Baruba e Neve, la storia del coniglietto che rese santa la Pasqua

Giunto di nuovo al recinto, solertemente interpellò Neve e gli disse: «Avvicinatevi tutti all’uscita dei recinti, fate passaparola e tenetevi pronti a correre. Io vado a procurarmi le chiavi dei lucchetti.»

«Ma come farai?» stentò l’agnellino, era fiducioso ma temeva per la sua vita.

«Non pensarci, tu fai quello che ti ho chiesto, e fallo subito. Poi attendete il mio segnale, bisogna che siate coordinati, che iniziate a correre tutti contemporaneamente.»

Neve acconsentì e si mise subito all’opera, intanto che Baruba si avviava in direzione della casa degli uomini. Non era certo facile, aveva un gran fifa ma sentiva che era suo dovere, non se lo sarebbe mai perdonato se avesse chiuso gli occhi e guardato altrove, fingendo che quel massacro non fosse mai avvenuto.

Diede uno sguardo al cielo e felicemente adocchiò i primi rinforzi, uno stormo di uccelli, fitto fitto, che si dirigeva verso i campi di grano per assaltarli, accompagnato a distanza da uno sciame di locuste che aveva mirato orzo ed avena. Conigli, procioni e scoiattoli invasero gli orti, insieme ai topi, le volpi, le donnole, i criceti e i ricci che, pian pianino, fecero anch’essi la loro parte. I frutteti vennero assegnati ai cervi, cerbiatti, cinghiali ed orsi, i quali scuotevano con veemenza gli alberi per farne cadere i frutti. Le lontre ed i castori si tuffarono nei grossi recipienti d’acqua dei pozzi, emettendo un gran baccano. Aquile e falchi, con i loro acuminati artigli iniziarono a danneggiare le coperture del caseggiato, e i lupi si posizionarono ad ululare inquietanti al di là dei campi, così come gufi e civette che spargevano rimbombanti suoni gutturali, affinché si udisse il loro richiamo. E così tutti gli animali del bosco, compatti e determinati, per distrarre i carnefici dalla loro missione principale, tutti insieme a combattere per Madre Natura.

A sentir quel parapiglia, gli umani schizzarono tutti fuori dai loro alloggi, armati di fucili, forconi ed altri arnesi per fronteggiare quella sorta i rivoluzione, e Baruba colse all’immediato l’attimo.

Sgusciò dentro il casolare, al cui ingresso già lo attendevano una decina di scoiattoli che con le loro manine avrebbero potuto afferrare le chiavi, pochi minuti e l’opera fu compiuta. Ognuno di loro si posizionò ad ogni ingresso dei recinti, li sciolsero dalle catene e dopo averli aperti stettero in attesa del segnale.

«Neve…» lo chiamò Baruba, e l’agnellino quasi trotterellò nella sua direzione. «Ora!» Urlò talmente forte che riecheggiò in tutta la vallata, ed in tutta la vallata si alzò un boato di zoccoli scalpitanti, di belati raggianti, una corsa per la salvezza che parve a Baruba di un tal commovente, emozionante, che mentre correva insieme a Neve piangeva, piangeva a dirotto ma piangeva di gioia. La vera gioia.


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Gli umani si fermarono inebetiti ad osservare quello spettacolo, senza poter accennare un lievissimo movimento per la strepitosa sorpresa, a dir nulla basiti, e dal canto loro, gli animali del bosco sì si fermarono anch’essi dalla loro distraente opera, ma unicamente per giovarsi della divina scena, commossi al pari del coniglietto bianco Baruba.

Forse l’equilibrio era spezzato, o forse avrebbe pagato con la sua vita ma non se ne curò affatto, perché sapeva che Madre Natura sarebbe stata felice, avrebbe recuperato energia e fiducia, felicissima che una buona parte della sua progenie fosse stata salvata dall’inconcepibile massacro, in un giorno solennemente dedicato a lei. La Natura doveva essere felice, era questa la cosa più importante, perché così girava il mondo.

E da allora il giorno della Pasqua divenne per Baruba e tutti gli animali del mondo, il giorno della salvezza e della resurrezione, ma la resurrezione dell’amore, del rispetto e la santità della vita. Una speranza per il futuro, e per tutti i nostri bambini…

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© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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