CHIAREZZA, BELLEZZA Cap. 1

«Avanti.»

Faith aprì timidamente la porta e si arenò sulla soglia, oltremisura impressionata dalla visuale che le si offriva, a dir poco detronizzante.

L’uomo seduto dietro la scrivania in fondo alla stanza, di spalle alla finestra, la guardò incuriosito. «Prego, venga avanti.»

Lei deglutì, quello era l’uomo che aveva adocchiato Chloe, ed ora, guardandolo accuratamente nei particolari, si rese conto che l’amica non aveva tanto errato. Era proprio un maschio doc, di quelli da far abbondantemente girare la testa.

Tuttavia si scrollò, ammonendosi silente. Non era certamente il caso di cacciarsi nei guai, anzi, d’inserire un altro guaio nella lista, pertanto con fare indifferente ma ritroso, si accostò alla scrivania ed attese, dritta e impalata, le sue disposizioni.

«Si sedia» le prescrisse lui, con un cortese gesto. «Il preside mi ha appena contattato per ragguagliarmi. Lei è miss Monroe?»

Sempre più impressionata da quella faraonica veduta, lei confermò senz’accennare nemmeno una sillaba.

L’uomo prese un fascicolo dal ripiano, ben sistemato in maniera da emergere. Sicuramente era stato lì pronto per essere consultato, pensò Faith, considerando che lei stessa era in cima all’elenco dei soggetti più ingovernabili del liceo, e il suo nominativo gli era stato indubbiamente segnalato a priori.

Prima di avviare ufficialmente il loro colloquio, l’uomo si presentò tendendole la mano. «Io sono Nicholas Klein, ma può chiamarmi semplicemente Nick.»

Lei gliela strinse, ancora in silenzio.


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«Allora…» si attardò lui, esaminando la sua scheda. «Qui vedo che ha quasi incendiato la scuola, ha aggredito alcuni dei suoi compagni, in mensa ha tirato un vassoio ad un insegnante, ed ha anche danneggiato il laboratorio di Chimica.»

«Sono tutte fandonie, o piuttosto, incidenti» rettificò lei, un po’ seccata.

A codesta replica l’uomo la osservò scettico ma meditativo. «Anche le aggressioni?»

«Senta, se qualcuno mi mette le mani addosso dovrò pur reagire, oppure dovrei dare carta bianca, secondo lei?» s’irritò, fissandolo agguerrita, perché quantunque non fosse fiera dei suoi scatti istintivi e sragionati, non per questo doveva essere ritenuta come una ringhiosa ed esecrabile teppista.

«Se è come sostiene lei, il liceo dovrebbe essere un continuo campo di battaglia, non trova?» contravvenne lui, ma pacifico. «Esistono altri metodi per risolvere le cose anziché alzare le mani, miss Monroe. Viviamo in una società civile, non in una giungla.»

«Lei ha una figlia?» lo beccò Faith, di frenetico istinto.

Per qualche secondo lui la scrutò, preso alla sprovvista, e lei incedé: «Le piacerebbe che qualche ragazzotto voglioso palpasse sua figlia, lei che cosa farebbe?»

L’uomo la fissò assorto. «Dove vuole arrivare?»

«Dico che, siccome mio padre non può difendermi, o per essere esatti, io non potrei neanche dirglielo e mio fratello è tecnicamente ancora in fasce, devo cavarmela da sola, anche con la forza se necessario. E lei, le ribadisco, se venisse a conoscenza che sua figlia si ritrova spesso e volentieri insidiata da qualche adolescente super e dico super, eccitato, che cosa farebbe?» lo quasi colpevolizzò, facendosi più battagliera, giacché il trarre conclusioni affrettate senza peraltro conoscerla, le risultava vorticosamente orticante.

«Miss Monroe» la riprese l’uomo, alquanto contrariato dalla sua postura bellicosa, per lui oltremodo inutile. «Sono un po’ troppo giovane per avere una figlia della sua età, e non ho figli, per la precisione, ma con l’esperienza che ho finora acquisito ho la facoltà di comprendere cosa prova. A volte può essere dura, niente affatto facile, tuttavia la parola è sempre il miglior strumento per risolvere le questioni, come anche la calma, senza dubbio.»

«Questo lo dice lei…» Faith s’imbronciò, colta sul vivo, tenendo maturamente conto che, in conclusione e in piena onestà, era lei ad essere la più sovraeccitata tra tutti gli studenti del suo liceo.

Però di base non era colpa sua, se aveva imprescindibile esigenza di doversi tutelare e per questo permanere sul chi vive, guardarsi le spalle ed oltre, per quantomeno non peggiorare la sua condizione già di per sé abbastanza critica.

«Sa» la destò Nick, ammorbidendo la sua espressione, «cambiare abbigliamento la aiuterebbe.»

«Che vuole dire…» accennò, spaesata, scivolandosi uno sguardo indosso.

Un lieto sorriso comparve sul volto dell’uomo. «Semplicemente che vestirsi come un maschiaccio, la induce a comportarsi e a reagire come tale.»

«Sto bene così, grazie» si offese, nel sentirsi ora minacciata nella sua femminilità, seppur acerba, ma lei era comunque e nonostante tutto, una donna. «E poi peggiorerei solamente le cose. Già è difficile così, quindi non è consigliabile che io assecondi questa sua opinione, sempre che lei non mi voglia qui in pianta stabile.»

«Non intendo imporle la mia opinione, naturalmente, ma sono convinto che in fondo, lei sappia che ho ragione.» Riprese ad esaminare i suoi dati sulla scheda che aveva dinanzi. «Oggi è il suo compleanno, compie diciotto anni?»

«Perché me lo domanda?» Non capiva quale attinenza avesse, o se non altro il perché lo ritenesse tanto anomalo da giungere a puntualizzarlo.

Lui la fissò ancora, facendosi nuovamente pensieroso. «Non dovrebbe frequentare un’altra classe?»

«Beh, ho ripetuto un paio d’anni…» tossicchiò, rimanendo sul vago.

«Ha qualche problema in famiglia, oppure si occupa di qualcos’altro oltre lo studio?» la interrogò lui, nel mentre che ne studiava attentamente l’espressione.

Lei non resse quello sguardo e istintivamente scostò per un attimo il suo, verso destra. «Perché?»

«Perché chi ripete, generalmente è per uno di questi due motivi» le chiarificò l’uomo, che studiò anche quella sua reazione.

«Ecco, io…» s’impappinò, sempre più imbarazzata da quegli occhi che ritenne piuttosto invasivi.

L’uomo la osservò maggiormente pensieroso, allorché Faith chinò gli occhi trastullandosi nervosamente con i polsini della felpa, in totale indecisione sul cosa ribattere.

Ma in seguito risollevò di scatto il volto. «Ci possono essere altre motivazioni, non ritengo che si debba generalizzare.» Passò all’attacco, per deviare il discorso.

«Lo escludo, dandosi il caso che la ragione è molto chiara, miss Monroe» asseverò infine, con un tono tale da trasmetterle che non fosse il caso di fronteggiarlo, dato che lui era lì appositamente per aiutarla. «Lei è aggressiva, inconcludente negli studi, irascibile e dotata di scarsa disciplina, e tutto ciò proviene senz’altro da difficoltà riscontrate nell’ambiente in cui il soggetto primariamente vive, ovvero l’ambiente familiare, salvo che lei non viva da sola. Ma questo non mi stupirebbe, francamente, considerando la sua eccessiva determinazione e lampante mania d’indipendenza.»

Ora lei si spiazzò, per via di quel proverbiale bastone e carota, pur nonostante non si lasciò confondere né, ancora meno, mettere nel sacco.

Poteva pure essere uno psicologo ma senza dubbio era il cosiddetto ultimo venuto, non sapeva nulla né di lei né della sua vita, perlomeno non di specifico. Lui poteva soltanto ipotizzare basandosi su elementi oggettivi, e dunque lei non era tenuta a confermare, men che meno a confessare.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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