IL TEMPO DELLA STREGA BIANCA di Sascia Trevisan

All’intorno le graziose lucine bluastre si allontanavano, facendole strada in direzione di un sentiero oscuro, affiancato da mastodontici alberi spogli dagli inquietanti tronchi rugosi e scuri, sopra di lei la rugiada cadeva come una finissima pioggia dal sapore dolciastro e sotto i suoi piedi sottili fili d’erba solleticavano le sue dita. La delicata brezza le muoveva il lungo e setoso abito grigiastro, mentre i suoi capelli lunghi e color magenta si asciugavano veloci per la dolce mitezza.

S’incamminò a passi poco decisi, scostando con le esili braccia le fronde dei rigogliosi cespugli ricoperti da grosse bacche rosse e succose, una soave melodia fatta di note d’arpa e di vivaci flauti si faceva sempre più contagiosa avvolgendo il suo corpo, la sua mente, caricandola di un’emozione talmente poderosa da indurla a mettersi a danzare, a ridere, a saltellare. Tutto sembrava così leggero, come se non esistesse la gravità, come se ella fosse ancora immersa nell’acqua che la sorreggeva e la sollevava da terra.

Finì di percorrere la via costeggiata da piante di rara bellezza e, dinanzi a sé, trovò con smisurato stupore enormi massi rocciosi rivestiti da morbidi muschi disposti ad anello e, all’interno, delle splendide creature danzare in cerchio: alcune avevano delle grandi, opalescenti ali dai colori freddi e notturni, altre le avevano piccole ma fulgenti e volavano tutt’attorno ad esse, altre ancora erano sedute a terra bevendo in boccali di legno e battendo le mani a ritmo di musica.

Le lucine che l’avevano accompagnata svanirono nel paesaggio e Medea, dall’incontenibile emozione nel trovare quel che aveva sempre vissuto nei libri, proprio ad un passo da lei, versò qualche lacrima che rotolò calda sulle sue guance rosee.

Una graziosa creaturina dai capelli ondeggianti e vestita di piante acquatiche le prese una mano e la invitò a danzare con loro, le adagiarono una ghirlanda di fiori sul capo in segno di benvenuto e la trascinarono nelle loro sfrenate danze e così, qualunque cosa che la attorniava cominciò a girare, i sorrisi si alternavano e senza paura Medea volteggiava tra i profumi e i vapori di quella magica atmosfera.

I minuti scorrevano lesti e mentre i colori si mescolavano in un girotondo senza fine, la Strega Bianca distinse tra gli esserini seduti a terra, la volpe che poco prima era finita nel fiume. Ciascun ricordo dimenticato le riaffiorò in mente, la caduta in acqua, il povero animale ferito, il libro che stava leggendo sotto il secolare pino, e la Leggenda che raccomandava di non ballare mai con le Fate in cerchio, poiché una sola notte trascorsa con costoro equivaleva a cento anni umani.

Cosicché, nell’immediato panico provò a divincolarsi dalle loro umidicce mani, non sapeva cosa fare e come fare per ritrarsi, cercò di urlare senza che però alcun suono le fuoriuscisse dalla bocca, la quale sembrava incollarsi e richiudersi lentamente. Le creature ridevano come se nulla fosse, ignorando lo sguardo di supplica della donna.

Nel momento in cui quella surreale situazione parve velocizzarsi, Medea si sentì strattonare il vestito e graffiare le caviglie, la volpe stava tentando di tirarla via stringendo la coda dell’abito tra gli aguzzi denti. Nonostante la stazza, il suo portentoso vigore fu sufficiente a dividere Medea dalle bramose mani delle Fate e farla cadere con un tonfo a terra, alzando un grosso polverone che tutto coprì, nascondendo quel cerchio di danze che pareva non aver mai fine.

La Strega corse svelta con l’animale, fuggendo da quello strano sogno, cercò di tornare da dove era venuta con frenesia, di non ascoltare la musica ormai dietro di sé, di racimolare la forza per non voltarsi indietro, verso quella magnetica atmosfera che la attirava con prepotenza. La nebbia la invase, di nuovo quella compatta foschia la involse e lei si sentì priva di vita, come una bambola di pezza mossa secondo la volontà di quel misterioso luogo.

Il mattino arrivò lento, la luce era nascosta tra le corpose nuvole bianche che tappezzavano il cielo e la camera di Medea era dipinta di una luce candida e rilucente. Si svegliò di colpo, come infastidita dal troppo chiarore e vide, che fuori dalla finestra il paesaggio era innevato, la soffice coltre lattea foderava totalmente il panorama, piegava le fronde dei pini per l’ingente peso ed occultava il cibo alle creature del bosco.


Advertisment

loading...

Sconcertata, si concentrò per capire come da un giorno all’altro l’estate potesse aver ceduto il passo all’inverno, e come la sua stanza potesse essere ridotta in quelle pietose condizioni. Le ragnatele regnavano negli angoli della casa, la polvere si alzava al minimo movimento ed ogni oggetto sembrava logorato dal tempo, mangiato dagli anni.

Medea si sforzò di pensare, si fasciò la testa con le mani come se questo la aiutasse a far uscire i ricordi ma qualcosa, improvviso, le sfiorò la mente. Si fermò, rigida, ed infilò cauta una mano sotto il cuscino, un ramoscello di iperico era lì, schiacciato dal peso della sua testa e soffocato dal cuscino.

No, non poteva essere stato un sogno, lo aveva vissuto concretamente, essendo che tutto intorno a lei era vecchio e sporco, lasciato all’abbandono.

Fuori dalla casa, numerosi bigliettini appesi, di gente che le era venuta a far visite di compagnia o in cerca d’aiuto, gremivano la porta, alcuni dicevano che non la vedevano da giorni, altri da mesi, altri da anni… ed era questo che era accaduto, le Fate l’avevano rapita e con lei anche il tempo e il suo scorrere. La sua giovinezza era bloccata ma la sua intera vita era fugacemente trascorsa, in un piccolo attimo.

Cos’altro poteva fare, tutto il paese e le persone a lei care erano ormai trapassate e lei si sentì drasticamente sola, temé che molti di essi si fossero ammalati gravemente privati delle sue cure, chissà quanti bambini, quanti anziani…

Di corsa prese la porta ed uscì di casa, correndo con difficoltà sulla neve, giunse fino al prorompente fiume dov’era caduta in quel tempo indefinito, immise un intenso respiro e si gettò, il freddo non la toccava minimamente e lei, di nuovo, scese adagio in profondità senza remore e tutto tornò com’era. Il tempo si fermò ancora e i suoi piedi toccarono quella stessa terra e lì, restarono per l’eternità.


© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

Tag:, , , , , ,



loading...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *