CHIAREZZA, BELLEZZA Cap. 2

Cedevole, lei si lasciò condurre, non si oppose, primariamente perché era impegnata ad elaborare una scusa, un pretesto per sviare il sospetto ben lampante e francamente, fondato dell’uomo, ma quando avvertì quelle dita sulla sua pelle rabbrividì. Era come se le avessero provocato una scossa elettrica, e lei si frastornò fino allo stordimento per questa sua inspiegabile reazione, di questa inattesa, straordinaria sensazione.

E s’inibì in maggior misura, con gli occhi sempre più chini, mentre lui le ispezionava silenziosamente la lesione.

“Ma che fa, il dottore di secondo lavoro?” ironizzò Faith tra sé, ma successivamente non seppe resistere, specie perché lui non parlava, sembrava quasi non respirasse, e lei non riusciva ad intuire a cosa stesse pensando, che cosa stesse ipotizzando.

Per cui innalzò lo sguardo per controllare la sua espressione, per studiarlo, però non appena lo fece lei si paralizzò.

Gli occhi di quell’uomo da vicino erano luminescenti, di un blu profondo acceso e riverberante, soprattutto da quell’angolazione, nel frangente in cui le analizzava il braccio, la testa di poco piegata nella sua direzione, concentrato, come se sul serio fosse un medico o qualcosa di molto similare.

D’istinto elevò il viso per guardarlo meglio, o piuttosto, per rimirarlo, e Nick a quel movimento percepito, sollevò lentamente lo sguardo per incontrare i suoi occhi.

Per un istante, infinitesimo ma intenso, si ritrovarono catturati, occhi dagli occhi, imprigionati in quella linea sottile ed invisibile che congiungeva i loro sguardi, sinché lui non notò un’altra cosa che lo distrasse e che lo incupì di nuovo, all’immediato.

Le lasciò andare il braccio e, con quella stessa mano, le toccò la fronte, vicino all’attaccatura dei capelli che Nick le scostò, per ampliare la sua visuale.

Faith fece per muoversi, per coprirsi, ma oltre a non saper come fare, in effetti tante possibilità non ce n’erano, fu magnetizzata da quel tocco che le parve una carezza. E non poté accennare neanche un gesto, soprattutto per il calore, per la suprema delicatezza di quel contatto.

“Accidenti” pensò, sospirosa e sconfortata, si era dovuta legare i capelli per seguire l’ora di Educazione Fisica, e quell’esile frangia fai da te che lei si era appositamente tagliuzzata per eclissare l’obbrobrio, con un’acconciatura del genere non era sufficiente ad essere coprente.


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Lui insisteva ad ispezionarle la cicatrice, permanendo in un silenzio pressoché raccapricciante, ma d’un tratto la liberò dalle sue mani e dalla sua presenza.

«Si sieda» le dispose, in tono impassibile, a momenti freddo, e lei sobbalzò, sia per quella voce che per la drastica irruzione che l’uomo aveva eseguito nei suoi pensieri.

Come ingiunto Faith si sedé e si sentì persa, quasi nuda, non avendo alcuna idea di ciò che l’uomo le avrebbe detto, di ciò che lei avrebbe potuto rispondergli in caso lui le avesse formulato delle domande specifiche.

Nick si riposizionò seduto alla sua scrivania, alquanto rigido, e si accinse a scrivere qualcosa su un foglietto prelevato da un portacarte.

«Che cosa sta facendo?» inquisì lei, in leggero panico, forse aveva intuito le sue intenzioni.

«Ritengo che sia giunto il momento di parlare con i suoi genitori» esplicitò, secco, manifestamente contrariato.

Alla sola idea lei si contrasse, fin quasi allo spasimo. «Non penso sia una buona idea, e poi non verranno.»

«Io penso di sì.» Finì di trascrivere il messaggio sul biglietto e glielo porse.

Dopo averlo afferrato Faith se lo trastullò tra le mani, non sapendo proprio che cosa fare. Le carte si stavano man mano scoprendo, e lei si stava ingegnando per scovare una rapida ed efficace scappatoia per evitare lo scoppio della Terza Guerra Mondiale.

«Vuole che faccia loro una telefonata?» la precedé lui, avendo evinto il suo tacito tentativo.

«Oh, no… no, è solo che…» s’arrabattò, sentendosi improvvisamente chiusa in un angolo.

«Cosa, di cosa ha paura, miss Monroe?» la tallonò, al fine di non concederle il tempo di riflettere e dunque di porsi inevitabilmente sulla difensiva.

«Di nulla, però… ecco, sarebbe inutile, cioè, forse mia madre potrebbe venire, ma papà… beh, con tutto il rispetto, ma se lo scordi proprio.»

Lui non si risentì in seguito a quella dichiarazione, aveva intuito ciò che lei intendesse, anche se effettivamente lo aveva espresso un po’ a criterio suo, all’apparenza poteva sembrare una mancanza di rispetto nei suoi confronti.

Pertanto si addossò con gli avambracci sulla scrivania, s’inclinò piano verso di lei, e distaccatamente le dichiarò: «Non è mia intenzione sconvolgere la vita privata della sua famiglia, sempre a patto che non lo sia già. Tuttavia sono convinto che leggendo quanto ho scritto su quel biglietto, i suoi genitori non esiteranno a dedicare un granello di tempo alla loro figlia.»

«Guardi, è lei che spreca il suo tempo, oltretutto papà questo mese fa i turni di notte e mia madre…»

«Aspetterò» la interruppe lui, tirandosi all’indietro per spalmarsi sullo schienale della poltrona direzionale.

«Forse non ha assimilato il concetto» s’innervosì, inspirando indispettita. «Papà non verrà mai, né fra un mese né fra un anno, e dico mai, perciò è inutile insistere.»

Lui rifletté per qualche esaustivo secondo. «Intesi, vuol dire che mi basterà parlare con sua madre.»

«Ma non…» brancicò lei, colta di sorpresa, non potendo sulle prime ritrattare.

«Miss Monroe» la troncò, ora spazientito. «Vuole per caso che faccia venire a casa vostra gli assistenti sociali?»

Lei raggelò, caspita, aveva capito ogni cosa, eppure si sforzò di non tradirsi. «E perché mai, non ne vedo la necessità, né tanto meno il motivo.»

«È chiaro, miss Monroe, o forse è stato il suo ragazzo a conciarla in quella maniera?»

«Oh, no, Jesse no, è fantastico, è meraviglioso, anzi, lui mi è molto vicino e…» Ma si bloccò, al diavolo, ci era caduta come un’allocca, una trappola bella e buona.

Lui inarcò un sopracciglio. «E…?»

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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