AZZURRINA di Marisagi

Tira fuori un sospiro afflitto e prosegue: «Un giorno attraversò il bosco una famiglia, padre, madre e la loro figlioletta. La piccola stava tanto male e rallentava il viaggio, mentre il padre era talmente cattivo che la sgridava e la picchiava senza nessun riguardo. La madre cercava di proteggerla, e si gettava davanti al marito subendo lei le percosse destinate alla figlia; l’uomo, però, s’inferociva maggiormente e picchiava sia la moglie che la piccola. Una notte la bambina aveva la febbre alta e si lamentava per la sete, ma il padre sbraitò che tanto sarebbe morta ugualmente e che era dunque inutile sprecare l’acqua, bevendone quella rimasta fino all’ultima goccia; la povera madre stava impazzendo per l’angoscia e il dolore. Il Popolo Alato era intorno a loro e desiderava aiutarle, tuttavia non c’erano fonti nelle vicinanze e non sapeva come far trovare dell’acqua alla madre.»

«Eravamo tutti lì, silenziosi e impietositi ma non potevamo fare nulla, non potevamo trasgredire le nostre Leggi: se un Essere Umano ci avesse visti, saremmo divenuti uccelli e condannati a rimanere così per sempre. Io fremevo e supplicavo mia madre di aiutare quella tenera creatura che sicuramente sarebbe morta se non l’avessimo aiutata… era la prima volta che vedevo una bambina umana e mi si stringeva il cuore nel distinguere quei grandi occhi in quel volto smunto che guardavano con immenso Amore la mamma, la quale si disperava e si torceva le mani per la paura di perdere il suo tesoro adorato. Mia madre mi spronava ad andare via, per non assistere a quello strazio ma io non potevo, non riuscivo a distogliere gli occhi da quella coppia abbracciata che emanava tanto Amore e tanta disperazione. Fu un secondo, una frazione di secondo: le diedi una brocca d’acqua, esse mi videro ed io mi trasformai in un pappagallino.»

La Fatina sospira ancora e non riesce a parlare per via del turbamento riaffiorato, ma poi si riprende e continua il racconto della sua tragica avventura: «Purtroppo però, in quell’occasione anche il padre mi aveva vista e da quel perfido che era, mi afferrò e mi chiuse in gabbia, convinto che avrei potuto farlo diventare ricco. Così iniziò la mia triste vita, ogni giorno quell’orco si metteva di fronte alla gabbia e tentava di convincermi a ritornare Fatina, senza minimamente rendersi conto che un attimo di pietà mi aveva fatto perdere tutto il mio mondo e la mia Magia. La cosa stupenda era invece vedere la piccola Samira giocare felice con gli altri bambini, e sua madre sfaccendare serena per casa. A volte, nei momenti in cui il marito si assentava, la potevi persino udire cantare! E com’era bello quando la piccola Samira veniva vicino alla gabbietta e mi accarezzava le piume infilando il suo ditino attraverso i ferri! Loro due volevano liberarmi ma quell’uomo malvagio aveva bloccato la gabbia con un lucchetto e portava la chiave sempre con sé. Una volta riuscirono a rubargliela mentre dormiva e felicissime mi ridiedero la libertà, ma quando fui in procinto di fuggire si svegliò e mi ricatturò. Si rese conto però che in quei miei istanti di libertà non ero tornata Fatina e che quindi non possedevo più poteri magici, perciò, per punire la moglie e la figlia mi vendé ad un ambulante sempre in giro per il mondo: in questo modo, Samira non mi avrebbe più vista.»

«Cominciai a viaggiare senza fermarmi mai, quanti paesi e quanti mercati ho visto, quanta gente è passata dinanzi a me, quanti bambini ho chiamato inutilmente, ma mai sono tornata nel mio Mondo Alato. Quanta nostalgia ho dei miei genitori, della mia famiglia, dei miei amici, mi avranno certamente dimenticata… sono trascorsi parecchi anni perché l’unica Magia che mi è rimasta è quella che mi consente di non morire. Poi un giorno l’ambulante morì e il figlio, che non amava gli animali, mi regalò ad un suo amico anch’egli ambulante. Altri paesi, altri mercati ed eccomi qui. Tante volte sono stata sul punto di fuggire ma è come se fossi legata a quella gabbia giacché ogni volta ci sono ritornata, ed oggi, per la prima volta dopo moltissimi anni, sono libera, non più uccello ma Fatina. Chissà se ho ancora i poteri magici! Esprimi un desiderio, fammi provare.»

Lia è senza parole. Si è persa in quel lungo racconto e alla richiesta della Fatina pronuncia con voce flebile: «Un bicchiere d’acqua, per piacere.»

Ed ecco apparire una brocca d’acqua fresca con un bicchiere. La Fatina ricomincia a danzare per la contentezza. «Sono tornati! Sono tornati!» grida, e poi: «Chiedimi qualche altra cosa, vediamo se ci riesco, ma qualcosa di difficile.»

Lia si guarda in giro e rammenta il televisore rotto e Azzurrina, senza neanche farselo richiedere, con uno schiocco di dita lo rimette in funzione, ed ecco le sistema il pantalone strappato e di seguito riordina cassetti e armadio.

Volteggia briosa per la stanza mettendo a posto libri, CD e giocattoli. Rinnova i vestiti e le pettinature delle bambole e rimette in sesto le casette giocattolo ormai sbilenche.

Vuole volare ma la camera è troppo piccola, sicché con un cenno della testa la ingrandisce fino a farla diventare enorme. Inizia a volare e, notando che Lia la osserva con occhi sgranati, la prende per mano e la fa volare assieme a lei.

Dopo alcuni giri nella stanza si sente soffocare, per cui con un altro cenno della testa spalanca la finestra e vola fuori, dritta verso il cielo. Lia si tiene stretta alla Fatina e respira inebriata l’aria notturna che la inonda.


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Che sensazione magnifica! E che spettacolo!

Azzurrina si libra nell’aria leggera e vola sulle case, sugli alberi, sui fiumi, arrivano lontano, sembra non volersi fermare mai, forse vuole tornare al suo Mondo Alato.

© Christine Kaminski | Vietata la riproduzione senza consenso scritto

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