MIAJI di Roberto Miano

Miaji vive sola ormai da tempo. Ha abbandonato l’alveare nella convinzione che deve esserci stato un errore, non può essere semplicemente un’ape.

Usa le ali raramente e comunque solo di notte. È allergica al polline ma non può fare a meno dei fiori. Al miele preferisce la marmellata, cerca “La Grande Nutella”, ne ha sentito dire.

Qualcuno dice infatti che l’Ape Rugina produca Nutella, una specie di miele cacaotico aromatizzato dalle nocciole, di cui essa si nutre. Dall’oltre mare provengono storie simili: l’Ap’Her Nigotty, Regina dell’alveare di Buco Inn Grand Palace, produce miele densissimo, che le api operaie stoccano in lingotti di gianduia, i Gianduiotti.

Il miele di questa Regina ha un colore banale, non ambrato, ha però il potere di indurre un’ape ad uno stato cacaonico. Il sapore è sostanzialmente diverso, ma nessuna deve sapere, ne vale l’ordine naturale di certe cose.

Miaji ovviamente se ne sfrega le ali di certe regole, né dà troppo credito alle Favole o ai si narra, non ama i cartoni animati, né le fantasiose figure retoriche di improbabili “api magà-ri”, non dà alcun credito ai graffiti raffiguranti l’apetulante Maia, né prega alcun Dio per il polline quotidiano durante il rito dell’ape-ritivo.

Ha un’unica certezza. La vita non ha confini e quelli dell’alveare sono come mani sul collo della curiosità. L’esistenza fuori, è storia incomprensibile e non esistono ali capaci di sorvolare su questa cosa.

“La mamma è una sola”. Mai detto fu più feroce.

Un’ape non ha una mamma dedicata, può solamente sognarla e poi stendere miele pietoso sulla sua amarezza. Un’ape, nata già prigioniera in una cella di cera, è costretta da un regime comunista totalitario a scegliere di essere operaia, oppure di fuggire seguendo la coda della propria coscienza.

I fiori sono terreno buono dove posare i piedi, i colori ingannano i sensi. Miaji deve credere nella vita e nello stesso tempo dovrebbe rassegnarsi alla sua dimensione relativa, obbligata a vezzeggiare i fiori e rubar loro la poesia, starnutendo ed impollinando la ragione con storie appiccicose e smielate.

Come nasce un’ape?


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La conoscete voi la storia delle api e dei fiori? Avete mai visto tra le distese di margherite due Bipydioti mentre si accoppiano?

Un’ape prende il polline da un fiore e lo dona distrattamente al vento che semina i campi fertili. Credete che stia facendo all’amore con la vita? E se pure fosse, credete si stia divertendo? Quei due invece sembravano felici. Li ho visti andar via mano nella mano.

Ricordo di averne visti altri due, bacicaleggiarsi sotto una Luna spazientita, li ho sentiti ripetere più volte che sarebbe stata indimenticabile quella loro “luna di miele”.

Cosa c’entra la Luna con il miele?

Ecco un altro dei perché noi api chiamiamo gli Uomini Bipydioti. Prendono le parole a caso e le confezionano a significare qualsiasi cosa, per fuggire tanto spesso quanto volentieri dai loro pur minimi doveri pratici.

Un’ape non dice cose a vanvera. Un’ape è essenziale (apragmatismo mielogico), condannata a non sognare.

Avete mai visto un’ape poeta?

Miaji è un’ape sui generis, non è un’apoeta, è invece molto riflessiva e pratica (è nella sua natura), si affida a certezze per costruire i suoi sogni.

Cammina a terra e vola in aria. Semplice ed efficace.

Il mondo per un’ape è troppo grande e le domande sono asfissianti se non ti limiti ad osservare senza chiederti ogni volta un perché. Certe risposte poi sanno essere pesanti e non esiste insetto che le sostenga con naturalezza.

Una notte la piccola ape ha avuto modo di conoscerlo un Bipy. Aveva chiuso le sue ali sullo zainetto rosso di costui e, mentre si riposava rifocillandosi con alcune briciole zuccherranti trovate sulla cerniera, lo ascoltava. Il Bipy, triste, si era anche accorto della sua presenza eppure non aveva detto alcunché, come confortato dalla sua compagnia.

Un’ape non ha amici così grossi, semmai ha grandi amici.

Miaji per esempio conosce Briciola, una balena timidissima che vive al largo del mare di S. Atollo. La va a trovare spesso, attraversa una spiaggia lunghissima, saluta i granchivalà, oltrepassa le corolline, vola sulle onde e dopo una milledanza scorge la sua sagoma sotto il mare (nel mare le ombre stanno sul soffitto tra il sole e l’anima).

Briciola fa dei salti incredibili, tanto che sembra quasi capace di volare; Miaji non le ha mai domandato come ci riesca. La piccola ape invece non sa nuotare, e per visitare gli abissi deve accomodarsi nella bocca di Briciola dove potrebbe vivere anche per un anno intero. Un alveare in fondo è molto più piccolo e meno fantasioso.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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