L’AMORE SAGGIO DI UN GATTO di Viviana Masotti

In casa del notaio Gaudenzi, viveva il gatto Virgilio che, a dispetto del suo nome altisonante, era un po’ stupidotto, però aveva un grande cuore.

Era una nebbiosa giornata di fine autunno, quando Virgilio trovò, nel giardino di casa, un uovo caduto dal suo nido.

“Guarda un po’ che piccolo gomitolo…” rifletté il gatto, che era solito giocare coi gomitoli di lana della signora Gaudenzi, facendola spesso arrabbiare, giacché li srotolava e glieli spargeva per tutta casa.

Fece ruzzolare il gomitolo per qualche minuto, poi, notando che nessun filo si allungava, si annoiò e rientrò, anche perché si era piuttosto infreddolito. Si rannicchiò accanto al camino portando con sé il nuovo gioco, e in un attimo si addormentò.

Il calore del fuoco e il calore del pelo di Virgilio, fecero dischiudere l’uovo. Il gatto aprì gli occhi e notò quel minuscolo uccello spelacchiato e tremante.

Il suo primo impulso fu di afferrarlo e farne un succulento boccone, ma subito si vergognò di questo cattivo pensiero. “Che mi prende?” pensò. “Volevo mangiare la mia creatura.” Per perdonare se stesso, cominciò ad accarezzare il piccolo appena nato col garbo di una mamma affettuosa.

L’uccellino, da parte sua, apprezzò quelle coccole e fu felice di essere venuto al mondo in una bella casa, e di avere una mamma che gli voleva tanto bene.

«Come sei grande, mamma» provò a cinguettare l’uccellino, eppure il suo flebile cinguettio non fu udito da Virgilio che miagolò: «Hai fame, Gomitolo? Piccolo mio.» E gli offrì la sua ciotola colma di pane inzuppato nel latte. La creaturina mangiò quanto più poteva, anche se intuiva che non fosse quello il suo cibo preferito, tuttavia voleva crescere in fretta ed accontentare la sua mamma.

Mamma e figlio vivevano in perfetta armonia e non si separavano mai. La signora Gaudenzi si stupì molto nel vedere quella strana coppia e, un bel dì, chiamò il signor Gaudenzi e il figlio, che in quel momento stavano discutendo animatamente, dato che il ragazzo intendeva iscriversi al Conservatorio per diventare musicista, mentre il padre voleva che diventasse notaio, come lui, o avvocato.

Entrambi rimasero favorevolmente colpiti da quella singolare situazione. Quando poi, dopo qualche tempo Gomitolo iniziò a miagolare (sì, avete capito bene, miagolare), alla sua prima parola, mamma, Virgilio si commosse fino alle lacrime.

Dall’istante in cui aveva imparato a miagolare, Gomitolo era diventato una vera attrazione: tutti volevano vedere questo fenomeno e Virgilio era sempre più orgoglioso di lui.


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«È ora che impari a fare le fusa» disse un giorno Virgilio. «Una volta fatto, ti insegnerò ad inseguire i topi.»

Gomitolo non era proprio capace di fare queste cose, anche se, per compiacere la mamma, faceva il possibile. Fu, mentre tentava di acciuffare un topo che, anziché correre, si accorse che stava volando.

«Che fai? Scendi… è pericoloso!» si sgolò Virgilio spaventato, ma Gomitolo si trovava davvero a suo agio in questa nuova condizione e non poté resistere.

“Bene!” pensò allora Virgilio. “Se mio figlio vola, posso volare anch’io.” Salì sul tetto per spiccare il volo ma lui, ovviamente, non sapeva volare, e cadde subito a terra come un sacco di patate.

Gomitolo accorse preoccupato per consolarlo. «Mamma, non volerò mai più, te lo prometto… starò sempre vicino a te.»

«No, figliolo…» si abbacchiò Virgilio, tirando giù il muso con i suoi baffi afflosciati. «Tu devi vivere la tua vita, e se il tuo destino è di volare, devi volare, non puoi sacrificarti per farmi contento. A me basta saperti felice.»

Gomitolo volò libero nel cielo a cinguettare insieme agli altri uccelli, ma non smise di andare spesso a miagolare con la sua cara mamma, che era sempre più orgogliosa di lui.

Il signor Gaudenzi seguì l’esempio di Virgilio che, forse, non era poi tanto stupidotto. Un giorno chiamò il figlio e gli disse: «Ragazzo mio, se desideri ancora diventare musicista, non sarò io ad ostacolarti. La tua vita è tua, e soltanto tu puoi decidere come viverla.»

Il ragazzo abbracciò il padre commosso. «Grazie, babbo.» E gli sembrò di volare.


© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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