IL TRISTE DESTINO DI YADÌR di Giorgio Candelori

Quando ancora gli Elfi vivevano nella loro Terra, prima che fossero cacciati dagli antichi Gaeli, esisteva un Elfo guerriero di nome Yadìr, il quale non aveva mai conosciuto l’Amore, ma piuttosto ne aveva rifiutato il peso.

Troppi suoi compagni aveva veduto patire per Amore, condannati all’insania e certuni alla morte, e di per certo questo non era un Destino che voleva per sé. Ma, padroni del loro Fato, il Fato nelle loro mani, Yadìr non ne aveva previsto il gioco.

Gli Elfi sono immortali, e la vecchiaia in essi avanza lenta, lentissima, in una maniera impercettibile. Ciò permette che essi cavalchino i secoli, le ere, ed assistano ai mutamenti del mondo. Sono in un dato senso divini, immuni dalle malattie e dalle pestilenze, però questo indica che sono quanto più vicini alla morte di un qualunque altro essere, giacché la vedono ripetersi nella ciclicità della sua falce, ineluttabile.

Sono immortali ma non indistruttibili. Fatti della stessa sostanza di cui è fatta la Terra, vivono tanto quanto vive la Terra, ma essa può essere distrutta, e così anche loro. Ed, infatti, numerosi compagni di Yadìr perirono durante la lotta per salvare il loro Regno, e non comunque vi riuscirono.

Trasferitisi in un’altra Terra, Yadìr divenne invece una sorta di errante, attraverso i vari mondi. Anche quello umano. E, Fato volle, che egli incontrasse un’umana, bellissima, che per quanto bella non assomigliava neanche ad un’umana, quanto piuttosto ad una Dea. Ma restava umana e, soprattutto, mortale.

Ed è qui che si diede inizio al tormento di Yadìr.

Mai innamorato, sappiamo che il primo Amore è un qualcosa di immenso ma di incontrollato, a tratti potentemente irrazionale, e per esseri come gli Elfi forse doppiamente, giacché sono molto più sensibili degli umani.

Tuttavia, non fu fondamentalmente tale il maggior ostacolo.

Questa donna, di nome Eva, era la sposa di un ricco mercante, un uomo arcigno e veramente poco romantico che, errante anche lui, poco tempo passava con la moglie, nella sua città. Non l’aveva sposata per Amore, bensì per via del suo lignaggio, essendo lei figlia di un nobile Signore, e bramandone dunque soltanto il titolo.

Verità per verità, neppure Eva era innamorata del suo sposo, era stata data in moglie molto giovane, quasi bimba, ed i matrimoni combinati di quel tempo poco avevano a che fare con l’Amore. Sempre che non si trattasse di favole…

La giovane Eva amava tanto cucinare, si recava spesso nei posti dove crescevano vegetazioni naturali per raccogliere spezie sempre nuove e saporite. Un po’ le coltivava anche dietro la sua casa, dove aveva creato uno spazio totalmente dedicato ad erbe ed odori. E gli odori, così intensi ed invitanti, dal profumo soave e particolare, furono proprio quelli che attirarono l’Elfo, un dì che passò per quella cittadella.


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Difficilmente l’Elfo si rendeva visibile, quando vagava nel mondo degli umani, ma quella volta non poté farne a meno, in quanto neanche nella Terra di Mezzo, il suo mondo, mondo magico per eccellenza, aveva mai sentito quei profumi.

«Milady.»

Eva aveva sussultato, colta di sorpresa. Quando coltivava il suo angolo di cielo era completamente immersa in esso, concentrata ed estraniata.

«Ditemi pure, gentile Signore» lo invitò in seguito, essendosi ricomposta.

«Siete di questo mondo?»

La Dama aveva riso lievemente, a causa di quella bizzarra domanda. «E da cosa lo intuireste, Milord?»

«Ho viaggiato molto per queste terre, e mai mi è accaduto di percepire un profumo così soave.»

Eva non aveva compreso che quello straniero fosse un Elfo, d’altronde essi sono molto simili agli uomini, solo più alti ed assai più aggraziati, tuttavia, il segno distintivo che avrebbe potuto tradirlo, ovvero le sue orecchie appuntite, erano ben occultate dalla lunga chioma dal color ambra lucente.

«L’Amore fa miracoli» dichiarò, innocentemente.

L’Elfo ne fu colpito, oltremisura, e poté rivolgerle soltanto un incantevole sorriso, ma così incantevole, così magico, che la Dama ne restò colpita a sua volta.

E così, tacitamente, iniziarono i loro incontri.

L’Elfo si stabilì in quel luogo, in un bosco nelle vicinanze, ed ogni giorno rendeva visita alla Dama. Il loro rapporto si fece immediatamente confidenziale, e Yadìr le profondeva consigli ed accorgimenti per le sue piante. E le piante crescevano ed erano così meravigliose, che per Eva era un continuo stupore.

Quel Lord aveva un segreto, ne era più che sicura, ma nella sua educata discrezione non aveva mai sfiorato l’argomento.

Accadde poi, che l’Elfo cominciò ad accompagnarla per boschi, suo habitat naturale e non solo, quando prese certezza della fiducia della Dama, senza che lei avesse il ridottissimo timore sulle sue intenzioni.

Però Eva non aveva mai avuto paura, mai, sin dal loro primo incontro, ma, naturalmente, ciò non aveva potuto rivelarglielo, per la buona creanza ed il decoro che contraddistinguevano il suo rango, e non di meno per l’onore e la rispettabilità del marito.

Trascorsero i mesi e poi gli anni, ed era come se fosse ancora il primo giorno. Una cosa però era cambiata. I sentimenti di Yadìr.

Anche Eva si era innamorata di quell’essere così dolce e sensibile, un’autentica rarità, eppure tra loro non era accaduto nulla. Era una donna sposata, aveva giurato dinanzi a Dio fedeltà e rettitudine, e non intendeva commettere sacrilegio, neanche a discapito del suo cuore.

Ciò nondimeno quel sentimento iniziò a sgomitare, forte, fortissimo, così potente che anch’essi non poterono più opporsi.

E sotto la Luna splendente di una neonata sera, appena disceso il tramonto, si diedero un bacio che non ebbe mai fine. E fu la fine.

Dopo quel bacio, infatti, tutto cambiò. L’agrodolce sapore dell’attesa, la deliziosa agonia del desiderio si trasformarono in dolore accecante.

Yadìr non poteva portarla con sé, condannandola ad una vita errante con un essere che sarebbe rimasto per sempre giovane, laddove ella sarebbe nel tempo sfiorita per mano delle leggi umane, vederla morire anziana e sofferente… e lei avrebbe tradito la sua famiglia ed il marito, abbandonandolo di modo che ne avrebbero pagato altri le conseguenze. Un gesto efferatamente egoista che non aveva cuore di mettere in atto.

E quegli incontri divennero intrisi di angoscioso affanno, di turbamenti indicibili e di tormento letale.

Sicché, un giorno, senza alcuna parola l’Elfo partì. O meglio, le diede credenza che fosse partito.

Inutile qui narrare la sofferenza insopportabile che Eva patì, allorquando si rese conto che il suo amato l’aveva abbandonata. Ma ancor più lancinante era la sofferenza di non poterlo seguire, per le invisibili catene che le avevano asservito la vita.

Riprese la sua esistenza, come un fantasma che non possedeva più stimoli, più interessi, più gioie… e si ammalò.

Yadìr, che al contrario era lì, ogni singolo giorno ad osservare il suo Amore proibito, si struggeva e dilaniava l’anima, non potendo far nulla per guarirla, perché guarirla significava tornare da lei. L’unico modo, l’unica guarigione.

Anni d’inferno, seguirono, come una condanna a morte senza morte, un’eternità senza vita.

E giunse il giorno fatale, inesorabile. Ormai anziana e da quella ferita mai guarita, Yadìr la vide morire. Non tra gli stenti, non dal dolore fisico né dal consumarsi delle sue membra, semplicemente si addormentò, con l’ultima parola sul fiore delle sue labbra: Yadìr.

Fu egli a regalarle la morte, comparendo a lei per l’ultima volta, per dirle addio, per darle alleviamento a tutte le sofferenze.

Le passò una mano sugli occhi, le passò un velo sull’anima, che in seguito a quel tocco partì librante, ma non prima di sorridergli e dirgli che lo amava, immensamente.

Yadìr è ancora lì, in quel bosco, nel luogo in cui il suo Amore baciò, ed ogni notte, ancora oggi ne bacia l’anima ed il ricordo, in un Destino triste ed implacabile che non gli lascerà mai scampo.


© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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