CHIAREZZA, BELLEZZA Cap. 1

«Non ho nessuna mancanza di disciplina, sono solo nervosa, tutto qui» finì per dirgli, ma ovviamente per lui non fu convincente.

«Va bene, miss Monroe, vada» comunque demorse, essendo ormai provvisto degli elementi essenziali per inquadrare la ragazza.

Faith titubò, specie per quell’inattesa scarcerazione, insperata visto come si stavano sistemando le cose in quella pericolosa conversazione. «Sì, ma… avrò una nota?»

«Per adesso nella relazione riporterò che è stata incidentalmente infastidita e che ha reagito d’impulso, senza intenzioni.»

«Ma… come fa a saperlo?» si strabiliò, ricordava bene di non avergli minimamente illustrato l’incidente.

«Lasci stare, comunque se ha bisogno, o se ha qualche ridottissimo problema può venire da me, in qualunque caso. Ma cerchi di controllarsi, almeno per non essere costretta a farlo successivamente dal preside, non l’ho visto molto malleabile nei suoi confronti» le suggerì lui, congedandola con un inchino del capo.

“Non sarebbe così male come idea” scherzò lei tra sé, visto che era proprio un tipo da sogno, però si sbatacchiò, agguantò i suoi libri e si alzò. «Grazie.»

In tutta fretta abbandonò la stanza, fermandosi sulla porta da dove adocchiò Jesse, il quale era intento a richiudere il suo armadietto. Lo chiamò e s’incamminò scattante per raggiungerlo.

«Dolcezza!» s’illuminò lui, appena la vide, e quando Faith gli fu ad un passo, gli si gettò tra le braccia ridacchiando gioiosa.

«Ahi!» strillò, allorché il ragazzo la strinse vigoroso, un po’ troppo per quelle che erano le sue, come dire, condizioni.


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«Ehi… che ti prende?» s’immobilizzò Jesse, un fulmineo sospetto gemmato.

«Niente di che, il solito» sintetizzò lei, scostandosi evasivamente da lui.

«Quel bastardo ti ha toccata ancora, dico bene?» s’indurì, passandosi una nevrotica mano tra i lisci capelli castani.

Facendo elusive spallucce, Faith accennò una minuscola boccaccia. «Di striscio, nulla di cui preoccuparsi. Divento sempre più brava.»

«Ma non eri da me ieri notte?» Non gli ridavano i conti, in quanto la ragazza era stata da lui appunto per questo, per evitare che quel selvaggio la aggredisse.

«Quando sono tornata, questa mattina presto, mi avrà vista passare dal giardino e si è messo alla finestra ad aspettarmi. Ma ti ripeto, sono sgusciata via, niente di che» reiterò, rincarando la sua aria elusiva.

Jesse era dubbioso, in sostanza aveva mangiato la foglia, che lei stesse minimizzando per non procurargli preoccupazioni. «E dove ti ha presa stavolta?»

A quel punto Faith capitolò, non s’intestardì, sarebbe risultata pietosa se gli avesse mentito, diminuendo al contempo la stima che Jesse aveva di lei. Quindi si premé delicatamente una mano sull’addome per indicarglielo.

«Fammi dare un’occhiata.» Con delicatezza le alzò da un lembo la felpa, ma ciò che vide lo privò della sua parola per diversi secondi. «Caspita, stavolta ci è andato duro… sembra una specie di fustigata.»

«Oh, né più né meno del solito» perseverò, sminuendo il tutto con un gesto, ma tale dichiarazione fu tradita da un piegamento inconsulto che di getto lei fece verso il basso, di autentico dolore.

«Già… né più né meno…» inspirò il ragazzo, dimenando il capo risentito, via via più indignato da quella inconcepibile situazione, davvero deplorevole, ma più di tutto perché era la sua Faith ad esserne la protagonista e lui si sentiva impotente. Non sapeva proprio cosa fare, per poterla aiutare.

Faith lo scrutò esitante, forse persuasa. Magari il suo ragazzo non aveva tanto torto, probabilmente non era più opportuno minimizzare, era tempo di fare qualcosa. Ma cosa?

Dopotutto si trovava in un vicolo cieco, e qualsiasi soluzione avesse scelto, sarebbe stata sempre pessima. Non c’era possibilità di cavarsi, di migliorare la situazione, purtroppo avrebbe peggiorato soltanto le cose.

«Eccomi, arrivo subito.» Nick si erse dalla scrivania e si diresse alla porta per recarsi nell’ufficio del preside.

Allorquando si ritrovò sulla soglia, il suo sguardo fu attirato da alcune grida indefinibili provenienti dalla sua destra, presso la spaziosa parete dov’erano allineati gli armadietti degli studenti.

Si volse in corrispondenza di esse ed avvistò quella ragazza, Faith Monroe, che si lanciava esultante su di uno studente. S’irrigidì.

Non si mosse, rimase fisso ed attento a guardarli, finché non scorse il ragazzo afferrarle un lembo della felpa e tirargliela su. Fece per muoversi, sempre più rigido, per raggiungerli, ma si bloccò pressappoco all’istante.

Si confuse, perché un simile istinto? Quello studente era senz’altro il suo ragazzo, li aveva visti baciarsi, dunque non poteva né rappresentare un pericolo per lei, né per quest’ultimo poiché, ad un semplice cenno sgradito, lei lo avrebbe indubbiamente steso.

E sorrise, quella ragazza era seriamente un vulcano, anche piuttosto stimolante ed avvincente come soggetto.

Però, avendo fissato la sua attenzione su di loro, la intravide d’un tratto piegarsi su se stessa, visibilmente dolorante, e in un rintocco s’insospettì.

Studiò il volto di lui, con estrema premura, e dall’espressione accorata si rese conto che non poteva esserne il responsabile.

Stette ancora fisso su di loro, ad osservare molto concentrato la scena, ma dopo qualche secondo si riappropriò della sua tranquillità, accorgendosi di rasentare l’esagerazione.

In effetti era probabile che la ragazza si fosse ferita a causa della sua straordinaria esuberanza, magari battendo incautamente contro qualcosa, pertanto non s’impose più dilemmi. Varcò la soglia e proseguì il suo percorso.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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