IL LAGO DEL CIGNO di Federica Vello

«Ma se io la recuperassi, come faresti a liberarli? Non mi hai appena detto che sono vincolati da un maleficio? O conosci la formula magica per annullarlo?»

«Non conosco nessuna formula, l’incantesimo si romperà non appena un giovane valoroso e puro d’animo mi salverà.»

«E come potrei? Tu sei qui, da cosa dovrei salvarti?»

«Da me stesso.»

Il Principe si fece confuso, non aveva ben chiaro quale fosse il suo incarico, dunque decise di andare per gradi, procedere passo dopo passo. «D’accordo. Prima recupererò la gemma e poi ti salverò.»

«Ricorda, dovrai restare in questo sogno, altrimenti l’incantesimo non si slegherà» lo avvisò il cigno, con un tono che non ammetteva repliche.

«E se qualcuno dovesse svegliarmi?»

«Mi occuperò io di questo. Di più non posso dirti. Tu ora va’, vai a recuperare la gemma.»

Il Principe comprese che l’arduo dell’impresa fosse proprio questo, individuare dove fosse la gemma, e francamente non aveva idea da dove iniziare. Poi, se le regole erano differenti come gli aveva comunicato il cigno, avrebbe prima di tutto dovuto individuare queste, usare la logica e l’arguzia, prima della forza e della prestanza.

Allora si sedette e cominciò a riflettere. Non fu facile scoprire il punto di partenza perché non sapeva nemmeno da chi fosse stato fatto questo maleficio, in sostanza contro chi avrebbe dovuto combattere, o se avrebbe dovuto combattere. Rifletté sulle parole del cigno, lì era sicuramente nascosta la chiave.


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Dunque… «Il colpevole sono io»… «…salvarmi da me stesso»… ma certo!

Senza attendere oltre il Principe richiamò il cigno, che in un lampo ricomparve dianzi a sé.

«Hai già risolto l’arcano?» chiese il cigno.

Egli non rispose, intuendo che fosse un raggiro. Lo studiò a fondo, con solerzia per comprendere come agire, quale fosse il punto di rottura.

Ed ecco che intravide uno strano simbolo, al centro del petto poco sotto il suo collo, era minuscolo e non se ne distingueva bene il disegno, di sicuro però non poteva essere naturale. Era un marchio, forse una catena. Il marchio che lo legava al maleficio, di cui il cigno era diventato l’esecutore.

Bene. Ora era da scovare il sistema per intervenire su di esso, levarglielo e così liberare il cigno. Se si fosse avvicinato il cigno si sarebbe dissolto, quasi certamente, e non voleva rischiare, perché se esso era contemporaneamente vittima e carnefice, come il Principe aveva ipotizzato, era altresì intenzionato a difendere l’efficacia del sortilegio. E se le regole del mondo dei sogni erano differenti, anche un attacco fisico era escluso, non aveva armi né mezzi per fermarlo.

Stette qualche minuto immobile, seguitava a studiarlo, a studiarne i contorni, individuare un punto debole, ma poi ebbe un’idea.

Sfidò la sorte, la morte… si tuffò di colpo in acqua e con potenti bracciate raggiunse l’isola, concentrando la sua mente sull’inesistenza di quei fetidi mostri, credendoci così intensamente che i mostri svanirono sul serio, l’acqua divenne libera e pulita come lo era stata da sveglio.

Preso alla sprovvista, il cigno non ebbe la possibilità di reagire in alcun modo. Riuscì a realizzare l’accaduto solo quando il Principe era già approdato a riva, e tirò fuori un risonante urlo istintivo che confermò la teoria del Principe: «No!»

Il Principe si guardò rapidamente intorno, tra i cespugli, sull’albero, tuttavia non trovo alcunché, nessuna gemma, nulla che potesse dargli un indizio per cancellare quel simbolo. Ma era lì, di sicuro, in quanto il cigno stesso gli aveva rivelato di non poter toccare le sponde dell’isola.

Guardò in alto, a destra, a sinistra, verso ogni punto cardinale ma nulla. Poi ripensò alla gemma, lo zaffiro era blu, proprio come i frutti di quell’albero. Per un attimo pensò a quel punto di poterli cogliere, senza l’aiuto del cigno e senza liberarlo dalla maledizione, essendoci ormai arrivato, ma il suo onore era il suo onore, e la sua parola la parola.

Quindi riprese di vista il suo obbiettivo, si accucciò ai piedi dell’albero ed incominciò a frugare tra l’erba che cresceva in circolo al tronco, tra le radici che spuntavano fuori dal terreno, però ancora nulla, della gemma nessuna ombra.

Allora iniziò a sconfortarsi, sospirò profondamente e si accasciò su se stesso, quando, d’improvviso, gli balenò un’altra idea nella testa. “Il pensiero…” rifletté “nei sogni comanda il pensiero, tutto viene generato dalla forza del pensiero”. Così, come aveva fatto con i mostri del lago, chiuse gli occhi e si concentrò, dando tutto il potere alla sua mente.

E, quando li riaprì, quando sentì che il momento era giusto, si ritrovò davanti agli occhi, all’altezza del suo volto e sospesa a mezz’aria, una sfolgorante palla di luce nel cui mezzo brillava ancor più sfolgorante la gemma.

Afferrò prontamente lo zaffiro e lo puntò contro il cigno, ancora fermo sull’altra riva, dritto verso il suo petto, in corrispondenza del simbolo.

Dal centro della gemma, una volta puntato il bersaglio fuoriuscì un imponente fascio di luce blu che in un barbaglio colpì il simbolo, sciogliendolo a fuoco.

Si udirono raggelanti grida di dolore, era il cigno che stava morendo.

«Oh, Signore… no!» urlò il Principe. «Ho ucciso il cigno… no!»

Istantaneamente si gettò in acqua, ed in pochissimi secondi raggiunse l’altra sponda. Troppo tardi. Il cigno era riverso al suolo e stava tirando gli ultimi suoi battiti.

Delicatamente lo sollevò dal collo, per guardarlo negli occhi e tra gli stenti, a malapena il cigno riuscì a dirgli: «Grazie, Principe, mi hai liberato… ora puoi svegliarti.» E tutto si spense.

Il Principe si svegliò di soprassalto, strofinandosi ansante la fronte. «Accidenti, che sogno…»

Si tirò su e mentre riprendeva pian piano coscienza, scorse al suo fianco una manciata di frutti blu, dalla forma inusuale.

«Ma allora, non era un sogno…» mormorò, piuttosto stordito. Alzò lo sguardo di fronte a sé e vide uno spettacolo meraviglioso, che, rammentava bene, non c’era stato al suo arrivo: il lago era gremito di animali, lucciole, farfalle, ed ogni sorta di insetti che facevano da cornice alle rotondità della Luna.

Gli abitanti del lago erano stati liberati, e al centro del lago non c’era più un’isola, bensì un bellissimo cigno che pareva sorridergli e salutarlo sbattendo le sue grandi ali. Il cigno puro, il cigno al quale era stata distrutta la parte del maligno.

Il Principe sorrise e, sistemati i frutti in un sacchetto agganciato alla sella, montò in groppa al suo destriero e si diresse al castello.

Ora, era giunto il momento di salvare suo padre.


© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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