CUORE DI NINFA di Christine Kaminski

C’era una volta una bella Ninfa, che soleva adagiarsi in bagni di sole sulle sponde di un gaio ruscelletto che percorreva tutta la sua Terra, da Nord a Sud.

Ella viveva su di un’isola, tutta colorata e cangiante, grondante di fiori e di vera felicità. Molte altre creature magiche, vivevano assieme a lei, creature di ogni genere e forma, così diverse tra loro ma così simili… tutte unite da un profondo senso di pace e di Amore, che governavano indiscussi su quella favolosa Terra ricolma di Magia e di incanto. Non v’erano mostri, esseri brutti e cattivi e non vi erano Streghe cattive, né Maghi o Stregoni dal potere malvagio, perlomeno al tempo in cui ebbe inizio questa favola…

La Ninfa aveva moltissimi amici e, caso strano, soprattutto un Satiro che, sappiamo bene, non è un gran cavaliere con la stirpe delle Ninfe. Di norma, egli ama importunarle ed insediarle, talvolta abbastanza prepotentemente, ma con la sua Ninfa era diverso, le voleva bene, e la proteggeva, seppur la punzecchiasse ognora, forse per farla ridere e sempre gioire.

Ma, nondimeno, spiccava altresì tra i suoi devoti amati una Fatina dalle ali purpuree e lucenti, che quando scrollavano la loro polvere fatata diventavano azzurre, come il cielo. La adorava la Fata, avrebbe fatto qualunque cosa per lei, tanto bella e così buona di cuore, la Ninfa…

Tutti la amavano, ed ella tutti amava, dall’essere più bizzarro a quello più armonioso. Suoi compagni fedeli erano un pettirosso giocoso e canterino, uno Spiritello della Natura un po’ pazzerello ed un cervo. Il cervo, grande signore dei boschi, re della foresta, che incarna la natura selvaggia e fertile della foresta, dimora della Ninfa.

Un giorno, mentre stava sorseggiando da un calice fatto di petali di fiori un buon nettare di ambrosia che il suo astuto amico Satiro aveva rubato agli Dèi per offrirglielo in dono in occasione dell’Equinozio d’Autunno, cantava la Ninfa… sotto i raggi solari di una stupenda giornata settembrina, ammaliata dal caldo colore dorato delle foglie che le giravano tutte attorno, come una vaporosa corona di musica e di soffice vento che le scompigliava i lustri capelli color del tabacco dai fili d’oro… intrecciati d’oro e gigli, fiore simbolo della purezza della Grande Dea.

E ballava la Ninfa, in un vortice di dolci colori e sapori, deliziosi profumi d’una festa a venire, lei… sacerdotessa tra le Ninfe, si apprestava ad adornare l’altare per onorare la sua Dea, la sua Terra… per festeggiare il raccolto della sua tanto amata Madre Terra, la Grande Madre.

La foresta era in fermento, tutte le creature si apprestavano al grande simposio, gli alberi e i fiori e le piante tutte, sussurravano melodie di sottofondo, inni alla gioia e alla prosperità, ringraziando soavi i doni della Madre che li avvolgeva col suo protettivo manto. Dilettevole il chiacchiericcio dei Folletti, invogliante lo svolazzare compulsivo delle Fate, esemplare il lavoro zelante degli Gnomi e dei Nani, magnifica la musica degli Elfi e sublime era il frusciare degli arboscelli contro le vesti delle Ninfe che danzando e salmodiando, ornavano i sentieri di petali e di auree candele dal fuoco magico. E lì lei, la Ninfa, al centro di tutto… al centro del Divino Amore che quell’isola incarnava, una Terra Magica nascosta all’occhio umano e dunque preservata dalla mano dell’uomo… soltanto un essere puro di cuore avrebbe potuto vederla, ma sempre con il permesso della Grande Madre.

Fece sera, e come un soffio di vento tutto ebbe inizio, l’incontro. Non si sa bene come cominciò, come la bella Ninfa si accorse di questa singolare creatura, lei… sempre attorniata da esplosioni di gaiezza e festosità che catturavano eterni la sua attenzione, lui… sempre riservato agli angoli della foresta, non era un burlone come tutti gli altri della sua razza, ed ancorché conservasse della stessa sua razza la prediletta tendenza ai giochi di parole, non era un gran chiacchierone, mai una volta che le avesse rivolto una parola, un sorriso, ma lo sguardo sì… la osservava lo Gnomo, non perdeva mai un attimo della sua bellezza, carpiva ogni suo sussurro, ogni suo respiro, coglieva la sua voce fra gli alberi, nelle onde birichine di quel ruscello, ovunque… sapeva tutto di lei.

Fu un momento, lo Gnomo si avvicinò, la Ninfa lo guardò… e s’immobilizzò. Sorreggeva in mano un prezioso, lo Gnomo, un principesco gioiello forgiato con scintillante argento, simbolo dell’anima, ed una gemma, che egli aveva dissotterrato in una caverna dove ogni giorno lavorava con i suoi gioviali e vivaci compagni. Un ciondolo, con a capo un meraviglioso cristallo, un quarzo rosa.


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La Ninfa osservò il monile, ferma e un po’ stupita. Non utilizzò il suo potere, lo Gnomo, di generare in ella sentimenti o sogni, illusioni, semplicemente le offrì quel dono, e le diede le spalle per ripercorrere la strada che lo aveva condotto a lei.

«Perché rosa?» chiese la Ninfa, intuendo che non fosse una coincidenza.

«Guarisce tutte le ferite, anche le più invedibili» rispose lo Gnomo, senza toglierle le spalle.

La Ninfa non commentò, come faceva lui a sapere che fosse ella vittima di un amore infelice? Era stata innamorata, lungamente, di un Semidio, figlio di Afrodite ed un Centauro, che le aveva mendacemente occupato il cuore, lo aveva offuscato ed infine lo aveva annientato. Benché forte nel tempo, non era stato un Amore declamato, la Ninfa non amava decantare il suo Amore, in pochi erano coloro che potessero entrare nel suo cuore e pochi coloro con cui ella lo aveva condiviso. Pochi sapevano, ed in pochi avrebbero saputo.

Mentre seguitava ad osservarlo assalita da sconcerto e fine turbamento, la Fatina dalle ali lucenti le si fece vicina. Anch’ella aveva intuito, la Fata le tolse delicata dalle mani il ciondolo e glielo adagiò altrettanto delicata sulla testa, come un diadema.

Sì, per lo Gnomo era la sua Regina… e desiderava proteggerla, curarla, salvaguardare la sua mente ed il suo cuore, la sua sensibile anima da qualunque altro mendace essere che avesse covato l’intento di ingannarla, di farle del male.

La Fata lasciò andare la mano in una soffice carezza, celebrante. Volandole tutt’attorno alla chioma il pettirosso ben bene glielo sistemò, lo Spiritello spirò sulla pietra, irradiandola ancor più di luce. Era bella la Ninfa, con quella luce di riverberi che le adornavano la fronte, eppure al contempo un’ombra scura era scesa a velarle lo sguardo. Non per quell’Amore fallito, non per il ricordo riemerso di un dolore, bensì per la pervadente malinconia dello Gnomo, che la amava e che sapeva, non sarebbe mai stato alla sua altezza.

Anche la Ninfa era una Dea, e poteva pertanto leggere nel cuore, di chi avesse voluto, e lo Gnomo voleva, combattuto, ma voleva che lei sapesse che la amava, pur senza dirglielo… e null’altro. Sapeva prevedere il futuro lo Gnomo, come tutti gli altri suoi fratelli aveva il dono della preveggenza, ed era cosciente che semmai ella avesse potuto riservargli un posto nel suo cuore, non sarebbe durata a lungo.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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