La Strega in Amore

Ma la Strega, a dispetto della sua nefanda parvenza, maligna nella parola, nel gesto, perfino negli occhi… custodiva in sé un segreto. Un grande segreto. Non era nata Strega, non del tutto almeno… e, di certo, non sarebbe mai perita da Strega. Ci stava lavorando, si direbbe comunemente, stava faticosamente lavorando per ricostruire quel che, venturosamente, ancora non era definitivamente perduto.

Studiava, e studiava, incurvata e rigida, tutta raggrinzita sui suoi tomi e innanzi al suo grosso leggìo, non dormiva, quasi non mangiava, chiusa, lì dentro in una penombra per chiunque inquietante, contornata da fiochi lumi e spezie sfrigolanti che emanavano un aroma maleodorante, per poco non nauseante.

E il Principe si fidava, non razionalmente, non coscientemente, ne sublimava la solitudine, non consentiva ad alcuno di disturbarla, non la disturbava egli stesso, ne sentiva soltanto la presenza, o l’assenza… misterioso desiderio di averla al suo fianco, di fronte, di poterla toccare. Un ennesimo, pernicioso conflitto.

E il vecchio Re morì, il Principe salì al trono e la Strega ancor lì dentro, senza nemmeno sbirciare in qualsivoglia fessura, indaffarata, ansiosa, il termine stava per scadere. L’ultima sua occasione.

E avvenne l’incoronazione, ed avvenne l’esultanza del popolo, la pomposa parata, ed avvenne l’integrale solitudine del nuovo Re.

In sintonia, inconsapevole ma eclatante, anch’egli di punto in bianco si raccolse nelle sue stanze. Si rinchiuse. Nessuno voleva vedere, con nessuno voleva conferire. La mancanza della sua amata si era fatta man mano più atroce, insopportabile, ora ancor di più. Ora più che mai.

E si deperì, si spense, s’incupì. Sparì.

Finché un giorno, d’improvviso, ricevé un dono. Dalla maestosa finestra che occupava gran parte della sontuosa parete della sua camera da letto, le tende in organza che aleggiavano grinzate dal vento, intravide un uccello volare e volteggiare nella sua direzione, dal cielo che sullo sfondo riprendeva evanescenti colori giallicci, sembrando bagliori di luce che si estendevano dal piumaggio posteriore di quella che pareva una colomba.

Ma, ciò che lo colpì in maggior misura, fu che dal becco di tale uccello sporgeva un fiore, candido come lui. Una rosa bianca.

Il Re strizzò le palpebre, anche per mettere a fuoco e si rese conto che non era mera visione.


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La colomba non si arrestò, giunta in prossimità del trasparente velame lasciò cadere la rosa sul davanzale e sfrecciò in alto, in alto in alto, su nel cielo fino a scomparire.

Il Re non ricevé il tempo per avvicinarsi al fiore, splendente come mai potesse aspettarsi, che udì l’imponente porta schiudersi, ed un fruscìo intenso contro di essa. Il fruscìo di un abito regale.

Di scatto il Re si voltò, assalito da una vibrante sensazione, indefinibile da egli stesso, e rimase paralizzato allorché distinse sulla soglia, lei, sì. La sua Principessa.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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