D’UN TRATTO LEI, Cap. 1

Angel sbuffò per la trecentesima volta, snervato. «Magari, ma è ripartito più di un’ora fa. Io ho sostato in una sorta di saloon per un boccone al volo, visto che è da stamani che andavo girando, senza cibo né acqua, come una specie di beduino tormentato dalla canicola e privato della civiltà.»

«Capisco, ok, allora me ne occup…»

«Aspetta» lo interruppe lui, di colpo ritemprato, una miracolosa speranza apparsa dinanzi ai suoi occhi. «Ti saluto, sta passando un furgoncino con dentro un uomo, devo beccarlo prima di passarci la notte.»

«Grandioso, lui ne saprà senz’altro qualcosa, ma aggiornami più tardi se sarai riuscito a risolverla, altrimenti ci penserò io a procurartelo un meccanico. Al limite posso contattare la nostra assicurazione per inviarti il soccorso stradale.»

«Intesi, ti chiamo dopo.» Angel s’infilò il telefono nella tasca della giacca, e corse incontro al veicolo dimenando una mano per farlo arrestare.

L’ometto baffuto che era alla guida lo guardò incuriosito.

«Scusi per il disturbo, ma ho dei problemi con la mia auto, si è fermata e non riparte. Non conoscerebbe per caso qualcuno che potrebbe sistemarmela?»

«Altroché, al paese c’è Dag Sky che ha un’officina, si occupa principalmente della riparazione di mezzi agricoli, ma potrebbe pensarci lui. Non c’è tanta differenza quando si parla di motori» gli menzionò, con un sorriso bendisposto ed anche lautamente divertito dalle scompigliate condizioni di Angel.

«Al paese… vuol dire ad Elgin?» lo interrogò lui, pensando stressato che quella località fosse la sua permanente condanna, avrebbe dovuto ritornarci ancor prima del previsto. E in qualsiasi caso, date le fattezze di quel villaggio che somigliava ad una specie di Ghost Town, aveva grandemente dubitato che potesse essere fornito di un’autofficina, altrimenti avrebbe evitato di agitarsi in una tale eccessiva maniera.

«Esatto, se vuole l’accompagno» si offrì l’uomo, sempre più divertito da quell’aria scompaginata.


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«Gliene sono grato, è davvero gentile.» E dopo avergli fatto cenno di attendere, Angel si riavvicinò alla sua automobile e ne estrasse la ventiquattr’ore. Stava per attivare l’antifurto prima di orientarsi verso il furgoncino, che con uno sberleffo si voltò e in pratica la piantò in asso così. “Che me la rubassero pure, tanto ti cambierò ugualmente, maledetta.”

Salì sul veicolo e dopo un lungo e lento viaggio con non pochi scossoni, si ritrovarono su un piazzale dov’erano situate alcune carcasse di autovetture, di fronte a un mezzo capannone malandato che non aveva neppure una saracinesca di chiusura. Solo un paio di porte in legno fatiscenti, nemmeno un dannato lucchetto per assicurare l’esercizio.

“Per la miseria, qui me la finiranno di massacrare…” si avvilì tra sé, accennò un inchino di ringraziamento al suo benefattore e scese dal mezzo.

E quando fu all’entrata, si scorò maggiormente. Era finanche più desertico dell’esterno, totale desolazione, esacerbando la propria, la precedente agitazione che si accingeva a rientrare assassina.

Si addentrò nel fabbricato e ci si aggirò. Non vide nessuno e sbuffò, passandosi una mano sulla fronte imperlata di sudore, sulla nuca, innalzando gli occhi al cielo per la disperazione.

«Qui non c’è un’anima, che diavolo di posto è questo… e poi questo fottuto caldo…»

A quelle parole si udì un frusciare da sotto un veicolo alla sua destra, e lui si volse in quella direzione, rimanendo alquanto interdetto, nel rilevare un operaio della ditta che era scivolato fuori dall’automobile con un giravite in mano e che lo guardava a dir poco sarcasticamente con un sopracciglio inarcato, scrutando con refrattaria attenzione il suo abbigliamento. Ma il particolare che lo stordì fuor di misura, era che si trattava di una donna.

«Chi sta cercando, signore?» ritmò lei, più che ostilmente, rinnovandogli una copiosa saettata sardonica, ancora sdraiata a terra, di schiena, che sventolava l’attrezzo come una specie di banderilla con cui ben volentieri lo avrebbe infilzato.

«Mi scusi, dovrei parlare con il signor Sky» si ricompose Angel, un poco a disagio per l’ostilità sbandierata dalla donna, perché sebbene non fosse stato molto elegante nella sua sortita, lui era stato convinto di essere solo. E poi in fin dei conti non aveva detto niente di così grave per suscitare una reazione di quella portata.

«Mio padre non c’è, se vuole può dire a me o ripassare più tardi» calcò lei, aridamente sbrigativa. In sostanza lo stava invitando a togliersi dai piedi.

«Temo che non sia possibile» contravvenne lui, raffreddato, abbastanza sconcertato che costei fosse la figlia, perché oltre alla sorpresa che lo aveva un tantinello spiazzato, l’inizio non era proprio stato dei migliori.

«E come mai?» lo beccò, flettendo ancora quel sopracciglio. «Va di fretta?»

Angel trattenne un sorriso, poiché nonostante tutto, questa situazione lo stava divertendo parecchio. «Mi piacerebbe, ma sfortunatamente non mi è concesso.»

Lei lo rimirò cinica e spazientita al tempo stesso, si eresse in piedi ed agguantò un panno per ripulirsi le mani. «Io invece sì, quindi mi dica, oppure la saluto.»

“Caspita” pensò lui, piuttosto colpito da quella mascolina intraprendenza. “Questa non scherza…”

«La mia auto si è fermata, a qualche miglio da qui, ed avrei bisogno di assistenza per farla ripartire» tagliò corto, infine, prima di bruciarsi l’unica chance di tornare a Phoenix entro l’ora di cena.

«Ha dimenticato di riempire il serbatoio della benzina?» lo sminuì ironica lei, sistemandosi con fare indifferente il berretto.

«No, fuoriesce fumo dal cofano, suppongo che si sia fuso il motore con questo caldo» esplicitò, abbastanza infastidito che lo trattasse come un inetto che non controllasse neppure la spia del carburante, anche se, in tutta onestà, effettivamente quel rischio c’era stato.

A quell’insulsa congettura, lei lo fissò con ricca sufficienza, abbondante alterigia. «Un motore non fonde per la temperatura esterna elevata.»

«Senta, lo ignoro» si seccò, sia per l’espressione che per quel tono, l’insistenza a volerlo sminuire a tutti i costi. «Io non ne so nulla di meccanica, non è il mio campo, pertanto dovrebbe ipotizzare lei la causa. Ad ognuno il suo lavoro, altrimenti non sarei nemmeno qui.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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