché in effetti si era estesamente pentito di essere venuto con quell’automobile, e sinceramente iniziava a pesargli mantenere un mezzo del genere che lo piantava in asso di continuo, non appena uscisse dal traffico cittadino.

Lei posteggiò il furgone e scese, aprì il cofano anteriore ed ispezionò l’interno per pochi secondi. Dopodiché lo richiuse e andò incontro ad Angel che, anche lui, era sceso dal veicolo.

«La pompa dell’acqua, è andata.»

Lui si era ammutolito, feralmente centrato.

«Cosa devo fare?» incalzò lei tamburellando un piede sulla strada, di nuovo prossima a dare in smanie.

«Può ripararla?»

«Mi sembra evidente» si stizzì, per quella rinnovata superbia. «Che faccio, la carico?»

Angel sospirò, costei non faceva che fraintendere, dacché lui non intendeva mettere in discussione le sue capacità tecniche, tutt’altro, bensì si riferiva esclusivamente all’introvabilità dei pezzi di ricambio di quella marca, in base all’informazione del tale che lo aveva accompagnato, sui veicoli di cui in genere si occupavano, senza contare che la sua era una vettura sportiva e per giunta straniera. Tuttavia non reagì neppure stavolta, doveva assolutamente conservare un minimo di diplomazia altrimenti tutto sarebbe andato alla deriva, e lui non poteva permetterselo se auspicava di tagliare la corda. «Sì, del resto non ritengo che sia il caso di lasciarla qui.»

La donna lo guardò impassibile, sul punto di beccarlo ancora, aveva pensato lui, ma lei arcanamente non lo attuò. Dopo un tacito gesto assenziente, si apprestò a posizionare il furgone per rimorchiare il veicolo.

Angel si sistemò in disparte, osservando, anche notevolmente stupito, l’efficienza e la lampante esperienza di quella donna, sia per la giovane età, sia per l’essere propriamente donna, e di conseguenza biologicamente poco pratica, o quantomeno poco portata per i motori.

Però poi si disapprovò, il suo era un pensiero balordamente scontato, forse limitato, giacché lui era un uomo e onestamente di motori non ci aveva mai capito un piffero.

L’impresa fu portata a termine, la donna non gli reclamò il più esiguo supporto, cosa che lo sbalordì ancor di più, e quando lei lo incitò ad andare, lui, saggiamente muto, salì sul mezzo e partirono diretti all’autofficina.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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