CHIAREZZA, BELLEZZA Cap. 2

A quel punto lei dové cedere, quantomeno per non rendersi patetica e innanzitutto, infantile. «Mm, va bene, domanderò a mia madre se può venire, però non le assicuro nulla. Non dipende da me e neanche da lei.»

«Anche sua madre è impegnata con il lavoro?»

«Oh, no, è pap…» E si bloccò ancora. “Che stupida, Faith, te l’ha fatta in barba un’altra volta!”

«Porti quel messaggio a sua madre. Attenderò una risposta per domani mattina al massimo, oppure nel pomeriggio contatterò i miei colleghi dell’assistenza sociale» tagliò corto lui, determinato a non rendere la situazione eccessivamente inaffrontabile per la ragazza.

«No, la prego!» scattò lei, che adesso si ritrovava nel serio panico. «La scongiuro, mio fratello è piccolo, ha soltanto cinque anni, io me la caverei ma lui… dove lo sbatterebbero, in una famiglia sconosciuta, in un orfanotrofio, no, non posso permetterlo. Non voglio che per causa mia lui si ritrovi da solo, sbattuto qua e là come un pacco, come un peso, non è giusto, no… no…» E dimenò il capo a ripetizione, la disperazione che aveva preso il sopravvento sulla labile razionalità perpetuata finora.

Nick restò taciturno e speculativo, la situazione era peggiore di quanto supponesse.

Faith si mise a fissarlo supplichevole, trafelata, nientemeno disperata, illuminando le sue iridi lucidate, quegli occhi di un azzurro pastello ma smaltato, che a lui parve simile al limpido colore del cielo estivo.

E s’immobilizzò, un tantino confuso, non fu capace di reggere quello sguardo, quindi estrasse un altro biglietto dal medesimo portacarte e ci scrisse due righe sopra.

«Tenga, questo è per il suo insegnante di Educazione Fisica.» E glielo tese senza guardarla negli occhi.

Sconfitta, lei trasse uno stentato sospiro e mestamente lo prese, si eresse dalla sedia e s’indirizzò adagio alla porta.


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Nick si tenne fisso ad osservarla mentre lei gli voltava le spalle e s’incamminava in direzione dell’uscio, e per un attimo fissò la sua attenzione su quelle gambe, lunghe, flessuose, magnificamente disegnate, che nel camminare era come se danzassero, in una danza ipnotica e radente. Ma all’istante si ammonì, scostando immediatamente lo sguardo, furente con se stesso per quel comportamento immorale, o comunque decisamente fuori luogo.

E lei, quando fu sulla soglia, di colpo si volse verso di lui, tentennando per alcuni istanti. «Senta… io, posso leggerlo prima di consegnarlo ai miei?»

Nick sorrise deliziato, colpito dalla sua discrezione, considerando che lei avrebbe potuto tranquillamente farlo, una volta uscita dall’ufficio. Il biglietto non era sigillato in una busta chiusa, di conseguenza non era indispensabile richiedergli l’autorizzazione.

Quindi le allungò suadente un braccio. «Venga, glielo leggo io» la incitò, per non darle disagio nel caso che non avesse successivamente resistito per leggerlo.

«No, ok, non voglio saperlo» rifiutò lei, d’improvviso smaniosa di scappar via. «Grazie, questa sera lo darò a mia madre.» E si mosse per aprire la porta.

Lui non l’ascoltò, e in un mero istinto non calcolato si alzò per raggiungerla, però lo effettuò così silenziosamente, talmente ovattato da non dargliene avviso.

Cosicché, nell’attimo in cui Nick le avvolse un polso per trattenerla, per farla voltare, Faith s’irrigidì inconsultamente, e strattonò istintivamente il braccio con una tale aggressività che si sbalzò da sola all’indietro, rischiando addirittura di cadere.

Lui era rimasto allibito, molto più che sconcertato, si passò una mano tra i capelli e sospirò. «Miss Monroe, perché non vuole dirmelo, che cosa le ha fatto quell’uomo?»

«Chi?» dissimulò lei, pur cercando di mostrarsi ferma, stabile, ma quella precedente stretta, del tutto inaspettata, le aveva fatto salire repentinamente il cuore in gola che tuttora le batteva martellante tra le costole.

Nick le riversò un’occhiata rimproverante, senza accennare nulla né fornirle chiarimento, e lei reclinò gli occhi mordicchiandosi le labbra, colta di nuovo in castagna.

«Va bene, vada, a domani.»

«Preside Daugherty, ho bisogno di parlarle.»

«Prego, mi dica, dottor Klein. Riscontra qualche difficoltà nel suo inserimento?»

«Oh, no, niente affatto, grazie. Le telefono per la Monroe» proemiò lui, filtrando una sottile tensione dal suo timbro di voce.

«Ah… quella specie di uragano tropicale…» annotò l’altro, in tono ironico, forse sarcastico.

«Esatto» sorrise lui, a quella significativa facezia. «Volevo comunicarle che sono risalito al nucleo del problema.»

«Di già?» si meravigliò l’uomo, ma piacevolmente. «E come ci è riuscito, voglio dire, sono anni che cerchiamo di dare una spiegazione a quegli atteggiamenti apparentemente senza concreto fondamento, così da poter trovare una soluzione, perché sinceramente non me la sento di espellerla. Malgrado i suoi brutti voti è una studente brillante, in più occasioni ha dimostrato eccellenza nei suoi compiti, anche se sono pochi, insomma, rispetto al resto, e in ciascun caso mi sembra una brava ragazza, molto sensibile ed educata, certo, quando non le ripassano i cinque minuti…»

«Dice bene, evidentemente vi riesce quando è tranquilla e si sente libera di muoversi, in pratica quando qualcuno non le sta con il fiato sul collo» presunse lui, senza entrare nel dettaglio, ancora indeciso se violare la vita privata della ragazza, e questo prima di tutto perché non sapeva se, una volta resa pubblica agli educatori, il padre di lei avrebbe brutalmente reagito, in qualunque senso fosse stato. E non era il caso di peggiorare la situazione, visto che già al presente non era tanto allettante.

«Di che parla?»

Lui immise un profondo respiro, nel simultaneo pensiero che in effetti all’uomo avrebbe dovuto rivelarlo, giusto per devolvergli una valida motivazione, di modo che avrebbe compreso la situazione e sarebbe stato più indulgente nei riguardi del comportamento ingovernabile ed aggressivo di Faith.

«È per il padre, ho raggiunto la convinzione che la picchi, e anche di frequente, ecco perché la ragazza è sempre sugli allarmi. Qualunque movimento improvviso e non previsto, rappresenta per lei una possibile aggressione.»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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