MIAJI di Roberto Miano

Briciola ama il miele, le telline e le alghe. Ospita da tempo un tonno che non riesce più a nuotare da che ha sentito raccontare la storia de “La feroce Scatoletta”.

Non sono rare le occasioni in cui è Briciola ad andare a trovare Miaji. Fa tre salti sull’acqua e poi al buio, quando la Luna non c’è, inizia a volare, così sembra, giungendo fino ad una distesa di belle di notte (Mirabilis jalapa e, cioè, mirabili jal’ape).

Le due amiche si accomodano su un fiore fucsia e lì, comodamente sedute, mangiano parlando del più e del meno. Posto che Briciola pesa qualche tonnellata, se ne deduce che taluni fiori abbiano una fantasia capace di ospitare quel che la ragione evita, a priori, come assurdo.

Dopo aver bevuto del sidro di miele le due amiche spesso cantano, Miaji suona il basso (classico, quattro corde), Briciola strimpella la chitarra (preferisce la dodici corde) e canta. Ha una voce incredibile (il che non equivale a dire che sia incredibile che abbia una voce). A volte suonano “Whale and whasp” degli Alice in Chains (“Grilli per la testa” remix).

“Troppo triste questo Enrico” aveva pensato Miaji mentre spiccava il volo, tuffandosi dallo zainetto dove aveva potuto leggere il nome di quel Bipy. “Mi ricorda l’ape Jaccio. Il trucco non c’è più, ma ancora si vede!”

«Ti auguro comunque sogni buoni, strano Bipy. Devo andare, magari ci incontreremo di nuovo. Il mio spazio vitale è minuscolo e quindi significa che le opportunità sono infinite. Chissà, forse ci incontreremo nell’orizzonte di vetro di una schiuma di Chinotto. Vado spesso al Bar Mario, lì la sera c’è un Bipy, lo chiamano Stefano, che si addormenta tutte le volte e che mi permette di infilare le zampe nella sua spuma. È un tipo strano, anche lui. Mi piacciono i tipi strani. Ogni volta gironzonzo sulla spiaggia di zucchero a velo della Luisona (una strana montagna saccaresinosa), subito dopo mi tuffo nella schiuma scura dello spumotto di Stefano. Lui mi osserva, scarabocchia qualcosa su un foglio bianco, io esco dal caleidoscopio infrangibile, lo saluto, lui mi dice qualcosa, forse un “ci vediamo domani”, io rispondo “Ok” e vado. Fuggo dall’occhio socchiuso del bar, evito Luciano che fuori, certe notti, suona la sua chitarra “primo Amore” (dicono che non si scorda mai), faccio due giri intorno all’ombra della Luna e plano su uno sbadiglio, fermandomi sopra una foglia di basilico. Profuma di sogno apetitoso.»

Miaji viaggia ormai da anni, e da sempre insegue il sole al tramonto. È convinta che quel colore arancione sia un’immensa riserva di polline di vita, lo vede spesso, lo annusa, e non starnutisce. Quello è il suo polline.

Ogni sera però sembra sempre troppo lontano, almeno tre ali, e lei ne ha soltanto due.

«Eppure un giorno lo raggiungerò e donerò al vento semi di luce che faranno crescere fiori abbaglianti. E tutti si ricorderanno di Miaji, l’ape dei fiori di luce.»

Miaji odia le mosche, troppo ambigue, non ama le zanzare, le trova inquietanti, ma adora le farfalle. Rimane interi minuti a dipingere con la fantasia le loro ali, e non riesce mai a superare la loro arte.


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Invidia e non conosce il motivo della loro breve vita. Le vede raggiungere il tramonto e dissolversi nella luce, fecondando l’immaginario di nuovi colori.

Le vede nascere, le vede morire. E non le vede mai piangere.

Conosce anche numerose Fate, almeno cento, un Toporazio e un Drago. Vivono nel giardino delle rose pignole. Quando il vento soffia, in inverno, cadono petali color avorio, di pigna. I Bipoety che frequentano le stesse fantasie calpestano la Magia con passi croccanti, piangono gioia o dolore senza infangare la terra fertile di quel giardino, dando invero rinvigorito coraggio a nuovi fiori emotivi ed inverosimili.

Miaji ha visto margherite con petali di farfalla, girasoli capaci di sorridere alla Luna, distese colorate di tulipaniemarmellate, file di gerbecere pentite, timidi sorrisi di papaveri, foreste di rosesasperate da amori dozzinali, orchidee sensuali capaci di spiegare l’eros al vento.

Più spesso, però, la piccola ape sogna una madre tutta sua, che vive in un posto favoloso, sotto un cielo di gelatina, dove tutto profuma di vaniglia, il tramonto è fissato al cielo nel suo attimo migliore con chiodi di garofano, e il paesaggio è decorato da montagne soffici di panzuccheri. Fiumi di miele attraversano bacini di cera. In un catino d’argento “La Grande Nutella” profuma le speranze, pur piccole, di ciascun’ape libera di fare quel che vuole, fin dalla nascita.

In riva al lago l’Ape Regina, con la e, chiama a gran voce qualcuno: «Dove sei, piccola Miaji, dove sei, figlia mia?»

Il sogno finisce sempre qui.

Ma alla piccola ape può bastare, ogni giorno le rimane il sapore dolce della speranza, almeno fino al crepuscolo, quando il sole ha già dato un cucchiaio di polline all’orizzonte che dormirà sereno.


© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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