LA PRIMA FATINA DEL GHIACCIO di Sara Sciore

C’era una volta, nascosto da un’immensa montagna un bellissimo giardino incantato. Potreste pensare che la sua particolarità stesse nella cascata scintillante che modellava il lago ai suoi piedi, o nella perpetua atmosfera primaverile che faceva sembrare di essere in paradiso, e invece la cosa più bella di quel posto erano i fiori: primule, gigli, margherite, campanule… tanti delicati e graziosissimi fiori che formavano un’esplosione di colori, la vera forza della Natura.

A prendersi cura di loro era la Fatina Lif, che si faceva aiutare dalle sue amiche api e coccinelle.

Lif era stata appena promossa alla Scuola di Magia delle giovani Fate, ma era ancora inesperta sull’arte magica della Botanica, essendo che c’era un bel po’ di lavoro da fare: spruzzare al mattino le perle di rugiada prima che il sole sorgesse del tutto, poi svegliare i fiori, dar loro da bere, farli danzare nella culla del vento… Ma Lif era una Fatina determinata, la sua forza stava tutta nelle sue ali dorate e nei suoi capelli color del sole. Pesava tanto quanto una foglia e, quando volava, lasciava una scia colorata grazie al suo vestitino color arcobaleno.

Un giorno però scese una grossa nuvola e, intorno a loro, iniziò a farsi buio e freddo. Ed uno dei suoi fiori si ammalò.

«Hai un brutto raffreddore oggi, Signor Narciso!» gli disse la dolce Fatina, e il fiore per tutta risposta starnutì, sputando un po’ di polvere nettarina. Lif pensò subito a quale errore avesse commesso, forse gli aveva dato la brina troppo presto quella mattina, o forse si era infreddolito a stare troppo nel vento… Aveva paura che la sua Fata Maestra venisse a rimproverarla da un momento all’altro.

«Portategli del miele» ordinò alle api, intanto che le coccinelle facevano da infermiere al povero narciso malato.

Di colpo iniziò a nevicare, e sulle prime Lif fu stupita da quella meraviglia bianca, credendo addirittura che la neve fosse magica ancor più di lei. Ma, passando i giorni, alla neve si aggiunse il ghiaccio, la terra era sempre più bianca e gelida, ed api e coccinelle avevano avvertito il bisogno di rifugiarsi nelle loro tane, per sentirsi così al sicuro per l’intera durata dell’inverno.

Lif era tanto stanca, lavorava tutta sola cercando di mettere in salvo i fiori che continuavano ad ammalarsi, uno dopo l’altro. Aveva sistemato una piccola serra per ripararli, ma alcuni di essi non ce l’avevano fatta e Lif era sempre più triste, si preoccupava, poverina… impiegava tutta la sua magia per salvarli, però cominciava anche lei a indebolirsi.

Una mattina, una campanula che si era affezionata a lei la chiamò.

«Che cos’hai, amico fiore?» le domandò gentilmente Lif.


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«Un brutto male è sceso sul giardino» rispose la campanula rabbrividendo. «Il vento mi ha sussurrato il nome del colpevole, che porta freddo e neve nel nostro mondo: è la Puzzola Pigrona che, per starsene sempre in letargo, ha stretto un patto con la Strega dei Venti e adesso l’inverno è perenne.»

«Ma così i fiori moriranno! Come posso aiutarvi?» s’informò agitata la Fatina.

I fiori non parlavano sempre in modo chiaro e la campanula stavolta le rispose con una filastrocca: «Piccola Fata dalle ali dorate, voli di notte tra stelle incantate, porti l’amore a chi non ne ha, piccola Fata chi ti fermerà? Solo quel vento che soffia impetuoso, solo la pioggia che bagna i tuoi fiori, piccola Fata come farà? Piccola Fata andrà a ripararsi, sotto ad un fiore o sotto una foglia e con tanta calma lei aspetterà…»

La Fatina Lif prese quelle parole come un tesoro, ma sentiva che era necessario rimediare al più presto, così decise di affidarsi alla saggezza della sua Fata Maestra. Questa però le disse che persino la sua magia era troppo debole e quindi serviva un rinforzo.

«Nella quercia più longeva troverai un Folletto, non è molto socievole, ma è l’unico che può aiutarci in questa tragica situazione» le suggerì la Fata Maestra.

«Ma come posso riconoscerlo?» chiese Lif un po’ titubante.

«Lì dove il bosco si fa più fitto, lì dove gli alberi sono più nodosi, non puoi sbagliare: c’è solo lui.»

Lif non perse tempo e tornò a volare tra vento e tempesta.

Poco a poco, la Fatina non aveva più forze. Era impaurita ed aveva tanto freddo, le sue belle ali diventarono pesanti e si fecero come due fragili frammenti di vetro, che caddero sgretolandosi, così fu costretta a camminare sulla neve con i suoi piedini delicati. Camminava, camminava, ma mai niente trovava.

Povera Fatina! Le mancavano le sue ali… e le mancava quel sole, che splendeva immenso sui suoi lucenti capelli e scaldava i suoi fiori e la terra di quella grande montagna. Non aveva più i colori dell’arcobaleno il suo vestitino, e le sue mani non avevano più magia. La Fatina non aveva più speranza.

Si accasciò a terra appoggiandosi ad un tronco d’albero e pianse. Le lacrime le scorrevano sulle guance smagrite, arrossando il suo visino dolcissimo.

Dopo un po’ si sentì strattonare, e trovò davanti a sé una specie di brutto vecchio, con le orecchie enormi e quadrate e delle gambe piccole piccole.

L’ometto osservò il suo vestito fatto di fiori e quasi le urlò contro: «E tu chi sei? La Fatina dei Denti? Sei arrivata tardi! Mi sono già caduti tutti e non ho neanche la dentiera!»

Lif si asciugò una lacrima, gonfiò le guance e furiosa strepitò: «Io non sono la Fatina dei Denti! Lei è andata in pensione da tanti anni e fa lavorare il topolino al posto suo! Io mi chiamo Lif, sono la Fata dei Fiori!»

Il vecchietto scoppiò a ridere. «Fiori! Non devi essere una Fata tanto brava se sei riuscita a farne morire così tanti!»

Lif cercò di ignorarlo e a testa bassa ammise: «Non ho più magia.»

«Purtroppo non ne vendono più al mercato del paese» confermò amareggiato anche lui.

«E tu invece chi sei?» lo scrutò la Fatina con aria sospettosa.

«Il mio nome è Birbek, Folletto sfortunato» si presentò l’ometto stringendole la mano.

Una volta presentati, Birbek invitò Lif a casa sua in maniera da potersi scaldare. Lei non era sicura se costui fosse proprio il Folletto che la Fata Maestra le aveva consigliato di cercare, eppure si sentiva ispirata dalla sua fiducia. Così accettò l’invito.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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