LA REGINA DI GHIACCIO di Sandro Zola

Tempo fa, quando mi sono recato in Svizzera, ho avuto modo di ascoltare la leggenda sulla nascita dell’Edelweiss, fiore dal freddo ghiaccio ma delicato, esattamente come colei che secondo tale leggenda l’ha generato. Sono molte le leggende, che raccontano la nascita della Stella Alpina, ma questa è la meno conosciuta, forse, ed è magica davvero.

Su un’altura delle Dolomiti, perennemente gelida ed innevata, si erigeva un altissimo palazzo di ghiaccio, dove viveva una bellissima Regina.

Voi direste, fin qui, niente di nuovo. Ma la Regina, non era un’usuale Regina, era una Fata, una splendida e nivea Fata che, ahimè, condannata da un crudele Destino non poteva essere chiesta in moglie da alcun mortale, pena la distruzione del suo Regno. E, di conseguenza, men che meno sposarsi con uno di essi.

Ciò nonostante, a dispetto di tale maledizione dai risvolti letali, erano numerosi i mortali che osavano avventurarsi fino alle supreme vette alpine, pur di ammirare le splendide e magnetiche fattezze della Regina delle Nevi, che con cotanta bellezza si mostrava divinamente fiera a loro.

Impossibile resistere, esorbitante era il desiderio di averla, e qualsiasi cosa avrebbero rischiato per poterla sposare, anche la vita.

Ed infatti, malauguratamente, alto era il prezzo per potersi anche solo avvicinare. Arrivati fin su, i poveri malcapitati venivano accolti nel palazzo, in maniera del tutto benevola, dalla Regina stessa che si offriva di banchettare con loro.

Ilare era l’atmosfera ma di ghiaccio era il cuore della Regina, poiché non appena uno sventurato avesse pronunciato la fatidica domanda, il suo richiamo si faceva perentorio.

Ed ecco sbucare una miriade di Folletti, da ciascun dove, che alla maniera di un foltissimo e turbinoso sciame di locuste sospingeva il povero disgraziato fino all’orlo dell’abisso, facendolo rotolare giù lungo tutto il dirupo, fino al torrente. Ed è così, che la mattina dopo, il suo corpo esanime veniva ritrovato ai bordi del fiume.

Stessa sorte ai suoi sprovveduti compagni che, pur assistendo ad un tale raccapricciante spettacolo, dato l’affatturante incanto non potevano fare a meno di chiederla ugualmente in moglie. E allora giù, giù… tutti giù per il dirupo.

Accade un giorno, che anche un giovane cacciatore dalla bellezza disarmante, ebbe la sventura di scorgere la serafica Regina, dall’alto del suo palazzo dai cristalli di ghiaccio. Faceva sfondo l’aurora, cornice e potente esaltatrice. Il giovane non poté non innamorarsene.

Rapito dall’incanto, non poté più evitare di tornare in loco, ogni giorno, per ammirarla.


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Era timido il giovane, timidissimo e questo forse poteva rappresentare la sua salvezza. Mai ebbe il coraggio di porle quella fatidica ma fatale domanda, si limitava a contemplarla, ad ardere d’Amore per lei.

E quel calore, ardente nel cuore, fece breccia nel gelido cuore della Regina, non più di ghiaccio, man mano sempre più aperto all’Amore. Dispiaciuta si avvide, la Regina, giacché avrebbe ben volentieri accettato di sposare quel bellissimo giovane. Semmai avesse potuto.

Mai i Folletti furono convocati, per buona sorte non ve ne fu mai bisogno, e per questo la Regina era sollevata. Pregava la Regina, silenziosamente pregava che il giovane non le chiedesse di sposarlo, mai, dacché avrebbe sofferto la pena nel cuore, se avesse dovuto farlo perire come tanti, e tanti altri prima di lui.

Eppure ciò non bastò, perché i Folletti, accortisi del mutamento nel cuore della Regina e dunque timorosi che ella potesse infrangere la regola e così invocare la disgrazia su di loro, un bel giorno, senza preavviso si avventarono sul povero giovane, nel momento in cui stava inerpicandosi, ancora una volta, sul precipizio per poter contemplare la sua amata Regina.

A nulla valse l’ordine non dato, quanto fosse necessario per essere autorizzati ad agire, perché i Folletti lo accerchiarono e quasi con ferocia, lo scagliarono nell’abisso.

La Regina aveva il supplizio nel cuore, nulla poté fare per impedire quell’atroce spettacolo.

Restò ad osservare la fine del suo mancato amante, da una finestra del suo palazzo, mentre innumerevoli gocce di pianto dense e turgide scivolavano come perle lungo il ghiaccio della rilucente torre, rosata per gli ultimi bagliori d’un tramonto che stava lentamente morendo dietro la coltre di ghiaccio del monte.

Le sue funeste lacrime raggiunsero la neve ai piedi del palazzo ma non si arrestarono, seguitarono a scivolare fino al precipizio e poi nell’abisso, fino a raggiungere la tomba del giovane e lì si fermarono, tramutandosi in luccicanti stelline d’argento, le Stelle Alpine.

Questi fiori sono sempre lì, e crescono ai bordi dei dirupi affinché i più temerari che abbiano l’ardire di coglierli, non possano che rammentare la struggente e devastante storia d’Amore dello sventurato giovane che fu perduto d’Amore per una Regina dal cuore di ghiaccio, un cuore di ghiaccio che ella però sciolse e tramutò in cuore di donna, pieno di compassione e d’Amore, per il suo perito amante.


© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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