LA RADURA DELLA LUCE E LE OMBRE DEL REGNO DI ERS di Maria Emanuela Fiori

Custodita in una lanterna incastonata all’interno di un pilastro intagliato, una luce filtra soffusa tra i motivi traforati di alabastro azzurro, disperdendosi in un’ampia sala disegnata da archi acuti che incorniciano il soffitto. 

Una figura longilinea ed elegante emerge dalla penombra con delle vesti argentate, che terminano sul pavimento di ossidiana in un ristretto strascico. I lunghi capelli ondulati dalle sfumature ramate le ricadono sulle spalle fino alla vita, accarezzando piano l’abito ricamato.

Deste, Sacerdotessa delle Fate, gesticola con la sua infinita grazia mentre è intenta ad esporre le sue preoccupazioni ad Amior, Elfo tra gli Anziani, in attesa dell’imminente riunione dei Fondatori del Consiglio, che li vedrà protagonisti di un’importante decisione riguardante le sorti dell’intero Popolo della Radura della Luce.

Dall’interno della sala s’intravedono delle ombre mosse da una tiepida brezza che arriva dalla terrazza adiacente, gremita di rampicanti che circondano il loggiato, oltre il quale vi è un immenso vuoto che si staglia in lontananza, in una prospettiva di alberi verde scuro che sembrano scolpiti dal buio.

«Amior, mio fedele compagno, è dal tempo di due anni, ormai, che nel nostro mondo delle fitte nebbie affollano il cielo, oscurandolo allo sguardo di chiunque cerchi di scorgere le valli della Radura, che ne arricchivano il paesaggio in prossimità dell’orizzonte. Ora le ombre si amalgamano insieme senza che nulla si possa più distinguere» sospira Deste con rassegnazione, per poi proseguire: «Ricordi quando tutto è iniziato, con quei segni inconsueti che apparivano nel cielo cambiandone l’aspetto? Non c’erano più la limpidezza e le tenui sfumature di colore che lo abbellivano, bensì un cielo irriconoscibile immerso in una nebbia viscosa e densa… E penso a Dilem, la mia cara sorella, cerco di ricordare il suo volto…»

«Deste, mia cara, nessuno di noi, nei giorni che seguirono quel fenomeno, avrebbe potuto immaginare che sarebbe stata la fine della luce per il nostro mondo, imbrattato dall’essenza del Male per volere di Ers. Tutti pensiamo a Dilem, lei è sempre con noi» afferma Amior cercando di tranquillizzarla.

«È meglio non nominare l’Oscurità, o potrebbe presentarsi all’improvviso e coglierci impreparati» lo avvisa Deste distintamente ansiosa.

«Colei che non vogliamo nominare ha diffuso le ombre ovunque nella nostra Radura, unico luogo risparmiato dalla sua malvagità, fino al momento in cui la foce dalla quale sgorga la Sorgente del Mare di Giada è divenuta di suo possesso, consentendole di ottenere facoltà a lei prima negate e sconosciute, e che sono state utilizzate come uno strumento di distruzione contro il nostro mondo e tutte le sue creature» asserisce Amior con una rabbia che si legge nei tratti solcati del suo volto.

«Abbiamo dovuto imparare a vivere nella semioscurità, le lucciole nane ci consentono di affidarci ai loro lumi per poter sopravvivere, ma numerosi di noi hanno spezzato le loro ali quando esse erano sprofondate nel loro sonno rigenerante.» Deste assume un’espressione rattristata nel parlare di questo grave episodio.

«Deste, talvolta sono gli eventi peggiori che ci conducono a comprendere ciò che sfugge ai nostri occhi» replica Amior con voce amareggiata. «È così che siamo venuti a conoscenza del tradimento di coloro che hanno lasciato vincere la debolezza dei loro animi e non sono rimasti fedeli al nostro mondo, scegliendo di far parte dell’Oscurità e rinnegando ciò che siamo e che ci unisce al Grande Albero dello Spirito di Nem, come un unico popolo, il Popolo della Luce» conclude, mentre la brezza che arriva dal loggiato gli muove i capelli dai riflessi azzurri che ricoprono le sue spalle, ornate lateralmente da due trecce sottili. Le sue dimensioni da Umano, come per tutti gli Elfi della Radura, ne fanno un Elfo dall’aspetto affascinante, con una fisionomia del viso caratteristica della sua razza.


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«Chiunque abbandoni lo Spirito di Nem, colui che ci ha creato e da cui ognuno di noi è nato, non può più tornare indietro ed è da considerarsi perduto per sempre» sostiene Deste con fermezza. 

«Deste, Amior, la vostra presenza è richiesta nel patio, sono arrivati tutti i rappresentanti del Consiglio. Venite, è il momento di iniziare» li convoca Sarom, Elfo tra i più influenti nella Radura, entrando nella grande sala che Deste adopera per ricevere chi le chiede udienza.

I due si avviano verso il patio dov’è stato allestito un enorme tavolo in pietra per ospitare l’intero Consiglio. La sera sta calando e, dalla clessidra che segna lo scorrere di un giorno, si sente il fruscio dei granelli di sabbia scivolare nella stretta fessura fra le due ampolle di vetro violaceo, che si accumulano nel fondo quasi pieno, intanto che Deste e Amior si allontanano seguiti dalle loro ombre.

Nel patio l’intero Consiglio prende posto intorno al tavolo designato per la riunione, e l’atmosfera diviene cupa e seria.

«Le lucciole nane non potranno darci la luce delle loro ali per sempre, specie perché non abbiamo più lucciole regine che covino per dare vita a nuovi nascituri, per non parlare delle perdite che abbiamo subito quando sono state spezzate le ali alle nostre fedeli risorse. Inoltre, la fonte della nostra Radura, la Sorgente del Mare di Giada che propagava fertilità alla nostra terra e alle creature del nostro mondo ormai scarseggia, dobbiamo prendere una decisione e dobbiamo farlo oggi: propongo di arrivare al Palazzo di Ghiaccio Nero e liberare Dilem, è il solo sistema che abbiamo per fronteggiare la Fata Nera e privarla del suo potere» assevera Samor con tono deciso a tutto il Consiglio riunito.

«Samor, amici, tutti noi sappiamo che Dilem, mia sorella, custodisce in sé l’Essenza della Luce che le è stata affidata da nostro padre Nem, per proteggere il Popolo della Radura, lei possiede dentro di sé la saggezza e le capacità predittive di vedere oltre il tempo, gli eventi a chiunque nascosti» interviene Deste, servendosi di una voce sicura e pacata. «Come Sacerdotessa delle Fate non vorrei altro, credetemi, che inviare le nostre Forze a liberare mia sorella, ma come rappresentante del Consiglio, non ho mai sostenuto ciò che non fosse pace e compromesso, pur di evitare scontri dolorosi e conseguenze tragiche. La guerra porta guerra!»  

«Siamo in guerra da due anni, dal giorno in cui Dilem è stata rapita e segregata nelle profondità della Roccia nel Palazzo di Ghiaccio Nero, da colei che si nutre dell’odio di ogni creatura esistente» attesta Samor moderando la sua collera, e riprende il suo intervento nel Consiglio: «Ers è riuscita a mettere insieme un esercito di seguaci che le sono fedeli, avvalendosi della loro sete di potere, odio e vendetta. Se insistiamo ad aspettare sarà la fine per il nostro mondo.» Samor termina con queste parole lasciando spazio agli altri.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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