IL GIARDINO DELLE DELIZIE di Margherita Paris

Il Giardino delle Delizie, si sa, è l’Eden, luogo in cui Adamo ed Eva mossero i loro primi passi una volta affacciatisi al mondo. Quella che voglio raccontare io, però, è una storia d’Amore, in un mondo fatato… non è la mia, magari… ma non lo è.

Questo splendido giardino si trovava all’interno di un maestoso castello, tutto intorno come una corona lo circondava, e sublimava. Nel castello viveva un Re, insieme alla sua amata Regina e all’adorata figliola non più tanto giovane, ma si sa, per i genitori noi rimarremo sempre dei bambini…

La giovane fanciulla era innamorata di un Principe, come è solito accadere nelle favole, eppure in questa favola il Principe non era tanto carino… nonostante fossero promessi, ed in attesa di maritarsi, lui la trascurava, prediligendo le sue battute di caccia a romantici incontri tra innamorati. Mi ricorda un po’ la Regina Maria Antonietta, che quasi bambina, fu data in moglie al Principe Luigi di Francia, il quale però non ne sapeva nulla di Amore, era un po’ goffo ed anche assai timido, non come questo Principe, che di fatto era decisamente affascinante, e molto sicuro di sé, ma forse ancora piuttosto giovane per pensare all’Amore.

Ed è qui che entra in gioco il giardino. “Delle Delizie” perché è lì, che la malinconica Principessa ritrovava tutta la sua allegria, la sua gioia, deliziata dai minuscoli esseri che abitavano nei fiori, tra le chiome degli alberi. Ogni volta era un sorso di piena vita.

Un giorno, passeggiando sui fioriti sentieri, la Principessa era particolarmente triste, perché quel discolo di un Principe le aveva dato una sonante buca, e proprio nel giorno del suo compleanno… non era un bel comportamento, niente affatto, ma oramai la giovinetta si era abituata, o forse neanche tanto, forse era consapevole che ben presto sarebbe finita, non per cosa o per chi, ma una vocina di dentro, o di fuori… proveniente dai fiori e dall’aria stessa, le diceva seguitamente che a breve sarebbe arrivato l’Amore, ma quello vero.

La Principessa, naturalmente, credeva che si trattasse sempre del Principe, che magari si sarebbe accorto di lei e finalmente innamorato, non che non lo fosse, in fondo si era affezionato alla Principessa, le voleva bene, anche se a modo suo. Ciò che era sicuro, è che, fuor di ogni dubbio, non avrebbe mai dato la vita per lei.

Stava carezzando lievemente i petali di un’orchidea, mentre passeggiava pensierosa, che d’un tratto sentì un ahi!

La Principessa ritrasse subito la mano, convinta che quel verso fosse stato lo stesso fiore ad emetterlo, avendo lei inavvertitamente ferito la sua corolla con un anello, l’anello di fidanzamento che indossava al dito. Lo guardò sospirosa, l’anello, pensando un tantino depressa che non v’era ragione d’indossarlo, soprattutto in quel frangente.

«Ehi, tu!»

La fanciulla trasalì e si volse di scatto verso quella vocina irritata, tuttora convinta che provenisse dal fiore. «Ti ho fatto male?»


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«Direi!» sbottò con malagrazia.

Allora la Principessa si accucciò per avvicinare il volto ai petali dell’orchidea. «Mi dispiace, non era mia intenzione…»

«Non lui, io!»

Sbalordita, la fanciulla scivolò lo sguardo lungo lo stelo del fiore, fino a raggiungere il suolo dove adocchiò un minuscolo Folletto col cappuccio tutto sgualcito, mani sui fianchi e sguardo severo, che tamburellava un piede nervosamente.

«E cosa ti avrei fatto, di grazia?» gli domandò gentilmente.

«Stavo facendo un sogno, il più bel sogno che si fosse mai fatto, e mi hai fatto volare giù dal mio letto» bofonchiò il Folletto, spostandosi la mano sul sederino per strofinarselo dolorante.

Divertita dalla buffa espressione, la Principessa si portò una mano alla bocca per ridere, educatamente, come il bon-ton le aveva insegnato.

«E non ridere di me!» Andò su tutte le furie.

«Non rido di te, perdonami.» La Principessa si ricompose. «Ridevo della situazione.»

«Bugiarda!»

«Ma come sei scontroso!» Ora fu lei a sbottare. «Ti sto domandando scusa, non le conosci le buone maniere?»

Il Folletto strinse le labbra e non replicò.

«Ma dimmi, Folletto, che cosa stavi sognando?» chiese incuriosita. Era curiosa di sapere cosa i Folletti sognassero, se fossero gli stessi sogni degli umani.

Lui drizzò le spalle e, tutto fiero, declamò: «Mia Madre, mi è apparsa per darmi un messaggio.»

«Perché, la tua mamma è morta?» si dispiacque ancora la fanciulla.

«Macché! Parlo della Fata Madre, che al momento non si trova in questa dimensione. Non lo sai che noi possiamo comunicare anche nei sogni?»

«No, non lo sapevo» sussurrò, chinando mortificata la testa.

«Hm» si ammorbidì. «D’accordo.» Si fece solenne e annunciò: «Il messaggio era per te.»

«Per me

«Sì, ma mi hai interrotto sul più bello» confermò, storcendo la bocca.

«Vuoi che ti rimetta sul fiore?» gli propose lei, inclinandosi per prenderlo.

«No, no!» Il Folletto sventolava agitato le mani, evidentemente non si fidava granché.

«E allora?»

«Pazienza. Ritorna al tuo palazzo, quando sarà il momento ti chiamerò.»

La Principessa non obiettò, e se ne tornò al castello tutta elettrizzata, pensando che in fin dei conti non era stato un compleanno così malvagio, al contrario, rappresentava l’apertura di nuove prospettive ed il segnale che probabilmente il suo momento era arrivato, il momento di essere felice. Chissà, magari il Principe era sotto qualche incantesimo strano ed il Popolo Fatato stava venendo in suo soccorso.

Sicché, si mise nella sua stanza ed aspettò, aspettò, aspettò… ma nulla, trascorsero i giorni e del Folletto nessuna venuta, si era praticamente volatilizzato.

Nel frattempo, il Principe si era rifatto vivo, ma peggio del solito. Questa volta le aveva rivolto solo un celere saluto e si era catapultato nelle scuderie del Re, avendo saputo dell’arrivo di un nuovo stallone, e moriva dalla voglia di montarlo. Insomma, non era venuto per la Principessa… ed, inoltre, si era nientemeno dimenticato del suo compleanno. Che ragazzo irrecuperabile…

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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