…I saw You…

E nel frattempo lei sospirava, fissando il maestoso veliero del suo prode Odysseus mentre scompariva all’orizzonte, al roboante infrangersi delle frenetiche onde sui desertici scogli, come una piccola Sirena in solitudine contava le clessidre e le maree che notte dopo notte oscuravano il sole, cercando di capire, di rispettare i suoi sconfinati spazi e non invadere il suo sconfinato mare, di non diventare ossessiva, frenare gli impulsi che la inducevano a tuffarsi in un oscuro mare abitato da spaventose creature marine, anziché raccogliere conchiglie screziate per offrirle in dono al suo amato, quando fosse ritornato.

Ma troppo prepotente era il desiderio di lui nel giardino dell’attesa, troppo immenso, ed imperante era l’Amore che la percuoteva, talmente incalzante e a volte distruttivo, questo suo desiderio di fusione… che non sempre questa piccola Stella riusciva a starsene buona, ad attendere la notte per un suo respiro… bramando ogni suo respiro, e sospiro… il vento della passione che la cullava nelle notti di Luna piena, abbracciata avida al suo enorme coniglio rosa dalle soffici orecchie bianche, immaginando che fosse lui, che quel morbido e carezzevole calore fosse del suo indomito Principe, il suo magnifico Principe che nonostante tutto, la sentiva vicina, sempre ed ovunque presente, anche malgrado le aggressive unghie che come spade affilate dei suoi più acerrimi nemici, acuminate fiamme di imponenti e spietati draghi, gli avevano lacerato carne ed anima…

Divampò ad un tratto la gelosia, gelosa e possessiva del loro rarissimo sogno, timorosa che qualche impavida e mendace donzella, o vecchia e serpeggiante strega tentasse di rubarle il prezioso scrigno in cui lo aveva custodito. Allorquando percepiva il pericolo incombere lei indossava agguerrita la sua invulnerabile armatura e drizzava la sua schiena malconcia, istantaneamente e prodigiosamente ritemprata…

E, ridondante delle energie necessarie per difenderlo e preservarlo usciva dal suo nido, non più un piccolo passerotto debilitato e ferito, non più rosa di maggio, non più Principessa… bensì un’irruente amazzone dal lungo mantello tigrato, sguainante impetuosi fendenti a destra e a manca, con ardore, rischiando di ferire anche lui, nella folla…

Un sogno notturno, rivelatore, accentratore… uno sguardo ricolmo d’amore, indimenticabile, e tutto ricominciava… senza più dubitare che le stelle siano di fuoco, che il sole si muova, che il suo Amore potesse un giorno o l’altro morire… il suo Amore, non sarebbe mai potuto morire.

Quanti arcobaleni e tempeste hanno presenziato il loro fiabesco sentiero, quanti tentativi di lasciarsi vicendevolmente andare per non procurare reciproca sofferenza, per non ferirsi e deludersi, spegnersi il sorriso, la divellente paura di se stessi… quanti addii sono stati pronunciati, ma erano soltanto parole… troppo potente il richiamo delle loro Anime, impossibile non udirsi, non soccombere, cercarsi e ritrovarsi, per poi perdersi ancora… l’intensità di quel sentimento che diveniva sempre più ingestibile, per certi versi inumano, preponderando a tratti la follia, lei che abbandonava il suo castello e fuggiva sconvolta da quel mondo virtuale, quel posto che non aveva più senso, senza di lui… lei che avrebbe ardentemente desiderato appartenergli, in tutto e per tutto, donargli l’intera se stessa e lui invece talora così sfuggente.

Lui che, tempesta dopo tempesta, man mano si allontanava dalla sua Fata, dal suo fatato giardino e si chiudeva in se stesso, detronizzato da traumatici ricordi, timoroso che la tigre avesse potuto sgretolargli quel sogno, con una brutalità tale da sradicargli anche il più infinitesimo stimolo di andare avanti, di essere libero di amarla, di donarsi, di vivere…

Accadeva dunque, che alcune notti il beneamato Principe risalisse in sella al suo niveo destriero e se ne tornasse mesto al suo lontano castello, serrandosi dentro per giorni, in silenzio, senza più stimoli, senza più slanci, quegli straordinari slanci emotivi che di volta in volta, venivano abortiti dalle dilanianti unghie di quella feroce tigre che non intendeva assopirsi, dalla sua irrequietezza ed implacabile istintività, ineffabili slanci iniziali perduti… mentre un tempo era stato capace dell’impossibile per la sua Principessa, di cantare idilliache odi per lei, divine, introvabili, ma col tempo si stava trasformando in un’altra persona, fredda e cupa, irriconoscibile per lei.

Egli diveniva, poco a poco, maggiormente combattuto, bloccato, come intrappolato in una bolla di sapone, librante e trasparente, sottile ed evanescente, ma chiusa… ovattato in una plasmante e collosa gabbia senza spiraglio di uscita, imprigionato dai suoi stessi sogni che non riusciva più a toccare, imprigionato anche da se stesso.

E in quei momenti di lontananza al culmine, taglienti parentesi d’introspettivo isolamento, di conseguenza anche quel cucciolo nuovamente spaurito si chiudeva in sé, ma nel mentre combatteva, in qualunque modo. Malgrado ciò quel gattino talora randagio aveva sempre strenuamente combattuto affinché il suo amato lupo solitario non si sentisse mai solo, che non patisse troppo incisive le ripercussioni della vita che aveva scelto, seppur nel preminente malessere, l’angoscia di una donna perdutamente innamorata che pur sentendosi impotente, tentava ciò nondimeno di sollevare il suo uomo dalle crudeltà che nel remoto passato gli erano state inflitte, con questo Amore imploso che in dati attimi diveniva pressoché devastante… l’impossibilità di esternarlo, di viverlo nella pienezza del suo cuore, il perenne timore di farlo arrabbiare, di essere troppo audace, od invadente, il suo tremulo e fuggitivo cuore che sussultava appena lui compariva in quella magica finestra che non possiede tende… dalla grande finestra della sua Torre d’Avorio, quante volte il suo cuore ha silenziosamente sussurrato: “Quando vedo il tuo nome, mi si illumina un mondo…”


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Così, magnetizzata e vinta, si arrendeva ad esso, alla dolce tempesta, al filo invisibile che non riusciva a spezzarsi, a lui… perché se mille e mille volte era fuggita dal suo castello, non sarebbe mai e poi mai, riuscita a fuggire da lui.

E allora istantaneo le ritornava il sorriso, ricompariva sfolgorante l’arcobaleno, di nuovo la sua Anima sorrideva e volteggiante risaliva sulla pallida ma vivida Luna, scintillando lontana. Era il suo turno di osservarlo, contemplare le sue regali movenze, la sua suprema ed intrigante mascolinità, il suo soggiogante potere, il suo essere così sublime, perturbante… lui che dopo poco non resisteva e lasciava il suo castello per correre da lei, per liberare le sue farfalle, prima che la notte si dissolvesse per lasciare il passo all’alba lucente durante cui i suoi delicati fiori, petali di rose sparsi sul cuscino della sua adorata Principessa, le avrebbero donato un soave risveglio, in attesa che il blu intenso del cielo stellato, lo avesse riportato da lei…

Notti senza Luna e giorni di spento vuoto hanno spodestato il loro Destino, raffreddandolo del suo colore, ma se quel Destino è iniziato come una Favola, non potrà che terminare, come una Favola… Un interminabile sogno, di mezza estate.

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© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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