CHIAREZZA, BELLEZZA Cap. 3

«Mamma, mi raccomando, non mettermi in imbarazzo come al tuo solito.»

La donna si orientò con uno sguardo interdetto verso la figlia, mentre stavano percorrendo insieme il corridoio della scuola di Faith. «A quale tipo d’imbarazzo ti riferisci?»

«Che quell’uomo è giovane, direi anche molto affascinante, quindi ti ribadisco, non fare come il tuo solito.»

«Faith, non dire scempiaggini, non lo farei mai» si disturbò Darlena, nel sentirsi trattare dalla figlia come una misera donnetta dai facili costumi.

«Mamma, per favore, lo sai cosa intendo, non divagare» focalizzò Faith, per non decentrare il fulcro del problema. La carta dell’offesa non era più giocabile, non con lei.

Ebbene, quello era il limite più predominante della madre, la principale ragione per cui i suoi genitori litigavano, e a dir poco pesantemente. In sintesi la madre era un’infedele, anche se di norma riusciva a nascondere le sue scappatelle, difficilmente il marito gliele scopriva.

Tuttavia suo padre le sentiva nell’aria, come una specie di segugio grezzo e peloso. Lui non era di sicuro all’altezza della classe di sua madre, e lei ancora non capiva come mai avesse sposato quell’uomo poiché, seppur di una bella presenza, in effetti non era niente male, quel suo fascino scompariva alla grande, si disintegrava nella sua indecente rudezza e maleducazione.

Certo, se non si fossero sposati lei non sarebbe nata, eppure alcune volte si era ritrovata a preferirlo, a preferire di non aver mai visto la luce, perlomeno non in una famiglia tanto debosciata. Una famiglia pessima, dove la madre cercava di compensare l’insoddisfazione che provava nel suo matrimonio attraverso i suoi reiterati tradimenti, e il padre che sfogava le proprie su di lei e la madre, e pure abbastanza brutalmente.

Ciò proveniva senz’altro dalla questione di essersi sposati giovani, dato che la madre era rimasta incinta all’età di sedici anni, dunque ai tempi era stato piuttosto prevedibile che quello fosse un matrimonio che non avesse basi. Non sarebbe potuto durare nel tempo o, come minimo, non con il migliore degli esiti.

Nonpertanto, se si ritrovava a giudicare suo padre, generosamente, non lo eseguiva nei confronti della madre, forse per spirito di coesione, perché in fondo la capiva. Lei capiva come si potesse sentire a ritrovarsi con un soggetto similare, a dir nulla bifolco, anche se alla fine dei conti non la giustificava, quei comportamenti erano al di fuori della sua ottica sia per buoncostume che per dignità umana.


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Però dopotutto l’ammirava, da un unico punto di vista, ovvero che la madre non aveva mai divorziato da lui, cosa che avrebbe potuto fare, ma che per i figli non aveva mai pensato di attuare, anche se, beh, quella soluzione non era di certo la migliore, soprattutto reiterando in quelle tresche amorose ambigue ed amorali. Sarebbe stato di gran lunga preferibile far vivere i propri figli in un ambiente senza padre ma sereno, piuttosto che con un padre di quell’inammissibile stampo.

In definitiva era per questo che lei avrebbe voluto evitare di farli incontrare, non per gelosia, non ve n’era motivo ed inoltre sarebbe stato abbondantemente assurdo. Però la madre era sempre fin troppo gioviale, un po’ sfacciata, istintiva, quantomeno per la sua età, ed era floridamente suscettibile al fascino maschile.

E siccome si stavano recando presso un pezzo da novanta in quel senso, immaginava come la questione sarebbe potuta andare a finire, giacché se non lo avesse direttamente sedotto, cosa altamente probabile, nel migliore dei casi avrebbe ammiccato come un’adolescente, finanche più adolescente di lei.

Ciò la rendeva ansiosa, e sempre per la solita motivazione, ossia che ci teneva tantissimo all’opinione di quell’uomo. Lei temeva che, conoscendo la madre, prendendo atto della frivolezza e scarseggiante serietà che la contraddistinguevano, l’uomo avrebbe supposto che anche lei, diretto frutto di quell’albero, fosse così.

In conclusione, se Klein la riteneva già una testa calda, non voleva che presumesse che lei fosse pure una ragazza leggera, che si dilettasse in trasgressioni e roba del genere, prima di tutto perché lei non lo era, certo, aveva già fatto l’amore, addirittura all’età di sedici anni, ma era successo con Jesse, il suo ragazzo, e solo con lui. Per lei era una cosa seria, la loro storia ed il loro rapporto, tant’è vero che stavano ancora insieme. Lei lo aveva previsto, ecco perché si era concessa a lui, e per una ragione non meno importante, perché lo amava.

Sì, Jesse era la cosa migliore che le fosse potuta accadere in quel mondo infame, era sempre così premuroso, dolcissimo, si sacrificava per lei in continuazione, anche a discapito dei suoi voti, in sostanza della sua carriera scolastica. Infatti, sebbene il ragazzo minimizzasse, lei  sapeva che era molto importante per lui terminare il liceo con eccellenti risultati.

Jesse desiderava fare l’insegnante, benché di Educazione Fisica, ma in qualunque caso il curriculum scolastico era basilare, figurarsi se avesse perduto l’anno, ed un tale disastro lei non doveva permettere che si avverasse.

Per questo, a malincuore, la sera precedente si era trattenuta dall’andare da lui, malgrado fosse stata un’altra di quelle serate domestiche da dimenticare, o meglio, da non vivere.

Però questa volta aveva scelto di chiudersi in camera e mettersi le cuffie con la musica ad alto volume, sia per non udire quelle abituali grida, sia per non aprire la porta della sua stanza semmai qualcuno l’avesse reclamata, dato che il finale sarebbe stato sempre lo stesso. Lei si sarebbe intenerita, gli avrebbe aperto e, in sicuro seguito, gli animi si sarebbero scaldati, ricevendo lei il suo bel tatuaggio giornaliero.

Ma la fortuna, per una volta, in un certo senso l’aveva assistita, dacché il padre era stato richiamato all’ultimo momento, per anticipare i suoi turni di notte. Un suo collega era stato vittima di un incidente stradale mentre si recava all’azienda, e di conseguenza non aveva potuto presentarsi alla sua postazione lavorativa.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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