IL TEMPO DELLA STREGA BIANCA di Sascia Trevisan

Un carezzevole raggio di sole trapelava tra le nivee e seriche tende della stanza, toccava i legnosi mobili color del miele rendendoli brillanti ed evidenziandone le sottili venature.

Medea dischiuse le palpebre e fissò lo sguardo sul grande Grimorio bianco riposto sul comodino. A morbido rilento si alzò dal letto e lo prese tra le mani, lo accarezzò chiudendo gli occhi e delineando con un dito il freddo pentacolo d’argento inciso sulla fodera, la carta ruvida con aulenti pianticelle selvatiche in rilievo.

Aprendolo sorrise e, prima di recarsi alla finestra, immaginò l’enigmatica Magia del paesaggio, i profumi e i fulgidi colori che caratterizzavano quel giorno, il 21 giugno, Litha. Era trascorso un anno velocemente, con le sue bellezze e i suoi brutti momenti, le giornate piovose e quelle calde ed intense.

Si diresse in cucina mangiando frettolosamente un toast integrale, afferrò la sua sacca di lino e corse freneticamente fuori, all’aperto. La luce invadeva i soffici prati e le punte degli alti pini, le foreste in lontananza erano ombrose e profonde, ma tra le valli il verde e il colore sparso degli anemoni abbracciavano l’intero scenario.

Medea era una bellissima Strega, sinuosa nelle movenze e dolce negli sguardi. Viveva a pochi chilometri dal paese, tra i boschi, per poter cogliere comodamente le sue piante medicamentose: genziana, campanule, mughetti e ribes.

La gente del paese apprezzava il suo talento nel rendere questi doni preziosi della Natura degli ottimi e potenti medicinali che guarivano da ciascun genere di male. Si rivolgevano a lei anche solo per dei consigli, delle chiacchierate, era saggia e le sue parole erano sempre chiare e confortanti.

Quel giorno, il Solstizio d’Estate, era, come tutti i Solstizi e gli Equinozi, una data incantata e pregna di simbologie. In questa data il Sole celebra il suo trionfo in quello che è il giorno più lungo dell’anno, si raccolgono piante aromatiche da bruciare sui falò o da usare nei medicamenti poiché la credenza tramandata sostiene che molte di esse, raccolte in questa occasione, abbiano poteri quasi miracolosi.

Le Streghe Bianche, come Medea, non possono fare a meno di cogliere in questa giornata l’iperico, la pianta che rappresenta l’energia e la luce solare, dai suoi fiori dorati e racchiusi in mazzetti con aura luminosa e che, collocati sotto il cuscino durante il sonno, possono procurare sogni divinatori e simbolici.

La Strega Bianca stette tutto il giorno tra boschi e valli a cercar piante e venerare gli elementi della Natura, il vento soffiava lieve mentre lei riposava sotto il grande pino suo amico. Il calore della Terra, lo scrosciare del fiume e un buon libro facevano viaggiare la sua mente in terre lontane, abitate da potenti e bizzarre creature. Il tempo si consumava pigro mentre le pagine venivano sfogliate con prudenza e, ad un certo punto, un rumore alle sue spalle catturò l’attenzione di Medea, come se un animale dalla piccola corporatura gemesse per il dolore, cercando aiuto da un proprio simile.

La Strega si avvicinò piano al luogo, piegandosi quasi sulle sue ginocchia e nascondendosi di tanto in tanto tra gli imponenti alberi resinosi. Aggrottò la fronte allorché, trovandosi davanti al grosso e rumoroso fiume, vide un cucciolo di volpe rossa immergere la zampetta insanguinata e scorticata nell’acqua. Pensò di non muoversi, in quanto lo avrebbe di certo intimorito e, debole com’era, quel tenero cucciolo ferito sarebbe caduto in acqua, con una corrente talmente forte da non permettergli di sopravvivere.


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Si convinse di trovare un sistema per allontanarlo dalla riva, in modo da catturarlo per curargli le ferite con una delle sue prodigiose erbe. Ma, intanto che si guardava d’attorno in cerca di qualcosa che potesse esserle d’aiuto, una pigna sopra di lei cadde a terra e, il suo fragore sordo, spaventò la volpe facendola cadere nell’acqua gelida.

Senza pensarci, Medea si tolse il lungo manto e si gettò in acqua, riusciva a vedere il musetto del povero animale che la guardava fisso negli occhi con speranza e timore. L’acqua era talmente ghiacciata da sembrare ardente. Il fiume in estate e in primavera si gonfiava per via dello scioglimento dei ghiacci sulle montagne, e restare immersi anche solo per pochi secondi era una sofferenza che poteva divenire letale.

Scivolavano sul fiume rapidamente sbattendo tra le aguzze rocce quando, in un attimo, tutto sembrò mutare, rallentare e poi fermarsi.

Medea si sentì risucchiata dalle profondità, come se si fosse spalancato un gigantesco vortice sotto di lei e, in un tempo improvviso, si ritrovò completamente sommersa. Per un istante si tenne con gli occhi chiusi, sembrava strano ma i suoi movimenti erano lenti, agiati, come se si trovasse in quella situazione per voler suo, come se si fosse immersa volontariamente.

Tutto era un insieme di armoniosi movimenti, il suo corpo sprofondava adagio ed ogni spiraglio si faceva via via più torbido aprendo i suoi trepidi occhi verdi. Il frastuono delle correnti era diventato come danza, il flusso dell’acqua passava leggiadro attraverso il suo corpo e il gelo, si faceva d’un tepore materno, rasserenante, che infondeva tranquillità e scacciava qualunque timore.

L’ambiente che la circondava era nero e cupo, alzando lo sguardo poteva intravedere una timida luce lontana e, a specchiarsi su di essa, una figura dalle lunghe ed appuntite orecchie che la guardava scendere sempre più in basso. Poi gli occhi iniziarono a chiudersi, il respiro a farsi debole e il cuore a perdere battiti.

Medea, ancora cosciente, avvertì un insistente pizzicore alle sue braccia, fiancheggiato da minuscole luci bluastre e lampeggianti come lucciole tra il grano, piroettanti attorno a sé. Piegò debole lo sguardo verso il basso e, sorpresa, intravide con occhi tuttora socchiusi, alcuni alberi dalle voluminose chiome tinte di verde scuro, prati inondati da fiori violacei di estrema bellezza e ruscelli color topazio che scorrevano dinamici tra la densa nebbia.

Posando i suoi piedi a terra, si sentì come pervasa da una potentissima energia che le attraversava il corpo e le finiva dritta allo stomaco come una piacevole malinconia. Dove si trovava?

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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